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 2003  luglio 09 Mercoledì calendario

L’arte dei caudillos previdenzali: da Longo a Cofferati, La Stampa, 09/07/2003 C’è un metodo sicuro per perdere il consenso: toccare le pensioni

L’arte dei caudillos previdenzali: da Longo a Cofferati, La Stampa, 09/07/2003 C’è un metodo sicuro per perdere il consenso: toccare le pensioni. E a volte basta solo parlarne. Dalla metà degli Anni Settanta, ormai, è un continuo di piani di controllo, accertamenti, divieti di cumulo, tagli, revoche, tetti, congelamenti, disincentivi. E tuttavia la storia politica dimostra che chi mette mano al sistema della previdenza è condannato a pentirsene. Alle elezioni del 1992 il ministro uscente Guido Carli, che aveva espresso il proposito di una timida ristrutturazione, venne immolato sul freddo altare pensionistico nel collegio Genova IV. Ma non si tratta solo di sacrifici personali. In nome del rigore, la Dc di De Mita perse milioni di voti nel 1987; così come, 13 anni dopo, la sconfitta del governo D’Alema alle regionali fu dovuta anche a certe uscite sulla previdenza. Uscite forse un po’ baldanzose, e probabilmente incaute, comunque tali da far insorgere «il dottor Cofferati», come lo chiamò in quell’occasione il suo compagno di partito D’Alema. Per le stesse ragioni, chiunque difenda le pensioni acquisite e i pensionati in preda all’ansia appare destinato a una grande popolarità. Caudillo previdenziale fu nei primi anni ottanta il segretario del Psdi Pietro Longo, ai danni della «controriforma» dell’allora ministro Scotti. Longo riempiva i teatri di vecchietti indignatissimi (per quanto i giornali ostili scrivessero che li arruolava tra le comparse di Cinecittà). Lui li rassicurava attizzandoli, quelli lo proclamavano «il nostro protettore» e un’anziana dipendente del Provveditorato di Roma gli dedicò addirittura un’ode, declamata in verità tra qualche sghignazzo di cronista all’Adriano. Ma c’è poco da scherzare perché in tempi più recenti, ma sempre in tema di caudillos, il ministro del Lavoro Mastella divulgò in una trasmissione di Vespa il proprio numero privato, offrendosi di rispondere personalmente ai dubbi degli italiani sulle pensioni. E insomma, la cosa più conveniente per un politico è trasformarsi nel paladino della più ferma intangibilità. Così anche Berlusconi, arrivato per la prima volta a Palazzo Chigi, cercò di cavalcare la tigre, a suo modo. Raccontò quindi della preoccupazione di una delle sue tante zie, e di come lui l’avesse a tal punto rasserenata sui diritti acquisiti da meritarsi anche per quell’anno una certa torta con le candeline. Era il settembre del 1994, e poco dopo la Cgil organizzò un picchetto di mamme e di zie alla Galleria Colonna. Il mese dopo partì la riforma Dini, e a novembre scesero in piazza in tre milioni. «Questo vuol dire che altri 17 sono rimasti a casa» si consolò il Cavaliere. «Ma no, erano tre milioni - lo corresse D’Antoni - perché non c’è una piazza altrettanto grande, altrimenti sarebbero venuti pure loro». Ecco. Nulla più delle pensioni evoca l’idea tremenda delle moltitudini reali. Intere porzioni di elettorato che diventano mobili e si offrono a chi sappia tranquillizzarle. Magari ripristinando i vincoli, oggi quasi dissolti, della rappresentanza; magari costruendoci su un sistema di potere. Erano milioni e milioni, per dire, le pensioni d’invalidità del Mezzogiorno, monumento all’assistenzialismo di un partito, la Dc, «capace di mettere scientificamente a frutto le proprie più laceranti contraddizioni fino a renderle irrilevanti e indifferenti», come ha scritto Marco Follini. «Non è clientelismo - andava ripetendo Remo Gaspari - è carità cristiana». Ma, fatta salva la buona fede degli antichi Dc, era difficile far quadrare Gesù Cristo con uno scambio mortificante per cui ci si dichiarava invalidi, cioè certificatamente menomati, pur di avere in cambio qualche centinaia di migliaia di lire. Ma nuovi orizzonti di perversione previdenziale si stagliarono all’orizzonte dopo che alle pensioni autonome (per complicare la giungla) e a quelle di finta invalidità vennero a sommarsi quelle baby. Protagonista della pensioneide italiana diventò così la bidella-tappezziera di Messina: nata nel 1951, operaia in una tappezzeria a 15 anni, poi supplente bidella nel 1977 ed entrata nel ruolo nel 1982, dopo quattro mesi presentò la domanda di pensione e con il dovuto ricongiungimento smise di lavorare a 31 anni. Un caso estremo, certo. Ma nel 1998 (fonte: L’Italia degli sprechi, di Raffaele Costa), specie al Nord, gli italiani andati in pensione in anticipo erano 3 milioni e 200 mila. Di questi, più della metà non avevano ancora raggiunto l’eta pensionabile, il che vuol dire che si tratta di gente che sta ancora bene, fa acquisti, si interessa, viaggia, protesta, vive. è il pezzo d’Italia - un tempo si sarebbe detto un «blocco sociale» - su cui, chiaramente, punta oggi la Lega. Difficile convincere chi vuol seguire questa strada della necessità di tagli. Tanto più in presenza di pensioni che sempre l’onorevole Costa distingue tra «privilegiate» e «super-privilegiate». I politici naturalmente compaiono in entrambe le liste, spesso con l’aggravante delle cumulabilità, circostanza quest’ultima che rende prevedibile la fuoriuscita dei consueti elenchi di super-pensionati della politica. Ieri un appetizer virato su personaggi del centrosinistra è comparso su ”Libero”: Scalfaro, Amato, Dini, Maccanico e Mancuso. Ma ce n’è per tutti. Prevedibile è anche la retorica sospettamente giovanilistica che accompagna, talvolta con una enfasi degna di miglior causa, i progetti di riforma previdenziale che colpirebbero i figli. «Un tempo - diceva Amato - i padri si levavano il boccone di bocca». «I nostri nipoti ci malediranno» incalzava Formica. Ma dopo tutto si restava in famiglia. Filippo Ceccarelli