Lietta Tornabuoni La Stampa, 01/07/2003, 1 luglio 2003
Katharine non voleva diventare la signora Smith, La Stampa, 01/07/2003 Da ragazza era bellissima: d’una bellezza originale, ardente e aristocratica, incantevole e diversa da tutte le bellezze del suo tempo, la divina Garbo, la carnale Jean Harlow, la cattiva Joan Crawford, la composta Norma Shearer; d’una eleganza naturale e insieme sofisticata, sicura, inarrivabile
Katharine non voleva diventare la signora Smith, La Stampa, 01/07/2003 Da ragazza era bellissima: d’una bellezza originale, ardente e aristocratica, incantevole e diversa da tutte le bellezze del suo tempo, la divina Garbo, la carnale Jean Harlow, la cattiva Joan Crawford, la composta Norma Shearer; d’una eleganza naturale e insieme sofisticata, sicura, inarrivabile. Diva amatissima, attrice brillante brava come poche, però mai interprete d’uno di quei grandi film che stanno nella storia del cinema a segnare un’epoca: mentre le commedie anche più riuscite e divertenti vengono presto dimenticate. Adesso la sua apparizione memorabile resta forse l’icona nevrotica discendente nell’ascensore interno d’una villa surrealmente lussuosa, la madre crudele innamorata del figlio morto in Improvvisamente l’estate scorsa. Carattere prepotente: quando si sposò per la prima e unica volta a ventun anni, nel 1928, con un giovane uomo d’affari e di mondanità di Filadelfia, Ludlow Ogden Smith detto Luddy (durò poco, appena quattro anni), impose al marito di modificare il proprio nome in Smith Ogden Ludlow: «Non volevo essere chiamata Smith, lo trovavo un nome deprimente: Kate Smith, per carità!». Carattere tenace: ha lavorato fin oltre il possibile. A 87 anni è apparsa in Love Affair con Warren Beatty. A 78 anni ha recitato con Nick Nolte in Agenzia omicidi il personaggio di una vegliarda stanca di vivere che si rivolgeva a un killer professionista per venire uccisa. A 74 anni ebbe il quarto Oscar per Sul lago dorato interpretato con Henry Fonda (gli altri Oscar erano stati per il suo terzo film Gloria del mattino nel 1933, per Indovina chi viene a cena accanto a Spencer Tracy nel 1967 e nel 1968 insieme con tutti gli attori de Il leone d’inverno, film in cui, figuriamoci, Anthony Hopkins debuttava nel cinema). A 68 anni fece il suo primo western a fianco di John Wayne, il terribile Torna El Grinta. A 60 anni il suo primo musical, Coco, impersonando Coco Chanel. Ma già prima aveva affrontato con pragmatismo e forza i personaggi più tristi per una star ex meravigliosa, quelli di donna sola invecchiata e innamorata: Tempo d’estate con Rossano Brazzi, Il mago della pioggia con Burt Lancaster, La Regina d’Africa con Humphrey Bogart. Carattere brutto, per il costume di Hollywood: la definivano intrattabile e indomabile, capricciosa, asociale. Alle donne come lei non erano abituati. Colta e progressista, nata nel Connecticut in una delle grandi famiglie del Sud impoverite dopo la guerra di Secessione, figlia d’un chirurgo famoso e d’una suffragetta militante, Katharine Hepburn era cresciuta tra le battaglie civili condotte dai genitori per il controllo delle nascite e per il voto alle donne, in un’atmosfera di grande libertà intellettuale e di dura disciplina fisica: letture serali ad alta voce di testi di Emerson o Shaw; nuoto, tuffi, golf, tennis, salti mortali, atletica, nutrizione controllata e tutti gli esercizi (verticale, marcia sulle mani) utili a perfezionare l’uso del corpo come strumento efficiente e a porre in lei le radici perenni di un salutismo spietato. Ostilità e maldicenza non la turbavano: «Ci eravamo abituati presto a venir snobbati dai reazionari». Finta semplice, convinta sempre d’aver ragione, capace di pretendere e ottenere rispetto dai produttori, giudicata subito da George Cukor nel 1932 «una ragazza di buona famiglia, un po’ snob e totalmente insicura», arrogante nei modi e unica («Come lei non c’è nessuna», diceva Billy Wilder), Katharine Hepburn era tuttavia pure una finta ribelle. Diversa da ogni star, certo: rarissime interviste, rimproveri ai cacciatori d’autografi, silenzio sulla vita privata, sempre in giro in pantaloni, con pochi amici tra i cineasti e molti tra gli intellettuali, invitata a prendere il tè dal presidente degli Stati Uniti Roosevelt. Però anche amica del produttore più potente Louis B. Mayer, amante dell’agente Leland Hayward, amante del produttore-industriale più tirannico Howard Hughes («Tutti e due venivamo da un ambiente ”giusto”, eravamo cresciuti negli agi e divorati dal desiderio di celebrità»), assente nelle questioni politico-sociali: la sua carica polemica si esprimeva soprattutto nell’ottenere privilegi per se stessa e nel recitare personaggi femminili forti, brillanti, indipendenti e spesso vincenti in bellissime commedie dirette da Cukor sull’eterna guerra dei sessi quali La costola di Adamo, La donna del giorno, Susanna, Scandalo a Filadelfia. Hollywood non la amava. Dorothy Parker ideò per lei, dopo un fiasco teatrale, la formula tante volte copiata in seguito, «sa esprimere tutta la gamma delle emozioni, dalla A alla B». I produttori la soprannominavano Box Office Poison, inserendola in una lista nera fasulla degli attori di sicuro insuccesso commerciale inventata per punire i disobbedienti e quelli «moralmente indesiderabili». Il pettegolezzo la voleva lesbica o almeno bisessuale, e l’accusa di essere troppo «boysh», mascolina, le fece perdere dopo un magnifico provino l’occasione di interpretare Via col vento. Lei replicava con l’indifferenza o con battute sprezzanti: «La Stuarda era un’oca», commentava per spiegare la poca riuscita di Maria di Scozia; del troppo sentimentale Tempo d’estate diceva: «In realtà è la storia di David Lean a Venezia»; di John Wayne parlava come d’un cavallo: «Spalle larghe, petto poderoso, buone gambe, sedere magro...». Nel 1942, sul set de La donna del giorno di George Stevens, incontrò Spencer Tracy, accanto al quale avrebbe interpretato nove film. Se ne innamorò e lo amò per oltre un quarto di secolo, formando con lui una coppia esemplare: «Avevo trentatrè anni quando l’ho conosciuto. Un divo di autentico valore. Era già sposato, e a me non interessava sposarmi. L’ho amato: non mi è stato facile, perché sono decisamente egocentrica. Avrei fatto qualsiasi cosa per lui. Non lo avrei mai lasciato. Ero sua. Volevo che fosse felice». Quando arrivò l’infelicità della malattia, per cinque anni lei smise di lavorare per assisterlo, alternandosi alla moglie di lui Louise. Tornò sul set soltanto con lui in Indovina chi viene a cena, non si allontanò da lui fino al giugno 1967 della morte. Dopo le rimase il lavoro, portato avanti nonostante i tremiti e i tormenti del morbo di Parkinson, e la fedeltà al principio superbo di sempre: «Voglio essere, per tutti, soltanto me stessa». Lietta Tornabuoni