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 2003  giugno 26 Giovedì calendario

Il seduttore Simenon che fu rifiutato dalla mamma, Panorama, 26/06/2003 «Che peccato, Georges, che sia stato Christian a morire» disse a Simenon la madre Henriette quando, nel 1948, il fratello minore cadde in Indocina

Il seduttore Simenon che fu rifiutato dalla mamma, Panorama, 26/06/2003 «Che peccato, Georges, che sia stato Christian a morire» disse a Simenon la madre Henriette quando, nel 1948, il fratello minore cadde in Indocina. «Non volevi forse dire che, a tuo avviso, secondo il desiderio del tuo cuore, io sarei dovuto morire per primo?» si domanda il grande narratore in Lettera a mia madre, una resa dei conti con la genitrice, stillante feroce dolore. Henriette morì nel 1970. Dopo, l’autore più veloce e prolifico del Novecento smise di scrivere romanzi. Aveva vissuto intensamente, percorso il mondo, abitato castelli e ville sontuosi, messo al mondo quattro figli, amato fisicamente migliaia di donne con una voracità di vita che lo possedeva fin da ragazzo: «Era fame la mia, sì, fame di tutto, dei barbagli di sole sulle case, degli alberi e dei volti, fame di tutte le donne che incrociavo» confessa nelle Memorie intime, più di mille pagine, spesso sconvolgenti, inedite in Italia e adesso pubblicate da Adelphi. Fu il suicidio della figlia Marie-Jo, appena venticinquenne, a indurlo a riprendere la penna, nel 1980, per questa lunga confessione indirizzata ai figli. Che ci aiuta a conoscere un po’ meglio il creatore del commissario Maigret, un caso umano a letterario unico. «Con Simenon non ci si annoia mai» sorride il suo editore Roberto Calasso, nell’ufficio milanese dell’Adelphi. Nel centenario della nascita, l’autore più letto del globo ha finalmente avuto il riconoscimento letterario che gli era mancato in vita. Le sue opere comprese le inchieste del commissario Maigret, sono entrate nel pantheon della Pléiade. L’Italia ha avuto un ruolo importante in questa operazione. Fin dal 1925 Arnoldo Mondadori era stato l’editore-amico di Simenon, una fedeltà durata quasi sessant’anni. Poi, nel 1985, Adelphi cominciava a pubblicare tutta l’opera edita e inedita dello scrittore belga, a partire da uno dei romanzi «duri» più belli: Le finestre di fronte. «Lo presentammo subito come uno degli scrittori maggiori del Novecento. Era un rischio, perché allora anche in Francia ben pochi osavano considerarlo tale. Ma l’operazione fu capita subito. Il segno fu dato da un magnifico articolo di Goffredo Parise sul ”Corriere della Sera”, che parlava delle Finestre di fronte come di un capolavoro» dice Calasso, raccontando la storia di una passione letteraria ed editoriale. Quando ha scoperto Simenon? «Da ragazzino. Mi ricordo che prendevo in prestito i suoi romanzi al Gabinetto Vieusseux di Firenze. Allora leggevo soprattutto i suoi romanzi polizieschi, poi col tempo mi sono reso conto che è uno scrittore di grande densità, in ogni direzione. In più, non si finisce mai di leggerlo, si scoprono sempre nuovi titoli. Finché non si delineò il disegno perverso di pubblicarlo in toto. Una cosa nata chiacchierando con due amici editori, Daniel Keel di Diogenes, che pubblica Simenon in tedesco, e Vladimir Dimitrijevic di L’Age d’Homme, ha sede a Losanna, dove Simenon ha vissuto gli ultimi anni. Così andammo a trovarlo, nel 1982. Giocava a mio favore il fatto che in Italia non si parlava di lui da tempo. Simenon rimase colpito quando si accorse che nessuno dei suoi romanzi «non-Maigret» era in circolazione. Gli proposi allora di pubblicarlo a partire dai suoi titoli più dimenticati, mettendolo accanto a grandi scrittori di ogni epoca. Il progetto gli piacque». Come andò la visita? «La mattina in una piccola casa che sembrava un vagone ferroviario rosa, dentro un parco molto bello. Lui che aveva vissuto a Epalinges, nel Vallese, una fortezza imponente, dove c’era persino una sala operatoria, aveva fatto questa scelta di semplicità assoluta. Un soggiorno con quattro poltrone, pochi libri, pochi oggetti, niente quadri né decorazioni. Tutto in ordine severo. Si vedeva che ci stava benissimo. Era molto elegante, adorava le camicie Charvet, le cravatte Sulka... Ci accolse con una bottiglia di champagne e chiacchierò con grande vivacità di un po’ di tutto». Lo convinse subito? «Ci volle del tempo, non poteva rescindere di colpo i vecchi contratti. L’intervento finale venne da Federico Fellini, che era amico dello scrittore, dell’editore Daniel Keel e insieme dell’Adelphi. Gli scrisse una lettera, credo molto generosa nei nostri confronti, che purtroppo non si trova più». Com’era Simenon politicamente? «Era per natura quello che si dice un anarchico viscerale, un uomo insofferente di qualsiasi sorta di gabbia sociale. Non era fatto per grandi pensieri politici né lo pretendeva». Non era un personaggio che suscitava la simpatia generale... «Non è un requisito fondamentale per essere uno scrittore. E non mancano i casi di persone che suscitano la simpatia generale e sono poi degli orrori». Forse il suicidio della figlia, che lo amava troppo, le sue storie con le donne, diecimila ha detto, gli hanno creato attorno un alone negativo. «Il suicidio della figlia è una storia tragica, non avrebbe senso giudicarla. Posso dire che quando andammo a trovarlo Keel aveva con sé la prima edizione in lingua tedesca delle Memorie intime. Simenon era molto contento: quel libro gli doveva essere costato parecchio. Corrispondeva a una grave crisi, e deve essere stato una scommessa per lui. Come spesso in questi casi, si oscilla tra il massimo di rivelazione e il massimo di reticenza». Per esempio? «Nelle storie con le donne è senz’altro reticente. Ma sarebbe difficile immaginare un’altra soluzione. Così restiamo felicemente all’oscuro». Nelle Memorie Simenon racconta che Teresa, la sua ultima compagna, gli appare con un cappotto scozzese verde e rosso nell’ufficio di Arnoldo Mondadori... «Teresa è un’invenzione di Arnoldo Mondadori. Simenon arrivò a Milano dicendo che aveva bisogno di una governante per la moglie Denyse. L’editore, praticissimo, capì che si trattava di un problema più importante di ogni altro per il suo autore. Fece mettere un annuncio sul Corriere della sera. Teresa entrò a far parte del complesso sistema domestico di Simenon. Alla fine rimase solo lei». C’è una leggenda editoriale secondo la quale Simenon avanzava altre richieste, piuttosto imbarazzanti per la casa editrice: per esempio quattro o cinque signorine tutte per lui in una limousine... «Le leggende si sovrappongono, la storia della limousine l’ho sentita raccontare per altre occasioni. Pare arrivasse quando finiva un romanzo. E allora?». Possiamo paragonarlo al «toro triste» Maupassant, o al satiro Hugo? «Hanno in comune soltanto una inclinazione spiccata verso gli esseri femminili. Hugo ebbe già molto presto lo status ottocentesco del grande scrittore. Maupassant ebbe un padrino come Flaubert. Simenon al contrario veniva dalla più profonda oscurità belga». Non ha avuto maestri? «La storia più bella su come ha imparato il mestiere l’ha raccontata lui. A Parigi, negli anni Venti, quando ancora firmava con pseudonimi, collaborava a vari giornali con piccoli pezzi, racconti di colore. Uno era ”Le Matin” dove nella redazione letteraria c’era Colette, già illustre, donna dura, con grande pratica di giornale. Simenon ci teneva ad avere la sua approvazione. Lei prendeva il pezzo e dopo poche righe diceva: «Ce n’est pas ca, ce n’est pas ca... C’est trop littéraire». Lui era terrorizzato, temeva di sentire quel «trop littèraire». Quando alla fine è arrivato piatto, veramente piatto, lei ha detto: «C’est ca». La storia con Colette è simbolica, è il momento in cui lo scrittore capisce ciò che deve fare. Nel suo caso muoversi con un lessico limitato, su un terreno sicuro, che conosce perfettamente. Per il resto non ha avuto maestri. Quando Gide lo ha scoperto (e fu un appoggio importante) Simenon era già Simenon». Quali sono i suoi libri che preferisce? Oscillo nel tempo. Trovo magistrale Le finestre di fronte. Il romanzo fu pubblicato nel 1933, ed è il primo dove si capisce l’orrore russo di quegli anni. Parise era sbalordito per la precisione con cui lo scrittore coglieva quell’atmosfera di sospetto, di delazione, senza avere mai visitato l’Unione Sovietica di Stalin. Simenon ha spiegato una volta che gli studenti pensionanti di sua madre a Liegi spesso erano russi, e dietro si sentiva l’anarchia, il bolscevismo, la polizia, l’aria che in quegli anni aveva invaso l’Europa. Aveva percepito tutto da lì, capisce? Il segreto dello scrittore sta in queste cose. Pedigree è l’unico libro esplicitamente autobiografico, molto diverso dagli altri, racconta la sua vita a Liegi fino ai 19 anni, un’elaborazione dolorosa, faticosa, lenta. Poi ci sono i libri della passione come La camera azzurra che abbiamo appena pubblicato, un’atroce storia criminale che ha, alla base una passione ferina. L’amour fou è una delle corde che gli appartenevano. Tre camere a Manhattan del resto è anche la storia del suo incontro con la seconda moglie Denyse. Una passione poi finita drammaticamente». Simenon è uno scrittore di luoghi? «Certo. La famosa atmosphére che dopo poche righe si sente nei suoi libri. La provincia francese, ma anche l’Arizona, l’Africa, i mari del Sud, come nell’Hotel del ritorno alla natura. Poi Parigi, ovvio, addirittura arrondissement per arrondissement. Si sente l’odore del luogo». Qual era il suo segreto? «Parlava di cose che conosceva. Era un uomo senza fantasia, con una grande conoscenza di quello che Montaigne chiamava l’«homme naturel», la pasta dell’uomo. La brutta pasta dell’uomo. E lo sapeva partendo dal basso, da quello che aveva sempre considerato il suo punto di forza, vale a dire «les petites gens», la gente minuta. C’è una bellissima lettera a Gallimard, uno dei suoi editori, in cui dice: prima c’è stata l’aristocrazia, poi la borghesia, oggi non ci sono gli operai come si illudono alcuni, c’è la piccola gente, questa infinita piccola borghesia che ha invaso il mondo. straordinario, poi, come non sbagliava mai i nomi. Ci pensava molto, ne aveva tutta una serie di riserva che prendeva anche dall’elenco del telefono, e sono sempre giusti. Invece in Pirandello sono sempre goffi».  vero che entrava in una sorta di trance quando scriveva? «Tutto cominciava con una busta gialla, dove appuntava lo spazio, il nome di una strada, dei personaggi. Quasi una procedura rituale che corrispondeva ai pochissimi giorni in cui la cosa si addensava nella sua testa. Poi entrava nella scrittura, che avveniva rapidamente, un capitolo al giorno, per due settimane al massimo. Aveva bisogno di arrivare allo svuotamento di se stesso, come un samurai per poi lasciarsi occupare totalmente dalla materia romanzesca. Se guardiamo la struttura dei suoi libri, vediamo che aveva un suo ritmo interno, 12, 13 capitoli per i romanzi «duri». Più brevi i Maigret, strozzati dalla necessità di chiudere il caso. Usciva dalla fatica stremato. Quello che impressiona è la frequenza: sei, sette romanzi in certi anni». Insomma un caso letterario ai limiti della patologia psicologica. «Credo che per capire Simenon sia importantissimo il suo rapporto con la madre. La sua rivendicazione è sempre stata verso di lei, che non lo ha mai preso sul serio. Pensava che la celebrità, le case lussuose del figlio nascondessero un imbroglio. Lettera a mia madre, il primissimo libro di Simenon che abbiamo pubblicato, si chiude con una scena tremenda da cui emerge il lato russo, durissimo, dostoevskiano di quel rapporto. Per cinquant’anni lo scrittore aveva inviato tutti i mesi una somma di denaro a Henriette, che invece era fiera della propria povertà. Alla fine la madre glieli ha restituiti tutti in una busta. Ha voluto vincere lei. E Simenon scrive: «Li hai messi tutti nel sacco». Intendendo se stesso per primo. Manuela Grassi