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 2003  giugno 08 Domenica calendario

Herr Paolini, il cameriere democristiano di Hitler, Il Giornale, 08/06/2003 A Villa Santa Maria, in Val di Sangro, si può nascere solo due cose: o cuoco o cameriere

Herr Paolini, il cameriere democristiano di Hitler, Il Giornale, 08/06/2003 A Villa Santa Maria, in Val di Sangro, si può nascere solo due cose: o cuoco o cameriere. Salvatore Paolini è nato cameriere. In una lapide all’ingresso della villetta dove abita ha scolpito la sua legge: «Se fai del bene puoi camminare e sei libero. Se fai del male sei morto senza saperlo». A 79 anni Paolini si sente più vivo che mai, nonostante ci sia in giro per l’Abruzzo qualcuno che vorrebbe fargli espiare con l’estinzione una colpa ritenuta inescusabile: è stato il cameriere di Adolf Hitler. «A scuola un insegnante di mia nipote mi ha dato del fascista, del nazista. A me, che sono sempre stato democristiano!». Per più di mezzo secolo ha avuto paura del suo passato, al punto da grattar via con la lametta le svastiche che le aquile del Terzo Reich serravano fra gli artigli su lasciapassare, timbri e altri documenti dell’epoca conservati nell’album di famiglia. Che non ami rinvangare il passato lo si deduce da un fatto: a seguire il suo racconto, forse per la prima volta privo di reticenze, si danno il turno attorno al tavolo di cucina la moglie, due figli, una nuora, un genero e quattro nipoti adolescenti. Paolini ha servito Hitler all’Obersalzberg, la località alpina fra Germania e Austria considerata la seconda capitale del Reich, dove funzionava una cancelleria come a Berlino, e poi l’ha seguito a Norimberga, al Deutscher Hof, l’hotel che nell’insegna si fregiava di ospitare «Wohnung des Führers», l’appartamento del capo del nazismo. Sulle Alpi vicino a Salisburgo, dominate dalla Kehlsteinhaus, il Nido dell’aquila, avevano la villa anche Hermann Goering e Martin Bormann, il successore designato e il potente segretario del Führer, dormiva Eva Braun, l’amante, e soggiornavano gli altri fedelissimi del dittatore: Joseph Goebbels, Albert Speer, Otto Hoffmann. Paolini ha versato la zuppa nel piatto a tutti. «Sedeva a tavola pure il medico personale, il dottor Morell, la cui camera era accanto a quella di Hitler, e una volta venne a colazione Heinrich Himmler, l’ideatore dei campi di sterminio», ricorda l’ex cameriere. L’Olocausto ebbe un grottesco prologo proprio all’Obersalzberg: il Führer ordinò la strage degli scoiattoli, perché, mangiando le uova nei nidi, lo privavano del canto degli uccellini durante le sue passeggiate nel bosco. In attesa della ”soluzione finale”, il guardiacaccia Wilhelm Nerl fu incaricato da Bormann di tenere sempre rifornite le voliere con esemplari d’allevamento e di aprirle senza farsi vedere in modo da allietare Hitler almeno all’inizio e alla fine delle escursioni. Anche Villa Santa Maria, in provincia di Chieti, sembra un nido d’aquila, abbarbicato alle pendici del monte Penna e sovrastato da un lastrone di roccia che avrebbe impressionato favorevolmente il dottor Guillotin. Di sicuro è il paese con la più alta concentrazione di monumenti viventi alla gastrostoria: da Giovanni Di Lello, che fu il cuoco della famiglia Ciano-Mussolini, a Giovanni Spaventa, che all’hotel Cipriani di Venezia mise a tavola i presidenti americani Carter, Reagan e Bush senior, quello francese François Mitterrand e il premier inglese Margaret Thatcher. invece passato a miglior vita Aquilino Beneduce, che la sera del 9 settembre ’43 sfamò re Vittorio Emanuele III e il suo seguito, in fuga da Roma verso Brindisi dopo l’armistizio. La comitiva, ospite al castello di Crecchio della duchessa Antonia Di Bovino, che era stata dama di compagnia della regina, doveva essere tutt’altro che demoralizzata a giudicare dal menù: nove portate. Paolini è stato sindaco di Villa Santa Maria dal ’77 al ’97. Passati sei anni, le vecchiette lo fermano ancora per strada e gli chiedono sconsolate: «Suind’c, ma pecché te ne si ito?». Si deve a lui la costruzione della scuola alberghiera oggi frequentata da 500 allievi. Prima i giovani del paese al massimo potevano diventare contadini o distillatori di centerbe. Purtroppo gli eredi dell’ex sindaco hanno preferito frequentare il liceo classico. «Mezzo secolo ho dovuto aspettare per vedere un nipote sulle mie orme: Luca, 28 anni, è cameriere a Venezia. E anche il fratello più giovane, Stefano, 16, promette bene: studia per diventare chef». Nel frattempo Paolini s’era consolato sposando la figlia di Camillo Finuoli, che fu il cuoco del Duca d’Aosta e accudì fino all’ultimo l’eroico viceré d’Etiopia nel campo di prigionia inglese in Kenya: «Morì di malaria. Sono ancora insieme, seppelliti uno accanto all’altro nel sacrario». Ha avuto qualche soddisfazione anche dal genero Carlo Di Lello, il papà di Luca e Stefano, che a 16 anni era già a sgobbare nella tenuta veronese del duca Luigi Filippo D’Acquarone, figlio di Pietro, ministro della Real Casa, e fratello di Cesare, assassinato dalla suocera ad Acapulco. Il nobiluomo, pur iscritto al Pci (sezione di San Martino Buon Albergo, manco farlo apposta), non disdegnava la servitù in rigatino e guanti bianchi. Come mai a Villa Santa Maria scelgono tutti lo stesso mestiere? «Questo è il paese natale di San Francesco Caracciolo. Quand’ero sindaco ho combattuto dieci anni col Papa perché lo proclamasse patrono dei cuochi e dei camerieri». Alla fine c’è riuscito? «Certo, ci mancherebbe altro! I principi Caracciolo di Napoli nel ’500 qui avevano un castello e venivano a caccia. Uno di loro, Ascanio, che poi diventò santo col nome di Francesco, s’accorse che i ragazzi del luogo cucinavano da dio la selvaggina. E se li portò come cuochi in Campania. La tradizione è cominciata così». Faceva questo mestiere anche suo padre? «No, era minatore. Nel 1898 dovette emigrare per fame negli Stati Uniti. Nonostante fosse analfabeta, in breve tempo divenne capo di 4mila minatori alla General chemical Hook company, in Pennsylvania. Tornò nel ’23 e si mangiò i pochi risparmi per curare mia madre, gravemente malata. Per cui a 14 anni io già lavoravo». Dove? «Al Nuovo Albergo, qui in paese. Cominciavo alle 6 di mattina e finivo alle 10 di sera. Il proprietario mi dava 5 lire a Natale e 5 a Pasqua. Ma io andavo lo stesso: lì almeno i pasti erano assicurati. Una volta sgrezzato, fui spedito a servizio dal principe Colonna a Roma». Si trovò bene? «Mica tanto: pagava una miseria. E siccome, oltre che imparare le lingue, volevo guadagnare di più, andai a lavorare al Diana, dov’erano alloggiati molti ufficiali tedeschi. Furono loro a procurarmi un contratto per trasferirmi in Germania». In quale città? «Alla Kurhaus di Bad Mergentheim, una cittadina termale. Lì veniva a passare le acque il direttore del Platterhof, l’albergo dell’Obersalzberg riservato ai gerarchi nazisti e collegato al Berghof, la residenza privata di Hitler, da un bunker sotterraneo. Vide che ero giovane, bello e bravo, sentì che parlavo un discreto tedesco e mi chiese: ”Vuol venire a lavorare da me al Nido dell’aquila?”. Io manco sapevo di che stava parlando. [...] Finisco la stagione qui e vengo, gli risposi. ”D’accordo. Intanto mi fornisca i suoi dati anagrafici, così le preparo i documenti”, replicò lui. A mia insaputa, prese informazioni in Italia: voleva verificare che fossi di razza ariana. I miei si videro arrivare i carabinieri a casa e presero un grande spavento, credevano che avessi combinato chissà che cosa. I tedeschi mi guardarono in bocca, mi fecero i raggi X al petto, insomma una visita medica accurata». Com’era l’Obersalzberg? «Inaccessibile ai turisti. Il partito nazionalsocialista aveva confiscato 300 ettari di prati e boschi ai legittimi proprietari, molti dei quali finirono a Dachau per essersi opposti all’esproprio. Hitler vi era giunto la prima volta sotto falso nome nel ’23, dopo il fallito colpo di Stato a Monaco. Si faceva chiamare dottor Wolf. Qui completò la stesura di Mein Kampf e fu con i proventi del libro che poi acquistò la casetta trasformata a partire dal ’35 nel lussuoso Berghof. Io potevo arrivarci solo con questo qui, il Vorläufiger Fremdenpass, una specie di passaporto». Quante volte ha servito Hitler? «Tante. Ma non avevo affatto la percezione di vivere un evento storico, anche perché a 18 anni non è che uno pensi a queste cose. Cominciai a comprendere l’importanza degli avvenimenti quando mi accorsi che due agenti della sicurezza arrivavano prima del pranzo e assaggiavano le pietanze che avrei portato in tavola di lì a poco. All’improvviso, da una porta interna, compariva lui, il Führer. Non capivo da dove arrivasse, ancora non sapevo del camminamento segreto. Tutt’intorno alla sala si disponevano le Ss in borghese». Come vestiva? «Sempre in abiti civili. Come gli altri commensali, del resto, i quali prendevano posto stremati dalle lunghe attese. Ma appena lo vedevano, tutti scattavano in piedi». Che cosa mangiava? «Mai carne. Solo patate, verdure e legumi, molto speziati, perché un attacco con i gas mostarda durante la prima guerra mondiale gli aveva rovinato le papille gustative. E soprattutto dolci, tantissimi dolci, torte enormi coperte di panna montata». Beveva? «Poco. Un sommelier stappava bottiglie d’annata, mica vino da chiacchiere. Ma lui lo assaggiava appena. In tavola erano più numerose le caraffe d’acqua». Costringeva a mangiare vegetariano anche gli altri? «No, assolutamente, tant’è vero che Bormann, senza dare troppo nell’occhio, s’era costruito un porcile per rifornire la sua mensa. Però metteva alla gogna i carnivori». Cioè? «Una volta, vedendo Goering che con una certa avidità prendeva dal piatto di portata prosciutto al forno con i piselli, sibilò: ”Ich wute nicht dass das Schwein sein eigenes Fleisch it”, non sapevo che il maiale mangiasse la propria carne. Si capiva che Goering non era più nelle grazie del Führer». L’ha mai visto infuriato? «No. Parlava sommessamente, non alzava mai la voce. Non aveva quell’aria truce che tutti immaginano. L’atmosfera era conviviale, allegra. Lui sedeva al centro del tavolo, dando le spalle al muro, in modo che lo sguardo spaziasse sul panorama oltre la vetrata». Eva Braun partecipava ai pranzi? «Sì, come le mogli degli altri gerarchi. Ma Hitler non la faceva accomodare al suo fianco. Del resto, nel Berghof dormivano in camere separate. Fu lassù che lei lo tradì con Hermann Fegelein, ufficiale di collegamento di Himmler presso Hitler. Per starle vicino Fegelein non aveva esitato a sposare Gretl Braun, la sorella minore di Eva. [...] Scoperta la tresca, il generale delle Ss venne degradato e fucilato nei giardini della cancelleria a Berlino». Hitler s’è mai lamentato per qualche pietanza? «Impossibile. Il menù era concordato con largo anticipo e lo chef sapeva benissimo che cosa piaceva o non piaceva al Führer. Alla fine del pranzo si congedava sempre da noi con un sehr gut, molto buono». Saliva spesso al Nido dell’aquila? «No, preferiva restare giù, al Berghof. Non è che amasse molto quel rifugio a 1.834 metri di quota che Bormann gli aveva regalato in occasione del 50° compleanno. Nei piani nazisti avrebbe dovuto rappresentare l’ultimo inespugnabile baluardo del Reich. Infatti fu l’unica costruzione dell’Obersalzberg che il 25 aprile ’45 resistette al bombardamento della Royal air force. Eppure per renderglielo piacevole era stato scavato un tunnel dentro la montagna e installato un ascensore decorato con specchi, sedili di pelle, ottoni. Nell’atrio ottagonale c’era un camino in marmo verde donato da Mussolini». Lei fino a quando rimase all’Obersalzberg? «Fino al ’43. Dopodiché passai al servizio del console italiano a Monaco, Roberto De Cardone, che seguii anche a Nimes, in Francia. Ma dopo qualche tempo tornai in Germania e con le referenze che avevo in tasca mi fu facile farmi assumere all’hotel Deutscher Hof di Norimberga. Sulla facciata del quale, ai lati di una delle finestre, sventolavano due bandiere con la croce uncinata, a indicare che lì c’era l’appartamento privato del Führer. Nella sala riservata venivano a pranzo o a cena con Hitler gli stessi capi nazisti che avevo incontrato all’Obersalzberg: Goebbels zoppicante, Himmler con i suoi occhialini, Goering sempre più grasso e intristito. Noi camerieri indossavamo il frac e i guanti bianchi e dovevamo stare appoggiati al muro, vicino al tavolo di servizio». Hanno lavorato altri italiani con lei? «All’Obersalzberg no. A Norimberga uno solo, un certo Milan, che morì sotto un bombardamento mentre correva in frac verso casa per raggiungere la moglie tedesca». Erano frequenti le incursioni alleate? «E me lo chiede? Il primo allarme aereo era sempre uguale: ”Achtung, achtung, l’aviazione nemica sorvola il nostro territorio”. Il secondo precisava la zona esatta in cui si trovavano i bombardieri. Il rifugio era nelle cantine dell’albergo. Dopo essere rimasto sepolto sotto le macerie tre giorni e due notti, uscii da una bocca di lupo e decisi di scappare. Questi due souvenir vengono dalla camera di Hitler semidistrutta...». (Mi mostra, esitante per la vergogna, una specie di maniglia spezzata e una piccola scultura in ferro battuto di un Teomondo Scrofalo tirolese, raffigurante due vagabondi: uno suona la tromba, l’altro il violino). In quegli anni pensava che Hitler sarebbe diventato il padrone del mondo o che avrebbe perso la guerra? «Pensavo solo ai soldi. Un marco valeva 5, 6, 7 lire... Avevo sofferto troppo». Sapeva che stava gasando ebrei, zingari, avversari politici, omosessuali? «Qualcosa si sentiva in giro, ma non potevo farci niente. E comunque come lavoratore ero rispettato. I tedeschi mi chiamavano solo e sempre Herr Paolini, signor Paolini. Al Platterhof avevo una stanza tutta per me, con le cameriere che mi servivano. Che cos’era la Germania! Lei non può capire. Un lavapiatti, finito il turno, poteva sedersi in terrazza a prendere il tè accanto ai colonnelli. Qui da noi manco un caporale avrebbe potuto avvicinare». Ha un’idea di come fece Hitler a soggiogare un’intera nazione? «La Germania prima di entrare in guerra era alla fame. Chi la ridusse in quelle condizioni? E come mai delle 200mila vittime civili provocate dal bombardamento alleato di Dresda è vietato parlare?». Come mai? «Albero a terra, tutti a far legna». Che giudizio dà oggi di Hitler? «Per me era un uomo a posto. Con noi camerieri ha sempre usato la massima cortesia: Entschuldigen Sie, mi scusi, Danke schön, grazie mille». Sta scherzando? E allora perché lei ha grattato via le svastiche da tutti i documenti che mi ha mostrato? «Non lo so». Non lo sa? «Non mi ricordo». A posto come Saddam Hussein? «No, qul è ’n stracciunu. I tedeschi sono di un’altra pasta. Basti pensare che il feldmaresciallo Albert Kesselring chiese ai cuochi villesi che lo servivano all’Excelsior di Roma, dove alloggiava, come poteva sdebitarsi per le loro premure. Gli chiesero di risparmiare il paese natale dalla distruzione. E Villa Santa Maria fu l’unico Comune lungo la linea Gustav a rimanere intatto». Ed Eva Braun com’era? «Brava, bella e gentile». Dopo la guerra dove ha lavorato? «All’Excelsior, Lido di Venezia. All’Ambassador, Caracas. Al Continentale e all’Hassler Villa Medici, Roma. Ho servito i presidenti Eisenhower e Leone, Epicarmo Corbino, Beniamino Gigli, Primo Carnera, Maurice Chevalier... L’Hassler era di proprietà di un tedesco. Mi pagava da semplice commis, in realtà facevo lo chef de rang». Ma come? Fino a un minuto fa non erano tutti galantuomini, i tedeschi? «Eeeh». Come sindaco è stato al potere per un ventennio anche lei. Le hanno mai dato del dittatore? «Più di Hitler. Ma l’ho fatto per il popolo. Una volta m’è pure toccato andare da un ministro dei Lavori Pubblici a cantargliele: la montagna ci sta franando addosso, o lei tira fuori subito 33 miliardi oppure io mi metto la fascia tricolore, vengo qui con la mia gente e le tolgo quella poltrona da sotto il sedere. Rimase di sasso: ”Come si permette? Chiamo i carabinieri e la faccio arrestare per minacce”. Ma chiami chi vuole! Quelli di Roma erano bravi solo a venir qui a fregare preferenze e poi sparivano». Di chi parla? «Di Gaspari, per esempio». Zi’ Remo? «Lui. La prima volta che si candidò, venne qui a casa mia. Era seduto dove si trova lei adesso. Io i voti te li do, gli assicurai, però tu poi mi devi fare ’n ’spedaletto. Ma le pare che un comprensorio di 20 Comuni potesse stare senza pronto soccorso? Diventato ministro della Sanità, si scordò subito della promessa. L’ospedale lo costruì a Gissi, il paese suo. Allora io mi combinai col ministro Lorenzo Natali, che mi fece avere tutto: luce, acqua, telefono, strade per le masserie». Anche quelle campate di cemento armato alte cento metri che tagliano in due la Val di Sangro? «Fondi della Cassa per il Mezzogiorno. Mi hanno denunciato per quei 45 chilometri di superstrada, sa? Hanno raccolto le firme e le hanno portate in Parlamento. Ma io non mi sono messo paura e ho detto ai progettisti: vi autorizzo a passare con i ponti anche sul campanile! Prima la gente era costretta a partire da Gamberale, a 1.400 metri d’altezza, alle 2 di notte. Alle 4 la corriera giungeva a Villa Santa Maria: gli uomini pisciavano dal balcone del bar, le donne s’arrangiavano nei campi. E finalmente alle 9 di mattina erano giù a Chieti. Adesso ci arrivano in meno di un’ora [...]». Quale dev’essere la prima dote di un cameriere? «L’onestà». Credevo i piedi buoni. «Anche. Ma negli alberghi a cinque stelle prendono solo i camerieri onesti». Serve ancora i suoi a tavola o preferisce farsi servire? «Apparecchio e basta. Al resto ci pensa mia moglie Antonietta. il gingillo della casa. Alle 5 si alza, dà il mangime alle galline e ai conigli, mi porta il caffè a letto. Poi andiamo insieme nei campi a zappare». Come ricambia tanta gentilezza? «In tavola metto sempre i fiori freschi. E ogni sera, al dessert, stappo una bottiglia di spumante. Non mi crede?». (Apre il frigo e tira fuori una bottiglia di Valdo cuvée). «Ho servito tanta gente. Adesso, fin che avrò vita, voglio festeggiare con la mia padrona». Stefano Lorenzetto