Gian Antonio Stella Corriere della Sera, 12/07/2003, 12 luglio 2003
Il giudice può imbrogliare i colleghi, non la fotocopiatrice, Corriere della Sera, 12/07/2003 «Il diavolo fa le pentole, ma non i software»
Il giudice può imbrogliare i colleghi, non la fotocopiatrice, Corriere della Sera, 12/07/2003 «Il diavolo fa le pentole, ma non i software». Se n’è accorta un giudice, sospesa ieri dal Csm perché autrice di uno sgangherato tentativo di truccare il concorso di accesso alla magistratura. Impresa mandata a monte, e qui sta il bello, da una fotocopiatrice integerrima e legalitaria che, ribelle alla commissaria che stava procedendo alla manipolazione notturna dell’esame di una candidata, ha deciso di rovesciarle addosso centinaia e centinaia di fotocopie con l’irruenza incontenibile e devastante della cascata dell’Iguassù. Per ore, mentre la macchina buttava e buttava e buttava fogli, la donna si è dannata l’anima per arginare il diluvio e far sparire le voluminose prove. Pensava d’esserci riuscita. Finché al mattino la belva elettronica si è risvegliata e... Ma è meglio ripartire dall’inizio. Al centro della vicenda, racconta ”Diritto e giustizia”, un quotidiano on-line diretto da Roberto Ormanni ed edito dalla Giuffrè, specializzata in pubblicazioni giuridiche, c’è l’ultimo concorso per l’accesso alla magistratura, indetto il 12 marzo 2002. Tra i tantissimi candidati, che sognano ancora di indossare una toga nonostante le polemiche contro il «cancro» giudiziario, ce n’è almeno uno che porta un cognome importante: Gabriella Ferrara, figlia di un alto magistrato che fino all’anno scorso faceva parte del Csm per la corrente di Unicost. Niente di speciale, intendiamoci: di raccomandazioni e «aggiustamenti» è piena la cronaca. Basti ricordare l’esame di Stato per avvocati del 1997 a Catanzaro, quando la Finanza accertò che 2.295 temi su 2.301 partecipanti erano uguali in ogni dettaglio, perfino in alcuni errori di ortografia. O il concorso per l’abilitazione all’insegnamento del 2000 a Salerno e a Latina, dove alcuni commissari furono intercettati mentre chiedevano una bustarella di milioni: «Spenderà un po’ ma può considerarsi promosso». O ancora l’esame di ammissione all’albo dei giornalisti professionisti del 1991, quando la presenza di un folto gruppo di raccomandati venne scoperta per caso da un computer lasciato acceso nella sala stampa del Senato proprio sul file nel quale il caposervizio di un’agenzia, commissario esaminatore, aveva preso nota delle prime righe dei temi di tutti quelli da promuovere. Né sono mancati, negli anni, altri episodi esilaranti. Come quella strepitosa sfida per il posto di primario di Ostetricia in un ospedale di Genova dove i tre chirurghi chiamati a dimostrare la loro perizia col bisturi simulando un’operazione su una donna (la rimozione di un uretere), fecero la loro prova sul cadavere di un uomo già svuotato di tutto perché sottoposto a un’autopsia. Meglio: non la fecero. Il che non impedì alla commissione (miracolo!) di dare dei tre «non interventi» di ostetricia sul corpo di un maschio tre differenti valutazioni. Il concorso per l’ingresso in magistratura di cui parliamo, però, stando alla ricostruzione del giornale, passerà alla storia come la pasta e fagioli dei «Soliti ignoti». Tutto comincia il giorno in cui Clotilde Renna, un magistrato di Cassazione con funzioni di sostituto procuratore generale presso la Corte d’Appello di Napoli, moglie di un presidente di sezione del Civile e componente della commissione esaminatrice, chiede ai colleghi come sia andata Gabriella, la sua protetta: «I colleghi mostrano il risultato: respinta, c’erano alcune lacune che non consentivano un giudizio favorevole. ”Ma come - chiede il magistrato-commissario - è una ragazza molto brava”. ”Sarà - rispondono -. Ma la prova non va bene”. Il giudizio era già stato verbalizzato, non c’era più niente da fare». Povera ragazza: come rimediare? Pensa e ripensa, la commissaria ha un’idea: «ritoccare» il compito con qualche aggiunta per consentire poi all’aspirante toga di fare un ricorso al Tar contro la bocciatura. E così, nottetempo come un topo d’appartamento, la nostra giudicessa penetra negli uffici dove sono custodite le prove scritte, «riapre la busta della candidata bocciata e inserisce alcuni fogli». Non contenta, come tocco finale, decide di fotocopiarli. E qui casca la Renna. Per azionare la macchina, infatti, ogni magistrato della commissione deve inserire il proprio codice a quattro cifre. La donna esegue ma nella fretta commette un errorino: riscrive il codice nello spazio dove si programmano le copie da stampare. E si ritrova come Topolino nell’«Apprendista stregone» di «Fantasia»: la fotocopiatrice, scossa da un sussulto di rivolta morale, comincia a sfornare centinaia e centinaia e centinaia di fogli fino a passare il migliaio. La poveretta tenta disperatamente di porre un argine all’esondazione cartacea e preme tutti i pulsanti possibili e tenta di staccare la spina e di distruggere quella massa di documenti che stanno travolgendo la sua furbata, la sua carriera, la sua vita stessa... Ma la macchina, spietata e implacabile come una toga rossa, non vuol sentire ragioni. E vomita, vomita, vomita... Finché, finalmente, dopo un’eternità, si ferma. Clotilde Renna tira un sospiro di sollievo, porta via non si sa come tutto quel po’po’di carta, controlla che sia tutto in ordine, spegne la luce e se la fila: «Oddio, è andata!». Macché. La mattina, all’arrivo in ufficio, il primo cancelliere prova a fare una fotocopia. Niente. Che c’è? Finita la carta. Scrupoloso, inserisce una risma nuova di A4. E la macchina virtuosa, come la scopa impazzita di Disney, ricomincia a vomitare: uno, due, tre, quattro... Fino a un centinaio di fogli. Tutti col loro bel timbro, le loro firme, le loro vidimazioni... Scandalo. E immediato tentativo di metterci se possibile un coperchio sopra: meglio non farlo sapere troppo in giro. La notte dopo, colta dal panico e dalla convinzione che comunque sarebbe stata scoperta, Clotilde Renna vuota il sacco con un collega: «Non so cosa mi sia preso... ». Sssssh! Silenzio, che non si sappia in giro... La commissaria dà le dimissioni, viene sostituita, se ne torna a casa. Ieri, l’epilogo, col verdetto del Csm: sospensione dalla funzione e dallo stipendio. E quando se le dimenticherà, quelle fotocopie? E quando se le dimenticherà, quelle fotocopie? E quando se le dimenticherà, quelle fotocopie? E quando... Gian Antonio Stella