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 2003  luglio 01 Martedì calendario

Il proporzionale virtuale che attanaglia l’Italia, Il Sole 24-Ore, 01/07/2003 Il quadro di riferimento di quella che comunemente viene chiamata Seconda Repubblica, e della quale, ancora recentemente, si è auspicato il superamento per passare alla Terza, consiste ancora nel sistema elettorale maggioritario, una sorta di restituzione dello scettro al popolo, il vero principe al quale la Costituzione attribuisce la sovranità

Il proporzionale virtuale che attanaglia l’Italia, Il Sole 24-Ore, 01/07/2003 Il quadro di riferimento di quella che comunemente viene chiamata Seconda Repubblica, e della quale, ancora recentemente, si è auspicato il superamento per passare alla Terza, consiste ancora nel sistema elettorale maggioritario, una sorta di restituzione dello scettro al popolo, il vero principe al quale la Costituzione attribuisce la sovranità. Le elezioni, si dice, determinano chi deve governare tutta la durata del mandato, tanto più quando, come nelle ultime votazioni, il nome dei candidati figurava nei simboli elettorali. Ma ciò basta? Come non ricordare l’analogia degli argomenti usati dai fautori del maggioritario nel ben noto referendum del 1993 rispetto a quelli che, nel primo quarto di secolo passato, usavano Luigi Sturzo e Piero Gobetti a favore del proporzionale e contro il maggioritario (sia pure a doppio turno) che aveva accompagnato il Risorgimento e la sua prosecuzione nell’Italia dei notabili? Io preferisco pensare che rimaniamo ancora , malgrado tutto, inchiodati alla Prima Repubblica e mi domando se siamo sicuri di trovarci in un vero sistema maggioritario. Sul piano formale è senz’altro così: ma vi sono tutte le condizioni politiche e istituzionali di un sistema maggioritario? Mi sembra del tutto trascurabile a questo fine il problema della cosidetta riserva di quota proporzionale, che come si è visto anche nelle ultime lezioni, non sposta i risultati elettorali. Quello che conta, invece, è la natura di maggioranza di coalizione che caratterizza il nostro sistema, e la forma-partito. I sistemi maggioritari operano, almeno nei Paesi abitualmente portati a modello, sulla base di partiti dalla incontrovertibile identità, e non di coalizioni. Penso che in Italia il maggioritario abbia una sorta di accompagnatore occulto che lo segue e proietta su di esso l’ombra della sua vera identità: l’ombra di quello che è stato definito proporzionale virtuale. In effetti nella coalizione che si presenta alle elezioni, anche se con l’indicazione di un unico leader, coesiste un insieme di partiti e di gruppi. Forti del peso decisivo della quantità marginale dei suffragi ai fini della vittoria della coalizione nei singoli collegi, essi pretendono, in sede di divisione delle candidature nei collegi uninominali, una ripartizione delle chances, proporzionale ai rapporti di forza percentuali che loro accreditano i sondaggi. Ne consegue, a elezioni avvenute, una continua ricerca di visibilità e di identità: si riproduce, a livello di coalizione, e quindi a danno dell’efficienza dell’azione di governo, la scarsa capacità di decidere tipica del vecchio sistema proporzionale. Le mort saisit le vif si dice in Francia per indicare gli effetti immediati del rapporto di successione ereditaria, e il vecchio adagio si attaglia assai bene alla nostra situazione. Da studioso di diritto comparato sono abituato a svelare i crittotipi, ciò che sta al di sotto del dato normativo e ne condiziona il modo d’essere reale. Ormai, l’ombra del proporzionale si sta allungando sul maggioritario all’italiana sino a coprirlo quasi completamente. La caratteristica che di solito viene sottolineata come elemento a favore del sistema maggioritario rispetto ai sistemi proporzionali consiste nella velocità di decisione e in una migliore e più efficiente struttura del circuito democratico di responsabilità. è dunque questa la situazione attuale del nostro paese? è lecito dubitarne perché il proporzionale virtuale ha gravemente inquinato il quadro di riferimento. è infatti facile constatare che in un rapporto di coalizione ogni partito che vi partecipa tende a esaltare la propria identità sia a livello di immagine sia a livello di risultati concreti nell’azione di governo. è come se in un coro ognuno volesse fare sentire all’esterno, chiara e distinta, la propria voce: e allora... addio coro. Le recenti vicende elettorali hanno messo in evidenza dal vivo questa situazione. Quando non ci si scontra con fronti di antagonismo totale come nelle ultime tre elezioni politiche la coesione cade e la verifica della tenuta dei singoli elementi della coalizione prevale sull’unità. Riaffiorano quindi i vizi della Prima Repubblica: a) l’incapacità di decidere; b) l’offuscarsi e l’inaridirsi del circuito di responsabilità democratica; c) il senso di frustrazione elettorale dei cittadini che porta a catalizzare i consensi su candidature con immagini di indipendenza rispetto a quelle troppo appartenenti a identità politiche. Le forze di maggioranza, si sa, si legittimano con i risultati dell’azione di governo e tanto più ciò riesce quanto più questa sa trasmettere quell’impressione di sicurezza che deriva dalla capacità d’azione di una maggioranza coesa. Quando però il leader vede diminuire il suo potere di guida nella coalizione, che tende a trasformarsi in una sorta di onere di mediazione da esercitarsi tra risse, crisi, armistizi e successive riaperture di ostilità su altri fronti, quello che doveva essere il risultato di un sistema maggioritario scivola verso un appiattimento sui riti di un proporzionale in crisi. La crescita della spinta identificativa dei diversi componenti la coalizione si riflette in una conflittualità a volte palese a volte occulta tra di essi; tende a paralizzare l’azione di governo. Da ciò una serie di ripercussioni negative, di vischiosità, di frammentazioni scoordinate, di scelte che dal livello governativo si propagano all’amministrazione, all’economia, investendo i rapporti tra potere e società. Per questo si è voluto ricordare ancora recentemente proprio dalla società civile e dal mondo economico l’esigenza di chiarezza nel decidere e di responsabilità nello scegliere. Purtroppo un discorso analogo va fatto anche in riferimento alle forze di minoranza. Per un verso, infatti, il sistema maggioritario esalta più lo spirito di antagonismo che quello di competizione, portando la politica a una rissa permanente di una parte contro l’altra, mancando ancora da noi quella sorta di divisione diacronica dei poteri che in Gran Bretagna (salvo la parentesi dei governi Thatcher) ha portato l’alternarsi di governi laburisti e conservatori soliti a succedersi senza variare radicalmente le scelte politiche di fondo. La minoranza, proprio per questo, appare dunque unita nel contrastare la maggioranza, ma fatalmente si divide (e le vicende dell’ultimo referendum sono lì a dimostrarlo) quando si tratta di mettere mano ai programmi e alla loro realizzazione. Una sorta di tatticismo occasionale prende dunque il posto di autentiche strategie. Ciò vale a maggior ragione una volta conseguito un risultato elettorale, anche in caso di vittoria (non parliamo, come dimostra finora la realtà, in caso di sconfitta) ove il problema della governabilità si potrà risolvere in presenza di un’egemonia condivisa. è come se alla frontiera tra maggioranza e opposizione si accompagnassero linee di fratture interne destinate a ricomporsi momentaneamente di fronte al potere federativo (per dirlo con Locke) derivante dallo scontro, ma tali da scomporsi, dopo, in una serie di fratture interne. Una governabilità difficile, dunque, o, come qualcuno in un eccesso di pessimismo istituzionale potrebbe dire, addirittura impossibile? Le elezioni europee il prossimo anno si terranno, come è noto, con il sistema proporzionale. Sarà allora il momento della verità e si avrà finalmente la certificazione di questa continua rincorsa alla visibilità. Ma sino ad allora tra proporzionale virtuale e proporzionale reale quale sarà la capacità di governo? E dopo? Giorgio Lombardi