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 2003  luglio 01 Martedì calendario

Benjamin sognò un scialle, Derrida lo usò per danzare, il Giornale, 01/07/2003 Jacques Derrida, filosofo danzante, teoreta spericolato, oratore spettacolare, si appende al lembo di uno scialle sognato da Walter Benjamin per librarsi nelle sue evoluzioni speculative

Benjamin sognò un scialle, Derrida lo usò per danzare, il Giornale, 01/07/2003 Jacques Derrida, filosofo danzante, teoreta spericolato, oratore spettacolare, si appende al lembo di uno scialle sognato da Walter Benjamin per librarsi nelle sue evoluzioni speculative. E ha pure l’arditezza di intitolarle a quel Fichu. «Fisciù» in italiano: parola ricalcata sul francese (imparentata, per origine, alla «sciantosa») che sta per la «sciarpa», il «grande fazzoletto» o «foulard» con cui le donne sogliono ornarsi petto e spalle. Una parola ben poco filosofica, certo niente affatto accademica, promossa però alla dignità del pensiero dal meno accademico dei filosofi. Non era in ogni caso dalla cattedra che il maestro franco-algerino (cui i cattedratici di Cambridge nel 1992 rifiutarono la laurea ad honorem proprio per l’audacia di un lavoro «privo di chiarezza e rigore»), raccontava di sogni e parlava di frivoli accessori femminili. L’occasione, che non avrebbe richiesto un sussiego minore di quello della lectio universitaria, era il conferimento del Premio Adorno destinato a chi, come Derrida (e, prima di lui, Jürgen Habermas, Pierre Boulez, Jean-Luc Godard), sa muoversi «trasversalmente nei campi della filosofia, delle scienze sociali e delle arti». La cerimonia si tenne a Francoforte, nel fatidico settembre 2001, il 22 del mese: con 11 giorni di ritardo su quell’11 che, prima di segnare la data funesta del crollo delle Twin Towers, evocava meno tristemente l’anniversario di Theodor Wiesengrund Adorno (nato appunto l’11 settembre 1903). Derrida, che per forza maggiore (era in viaggio a Shangai) aveva dovuto rimandare l’appuntamento francofortese con la premiazione, non mancò tuttavia, pronunciando il suo discorso, di ribadire l’ormai doppio significato della data inizialmente prescelta. Ispirò la sua intera prolusione alla memoria di un riconosciuto maestro («voci in me - ammise - sembrano dirmi: ”Non sei forse un erede della scuola di Francoforte?”». E continuò: «Sono felice oggi, grazie a voi, di potere e dovere dire sì al mio debito verso Adorno»). Non poté poi fare a meno di aggiungere al testo che leggeva in tedesco e che aveva scritto in francese e tradotto un mese prima (del viaggio in Germania e del crollo delle torri) un riferimento alla catastrofe newyorchese appena avvenuta. «La mia compassione assoluta per le vittime dell’11 settembre non mi impedirà di dirlo: non credo all’innocenza politica di nessuno in questo crimine. E se la mia compassione per tutte le vittime innocenti è senza limiti, non si ferma nemmeno a quelle che hanno trovato la morte l’11 settembre negli Stati Uniti. questa la mia interpretazione di quella che da ieri, secondo la parola d’ordine della Casa Bianca, viene chiamato ”giustizia infinita”: non discolparsi dei propri torti e degli errori della propria politica, anche quando se ne paga il prezzo più terribile, al di fuori di ogni proporzione possibile». Così parlò Derrida. A caldo, a braccio, «in tutta fretta». Smentendo così, nell’improvvisazione, la fama di pensatore oscuro che lo fa degno dello Zarathustra di Nietzsche. La sua posizione verso l’operazione militare che il presidente Bush aveva in quei giorni definito ”Giustizia infinita” non poteva infatti essere più chiara. Ma al di là dell’occasionale (e fatale) riferimento all’attualità, l’intera concezione della sua conferenza era percorsa da una preoccupazione di carattere politico. E che fosse formulata à la Derrida, in equilibrio sui margini di un sogno, sull’orlo di uno scialle, era una scelta tutt’altro che pretestuosa e gratuitamente retorica. Adesso, au ralenti, con la lentezza concessa dalla lettura, si possono seguire le sue acrobazie interpretative, trascritte nel volumetto che Bompiani ha appena pubblicato con il titolo Il sogno di Benjamin (56 pagg. 5 euro). E si può osservare, al rallentatore, l’impeccabile esattezza della sue mosse. Eccolo dunque afferrare il bandolo del fichu. Lo trova in una lettera che Benjamin scrisse in francese a Gretel Adorno, moglie di Theodor («Teddie» per l’autore di Angelus Novus), il 12 ottobre 1939. «Questa notte – raccontava meno di un anno prima del suicidio, dal campo di lavoratori volontari di Nièvre, dove si trovava internato, - ho fatto sulla paglia un sogno così bello che non posso trattenermi dal raccontartelo». Sogno felice. Sogno di scrittura. «Ricamato attorno al motivo del leggere» che periodicamente visitava le sue notti. Quella volta gli apparve una stoffa preziosamente decorata di immagini. La sola però che il filosofo dormiente poté decrittare fu l’elegante figura grafica della lettera «d», di «lunghezza affilata», rivelatrice di «un’aspirazione estrema alla spiritualità». Era la sua iniziale: la cifra di quel Walter Benjamin che scrivendo agli amici o ricorrendo a pseudonimi si firmava Detlef. Walter-Detlef, dunque, nella visione onirica diceva testualmente: «Il s’agissait de changer en fichu une poésie». Si tratta di mutare in scialle una poesia. Poi si destava emozionato: «Non riuscii a riaddormentarmi per varie ore. Era per la felicità. E ti scrivo per farti condividere quelle ore». Il microracconto epistolare, lieto e grazioso, enigmatico e ammaliante, non poteva non attrarre come un magnete la curiosità del maestro della decostruzione. Senza nulla aggiungere al testo di Benjamin, Derrida lo apre, lo sgrana, ne estrae il ritaglio di stoffa ricamata e ne moltiplica le significazioni (Il fichu è declinato al plurale nel titolo originale del saggio derridiano: Fichus, uscito per le ditions Galilée nel marzo 2002). La poco filosofica parola ha infatti, in francese, diversi significati. Oltre al suddetto capo d’abbigliamento significa «cattivo», «perduto», «condannato». E, più comunemente, «fottuto». Come non alzare le sopracciglia leggendo l’autografo di Benjamin che, un anno prima del settembre 1940 in cui, nel versante spagnolo del paesino di Port Bou, subito dopo aver passato il confine, si tolse la vita per non cadere nelle mani dei tedeschi, scrive testualmente «je suis fichu»? Sono io il fichu, sono io il fottuto, diceva Benjamin in francese: la «d» non lasciava margini di equivoco. Molto più che un autobiografico presagio legge però Derrida in quella frase. Vi legge il disagio dell’espatriato che (come Adorno nell’esilio americano) è costretto a rifugiarsi e a esprimersi in una lingua straniera. Vi legge la differenza di una lingua, quella del sogno, che appare tanto più straniante e spaesante a chi la interpreta secondo i codici della veglia. Ne scioglie il filo di Arianna (il fichu/poésie) che, intrecciato sull’idioma dei poeti, stringe insieme «in radicale alleanza» filosofia e letteratura e introduce agli onirici arcani. Ne sviluppa l’ipotesi di una lingua del sogno, un illuminismo paradossale, che avvii un «pensiero altro» e un «pensiero dell’altro». Anche in senso politico. Quando infatti Derrida sottolinea l’urgenza di contrastare «le egemonie linguistiche» (e pensa all’angloamericano egemone «già per Adorno» come «lingua internazionale di comunicazione») e di «salvare - rinunciando alle vecchie armi arrugginite del nazionalismo - le differenze regionali e nazionali», allude esplicitamente «all’avvenire politico dell’Europa e della mondializzazione». E, lui che negli Usa è un guru accademico, ultimamente un divo cinematografico, e certamente l’ultimo francese amato dagli americani, pensa alla ”Giustizia Infinita” del presidente Bush. Alessandra Iadicicco