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 2003  giugno 26 Giovedì calendario

Quando al Tour si correva ogni quattro giorni con tappe di 500 km, la Repubblica, 26/06/2003 Il Tour de France raggiunge, quest’anno, il secolo

Quando al Tour si correva ogni quattro giorni con tappe di 500 km, la Repubblica, 26/06/2003 Il Tour de France raggiunge, quest’anno, il secolo. Nella Place de l’Hotel de Ville, a Parigi, ho veduto i festeggiamenti del suo Cinquantenario. Il caposervizio della pagina sportiva de ”Il Giorno”, al quale appartenevo, e del team di quel Tour era Gianni Brera. A suon di musica, ricordo, sfilarono gli antichi vincitori. Una schiera affatto sparuta, di gente ancora gagliarda: salda, disse patron Jacques Goddet, come mura. In testa, i baffi sale e pepe, il viso acceso e rubizzo di Maurice Garin. Applauditissimo, Garin passò davanti alle autorità, si drizzò sul manubrio, fece il saluto militare. «Sono nato ad Arvier», ci disse, «nella Vallée d’Aoste. Mio padre era un patelin, un calderaio, del 1871, emigrato in Francia per sfuggire alla fame. è stata una buona scelta. Io avevo 15 anni. Nei sobborghi di Lilla, a Lens, dove attacca il ”pavé” della Roubaix, ho cominciato a lavorare da ramoneur, da spazzacamino. Era mio destino, prima mangiare la fuliggine e poi, da corridore, la polvere». «Quando ”père Desgrange” nel 1903, lanciò il primo Tour io avevo già vinto due Parigi-Roubaix, la Bordeaux-Parigi e la corsa più lunga del mondo, la Parigi-Brest-Parigi, 1.200 km, in una unica tirata. Arrivai al Parc des Princes sei ore avanti il previsto. Non volevano credere che io fossi il primo arrivato. Era tre giorni che non dormivo: il custode mi portò un catino d’acqua e una fetta di pane e lardo». «Anche se amo il bianco, un bicchiere di vino rosso giù per la strozza, mi fece piacere. In quel primo Tour non si correva mica tutti i giorni. Le tappe erano lunghissime, da 400 a 500 km. Fra l’una e l’altra ci fermavamo quattro, cinque giorni. Io vinsi la prima tappa, con due ore di vantaggio sul secondo, la Parigi-Lione, 467 km. Ho dormito quattordici ore. Ho mangiato nella sosta due polli, tre bistecche, una frittata uso famiglia numerosa. E ho bevuto due litri di vino. Sono uscito dall’osteria e ho comprato una canna da pesca e mi sono recato sulle rive del Rodano. C’era tutto il tempo». «Le nostre biciclette pesavano quindici chili: avevano un solo freno sulla ruota anteriore: niente ruota libera: ”fisso”, moltiplica metri 5,85, per pianura, salita, discesa. Quando un sasso o un chiodo ci metteva a terra, era la volta di un tubolare nuovo e quando non ne avevamo più ci fermavamo a rappezzare». «Quanto guadagnavate?», gli domandò Vittorio Varale, che mi aveva accompagnato da Garin. «Un primo posto al Tour de France, fruttava 12 mila franchi: alla Parigi-Brest-Parigi, 20 mila». Un inviato, al quale le inesattezze davano il mal di mare, tradusse in cifre: «Mille marenghi, all’attuale prezzo dell’oro, fanno 5 milioni e 800 mila lire». Insomma, sulla valutazione di Garin: un discreto lenzuolo di terra e una piccola... casa di campagna. Maurice Garin andava fierissimo di un dagherrotipo dell’epoca dei nostri nonni: il famoso prefetto di Parigi, monsieur Lapine, con la tuba e in redingote che gli stringe la mano all’arrivo, al Parc: «Ho conservato il passaporto italiano e ho fatto la guerra, sono un veterano della Grand’Armée». Garin, lo spazzacamino, e Ottavio Bottecchia, il carrettiere, sono gli aristocratici del Tour de France. Gli annali indicano Ottavio Bottecchia quale primo vincitore italiano del Tour, trionfò due volte (nel ’24 e nel ’25). Ebbene se il grande Ottavio, friulano, allora fosse stato ancora al mondo - è morto tragicamente e misteriosamente nel ’27 - avrebbe appreso, con qualche rincrescimento, che un connazionale suo, l’aostano Garin, nel 1903, lo aveva preceduto di ventidue anni. Medaglia d’argento della prima guerra mondiale (’15-’18), Bottecchia aveva classe anche d’uomo. In una imboscata di quell’orribile guerra di trincea, gli austriaci gli avevano soffiato la bicicletta militare. «Una medaglia e io gliela vado a riprendere» disse al suo capitano. Una notte, tagliò il reticolato che lo fronteggiava, irruppe fra due ”bosch”: li stese con un cazzotto, afferrò la ”spicciola”, rientrò fra i compagni. «Gli austriaci ci salutavano ogni notte dall’altro fronte, con un irridente ”bona note, porci italiani!”. E noi: bonanotte fioi de’ cani. Il mattino, gli mostrammo dalla nostra linea la mia bicicletta, con un ”venite a riprendervela, se vi riesce”. Vicino a me, un mio compagno di guerra, mi diede la voce. ”Bravo Ottavio, noi femo la guerra per slargà i confin, e io che faccio il contrabbandiere ghe perdo il mestier”». Queste cose me le aveva confidate Armando Cougnet, che con Costamagna e Morgagni aveva inventato, nel 1909, il Giro d’Italia. «La fatica disumana, era affrontata, in quei tour, in maniera, come dire?, bonaria». Si commuoveva Cougnet. «Bottecchia andava su per sentieri appena incisi sui prati delle pendenze atroci delle Alpi e dei Pirenei. Attorno c’era l’erba lucida, che sussurrava vigliaccherie infinitamente dolci: e io, a piedi, al suo fianco, un pomeriggio che temevo gli facesse scoppiare il cuore, per dargli una mano. Gli cantai una cantilena di quelle che si cantavano nei giorni tristi del dolore, nelle famiglie. Non penso che lo rincuorasse ma che gli suonasse almeno come un accento domestico. Ebbe successo». «Perché il Tour, vedi, era un’epopea di poveri e per poveri, con niente dentro che suonasse falso, come invece capita, al folklore artificiale di oggidì, che, appunto perché è artificiale, è insopportabile». Henry Desgrange, l’esprit di Henry Desgrange, al quale ancora si tende a rimanere fedeli contro tutto e tutti, è rimasto o si studia di rimanere vicino all’avo, che era Pierre De Coubertin. Desgrange praticava lo sport. Era stato il primo primatista dell’ora. Era un nietzschiano? Non so. Era il redattore-capo de ”L’Auto”, dalle cui costole, nell’immediato dopoguerra, è sorta ”L’quipe” (’L’Auto” era stata fondata dal padre di Jacques Goddet, Victor). Era un giornalista, Desgrange. Lo animava lo spirito sportivo e soprattutto l’interesse giornalistico-editoriale. Ha fondato il Tour. L’accusavano pure di ”esprit de lucre”. (Ho ancora nell’orecchio le parole di Gianni Brera, già corrispondente da Parigi della ”Gazzetta dello sport”, con i laudatores o i detrattori dei seguaci, degli eredi di Desgrange). Jean Garnault, longa manus di Goddet, che viveva ogni anfratto, ogni coulisse della ”Grande Boucle”, che mi sapeva frequentatore-amico del commissario tecnico della nazionale Alfredo Binda e dei campioni italiani Bartali, Coppi e Magni e latore delle loro proteste, garbatamente mi ammoniva. «Noi trasformiamo solitamente un povero (il vincitore) in un ricco, a volte capita che il vecchio vincitore gonfi nuovamente con la vittoria il suo portafogli. Non serve fare l’occhiolino sbirciando di traverso. Lei è giovane. Lo sappia». Mario Fossati