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 2003  luglio 18 Venerdì calendario

I neocon ”all’amatriciana” non piacciono ad An, Secolo d’Italia, 18/07/2003 «Neocon» all’amatriciana

I neocon ”all’amatriciana” non piacciono ad An, Secolo d’Italia, 18/07/2003 «Neocon» all’amatriciana. Battuta, invero, alquanto scontata, ma inevitabile, che sorge spontanea di fronte ad un (curioso) fenomeno che sta da un po’ di tempo prendendo piede nella nostra cultura politica. Il formarsi – graduale, senza suonare le fanfare, con una certa discrezione anglosassone – di una sorta di nuovo partito degli intellettuali. Un partito, naturalmente, senza tessere, senza sedi, segretari e funzionari; un partito, soprattutto, trasversale, che non può essere facilmente ascritto a questa o quell’area politica anche se, oggi come oggi, sembra più che altro rivolgersi all’area del Centrodestra. è fenomeno, al di là di ogni facile ironia, innegabilmente interessante: un fatto nuovo – si potrebbe dire: finalmente – in un panorama politico, quello italiano, che di novità tende sempre a conoscerne ben poco. O, quando le riconosce, finisce col soffocarle ancora nella culla. Questo, invece, ci sembra che stia prendendo, passo dopo passo, sempre più piede. Non siamo ancora alla funzione di uno, o più grandi think tanks, ma poco ci manca; e, certo, una qualche influenza, o per lo meno suggestione, sulla politica concreta e sull’opinione che conta comincia ad esercitarla. Che è già molto più di quanto sia mai riuscita a fare - o a contare - la famosa Sinistra dei Club, sorta un decennio fa dai vaniloqui di Micromega e rapidamente dissoltasi alla prima prova dei fatti. Questo per dire che siamo di fronte ad una realtà politica in crescita sulla quale scherzare è certo lecito, ma che altrettanto certamente merita di essere, per altro seriamente, analizzata. E allora veniamo ai fatti. Vi è, come dicevamo, una nuova corrente che si sta diffondendo nella cultura politica italiana. Una corrente che coinvolge intellettuali, giornalisti di grande prestigio e trova crescente spazio ed ospitalità sulle testate, della stampa e della televisione, che contano e che, per di più, sembra godere di un notevole appoggio editoriale. è una corrente che si rifà, più o meno esplicitamente, ai neoconservatori americani. Anzi si può dire che sia sorta proprio per, indiretto, influsso di questi, a partire dall’interesse che il nuovo fenomeno della politica Usa ha cominciato da un paio d’anni a questa parte a suscitare anche da noi. Interesse pienamente giustificato. I «neocon» rappresentano indubbiamente il fenomeno politico-culturale più rilevante dell’ultimo decennio; per di più, la loro crescente influenza sulle scelte e le strategie dell’Amministrazione Bush - a partire, soprattutto, dall’11 settembre - non poteva non accrescere l’interesse in ogni parte del globo. E, quindi, anche in Italia. Ora, però, questo, giustissimo, interesse tende a tradursi in qualcosa di ben diverso. In una sorta di tentativo di rieditare e imitare l’azione, oltre che le idee, dei «neocon» americani. Prospettiva che, certo, non poteva non apparire a molti come ricca di suggestione. A molti intellettuali italiani, soprattutto, che da un decennio circa stentano, nella marea che ha sconvolto il quadro politico e culturale italiano, a ritrovare un loro ruolo ed una loro precisa collocazione. Intellettuali, in particolare, quasi tutti orfani della sinistra che fu, ancora orgogliosi del loro passato, ancora legati ad una certa forma mentis e da antiche solidarietà e sodalità. Ma, al contempo, ormai lontani dall’attuale sinistra politica, sia nella sua versione istituzionale e moderata, sia in quella estrema dei no-global e dei nostalgici del comunismo. Intellettuali potremmo dire – con una semplificazione che non ci piace, e che a loro dovrebbe piacere ancor meno – che hanno finito con il ricollocarsi a destra dello schieramento politico. Una destra che nulla ha a che vedere con An e in fondo neppure con Forza Italia, ma piuttosto si configura come una generica, e vaga, area politica moderata. E che è, soprattutto, una sorta di terra di nessuno, di deserto che attende solo di essere fecondato e coltivato. Che attende, insomma, un nuovo ceto intellettuale che le dia, finalmente, dei contenuti. Un iter che non poteva non avvicinare questi nostri clerici vagantes ai «neocon». è infatti vero – o almeno vero solo in parte, ma da noi comunque tale aspetto viene sempre più enfatizzato – che i maggiori esponenti del neoconservatorismo Usa hanno un passato decisamente di sinistra. E neppure solo di una sinistra liberal – per la quale pure sono in gran parte transitati -, ma addirittura di una sinistra estrema, gruppi intellettuali trotzkisti che negli anni ’80 hanno cominciato una rapida muta, per finire con lo sposare il reaganismo e l’idea di una nuova rivoluzione democratica universale. Percorso suggestivo per chi da noi, ancora nel decennio ’80/’90, militava, o simpatizzava per le esperienze più svariate dei gruppettari; suggestiva soprattutto, per gli ex-ragazzi di Lotta Continua, oggi tutti rampanti manager e brillanti giornalisti in carriera, mai immemori, però, dei legami trascorsi. Una rete fitta di legami, solidarietà, amicizie, ambizioni che cercava, soltanto, un nuovo medium per esprimersi. E che sembra averlo trovato. è nato così questo nuovo partito intellettuale trasversale, che ha dato buona e crescente prova di sé nel corso delle crisi della guerra afghana e di quella per l’Iraq. Un partito che ha il suo punto di riferimento nel ”Foglio” di Giuliano Ferrara, attivissimo nel promuovere e nel divulgare la cultura e le idee dei «neocon», da Ledeen a Kagan, e, soprattutto nel tradurle per la realtà italiana. Un partito che, al contempo, trova adepti e simpatizzanti nei maggiori quotidiani e settimanali italiani, dalla ”Stampa” a ”Panorama”. E che gode, per molti aspetti, se non dell’appoggio, almeno delle simpatie del Principe; un Principe che tuttavia viene a volte anche criticato, sempre comunque stimolato dalle penne dei «neocon» nostrani, la cui palese ambizione è quella di giungere in Italia ad esercitare un ruolo consimile a quello dei loro modelli statunitensi nei confronti di Bush e della sua Amministrazione. Senza, per altro, precludersi ogni possibilità di dialogare – e quindi influenzare – anche quell’area più moderata della sinistra d’opposizione, che non sembra essere a sua volta impermeabile a certe suggestioni. Fin qui, tutto bene. Portare idee nella politica italiana è sempre buona cosa, anche perché di idee oggi, a destra come a sinistra vi è certo gran bisogno. E nessuno scandalo per i trascorsi sinistri di questi neoconservatori in pectore: non è una novità, anzi si potrebbe dire che è una costante della storia italiana che uomini formatisi a sinistra finiscano poi per assumere ruoli rilevanti a destra. Sempre che, in queste accezioni, sia ancora lecito usare termini come destra e sinistra. Quello che non ci convince è, però, l’impostazione di fondo di questa svolta culturale. Un’impostazione che vede una, contraddittoria, sintesi tra valori ed istanze di una certa sinistra liberal e scelte di politica internazionale decisamente neoconservatici. E, soprattutto, una pressoché totale adesione al modello americano. Intendiamoci con questo non vogliamo certo esprimere un antiamercanismo strisciante e viscerale, né negare l’importanza della cultura «neocon» americana. Anzi, abbiamo dato proprio in questi anni sulle pagine del ”Secolo” prova che per questo fenomeno nutriamo l’interesse più intenso e non siamo pregiudizialmente ostili a molti, interessanti, assunti del pensiero neoconservatore. Tuttavia a lasciarci perplessi è la pretesa di tradurre, in modo acritico, in Italia queste idee e soprattutto certe strategie di politica internazionale. Insomma la pretesa di creare una sorta di partito americano, come, con il solito tempismo, stanno cercando di fare i radicali, che giusto pochi giorni or sono hanno presentato il saggio programmatico Uno shock radicale per il 21 secolo, sorta di breviario per una rivoluzione democratica, di chiara impostazione neocon, italiana. Abbiamo, infatti, l’impressione che molti dei fautori di queste posizioni sognino una nuova stella sulla bandiera Usa, e che, mossi da tale sogno, perdano di vista la realtà. Realtà italiana, che, certo, ha bisogno, e bisogno urgente, di nuova linfa vitale, di nuove idee che rivitalizzino un quadro politico asfittico. Ha bisogno di nuovo slancio, di nuova passione. Ma che queste non può importare, semplicisticamente, dall’estero, pena la fine – ricordate? – dei vaneggiamenti e vagheggiamenti veltroniani di un futuro partito democratico italiano. Che è finito nel nulla, anzi, nel ridicolo. La politica italiana ha, forse, davvero bisogno di una nuova destra delle idee, di un suo neoconservatorismo capace di conciliare tradizione e modernità. Ma non può trovarlo semplicemente importando e imitando i modelli americani. Tutti gli stimoli sono benvenuti; quello che, però, alla fin fine conta, è il saper trarre da se stessi, dalla propria storia e coscienza nazionale le forze e le idee guida. Senza preclusioni preconcette, ma anche senza inconsci servilismi. E questo è ben che ce lo ricordiamo tutti. Soprattutto in quella destra che dovrebbe cominciare a dare più spazio alla propria cultura ed alla propria capacità originale di elaborare idee e strategie. Invece di continuare a dare ascolto a sirene che le sono naturalmente estranee. Andrea Marcigliano