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 2003  giugno 16 Lunedì calendario

L’ace fulminante di Roddick, la Repubblica, 16/06/2003 Nel battere il francesino Grosjean nella finale del torneo londinese del Queen’s Club, Andy Roddick non è riuscito ad andare oltre i 239,8 km/h, il record con cui aveva eguagliato sabato il primato mondiale di Greg Rusedski

L’ace fulminante di Roddick, la Repubblica, 16/06/2003 Nel battere il francesino Grosjean nella finale del torneo londinese del Queen’s Club, Andy Roddick non è riuscito ad andare oltre i 239,8 km/h, il record con cui aveva eguagliato sabato il primato mondiale di Greg Rusedski. Primati simili, infatti, non si verificano tutti i giorni. Quello di Rusedski resisteva dal 1998. Più di un collega ha assistito allo scoppio del fulmine che ha abbagliato Agassi, in semifinale. Ho chiesto a Bud Collins come si fosse svolta la vicenda. «Cosa vuoi che abbia fatto il povero Agassi?» ha sorriso Bud «Si è scansato, e già gli è andata bene di non essere trafitto». Un altro collega, versato in studi fisici, mi ha suggerito una rilettura del prototesto, Tennis Science for Tennis Players, del Professor Howard Brody, il catedrattico dell’Università di Pennsylvania. Secondo il collega, lo sventurato Andre non avrebbe avuto a disposizione più di 3,6 decimi di secondo, per difendersi dalla palla. Vale ricordare che la velocità della battuta viene rilevata dal radar durante i primi tre metri. Entrano poi in gioco altre variabili, tra le quali la forza di gravità, la resistenza dell’aria, la rotazione della palla, l’angolo della traettoria e, infine, l’attrito del terreno. Che era, nel caso dell’erba, inferiore ad altre superfici. Se ricordiamo che il campo è lungo quasi ventiquattro metri, il rettangolo di servizio è 6,40, la traiettoria del servizio record era lievemente diagonale, si può immaginare che l’impatto della palla col terreno si sia verificato a circa diciotto metri dal punto dal quale Roddick l’aveva scagliata. Andreino attendeva un par di metri dietro la linea di fondo. Vogliamo immaginare una Ferrari che venendoci addosso deceleri un tantino, dai duecentoquaranta iniziali a centocinquanta? Avremmo il tempo di buttarci in un fosso? La vicenda non è per niente nuova. Ricordiamo che, già nel 1993, il pubblico di Bercy fischiò Ivanisevic, colpevole di annichilire Medvedev con troppi ace. Infastidito, Goran ebbe a ripetersi nel suo vittorioso Wimbledon 2001, con un totale di 212 prime irraggiungibili. Per non andare lontano, Verkerk è arrivato in finale a Parigi con 112. Le due vicende non vanno omologate. Sulla terra qualche aces è utile a interrompere la monotonia dei palleggi arrotini. Sull’erba, si rischia di non assistere più ad un solo scambio ben congegnato. Il vero problema è l’accresciuta potenza delle racchette, l’evoluzione dei materiali, l’ampliamento dello sweet spot, la zona utile alla restituzione d’energia. Nel tennis di oggi, per un professionista è, paradossalmente, diventato più difficile sbagliare che rimettere la palla nel rettangolo. Ciò ha provocato una involuzione e un appiattimento del gioco. Poiché i dirigenti, per insipienza o per interesse, fanno orecchie di mercante, è alle viste l’istituzione di un club che avrebbe a capo due grandissimi, due che avevano iniziato la loro carriera con le racchettine, per poi continuarla con le attuali racchettone: Martina Navratilova e John McEnroe. Sostenuti da un folto gruppo di giornalisti, sembra che Martina e Mac vogliano proporre un’idea che il Professor Brody ha di recente comunicato al suo referente italiano Lombardi. Diminuire la superficie delle corde, oppure aumentare la flessibilità dell’attrezzo. In questo modo la racchetta diverrebbe meno potente, e il tennis si orienterebbe verso una maggior digitalità, e quindi raffinatezza. Com’ era ai tempi dei gesti bianchi. Gianni Clerici