Jean Issartel Sport Week, 14/06/2003, 14 giugno 2003
Richard Williams da 61 anni è in guerra con i bianchi, adora Alì, rispetta Luther King ma non porge l’altra guancia, Sport Week, 14/06/2003 AKey Biscayne è approdato nel parcheggio riservato agli atleti a bordo di un’auto sportiva rosso fiammante con strisce argentate
Richard Williams da 61 anni è in guerra con i bianchi, adora Alì, rispetta Luther King ma non porge l’altra guancia, Sport Week, 14/06/2003 AKey Biscayne è approdato nel parcheggio riservato agli atleti a bordo di un’auto sportiva rosso fiammante con strisce argentate. Serve una forte dose di umorismo per guidarla... Per tirarsi fuori dall’abitacolo è stato costretto a piegare faticosamente i suoi quasi due metri d’altezza. Malgrado i 61 anni, Richard Williams dà un’incredibile impressione di potenza. Ha la camminata strascicata e lo sguardo tagliente. La stretta di mano è amichevole, e le sue prime parole anche. Accetta un’intervista di un’ora. Sarà praticamente un’ora di monologo: ha molto da raccontare, lo impone l’età. E anche il suo percorso: dalla nascita in Louisiana all’epoca in cui i neri erano negri, fino all’avvenimento da lui solo progettato: le due figlie più piccole ai vertici del tennis mondiale. «Vengo da un posto dove la vita era una tragedia. I bianchi odiavano i neri. Non c’era niente di male in questo. Noi eravamo ladri e sfaccendati, nella miglior ipotesi docili imbecilli, bestie o animali selvatici. Era così radicato nella mentalità che solo un folle avrebbe potuto sostenere che fossimo uomini come gli altri. E di folli non me ne ricordo neppure uno. Ho visto più spesso bianchi mascherati che appiccavano fuoco alle fattorie dei neri, se possibile con i neri dentro. Da bambino credevo che essere nero fosse un male. Poi mia madre mi parlò della sua fede, me la trasmise. Credeva al linguaggio del cuore, alla forza del coraggio e delle convinzioni. Mi insegnò una cosa che non sospettavo: ”Credi in te, poco importa quel che succede attorno a te, o che cosa la gente pensi di te, l’importante è che tu creda in te, ascolti il tuo cuore e abbia la forza e il coraggio di andare dove ti dice di andare”». «Da ragazzino ero ambizioso. Facevo molto sport - golf, baseball, football - ma era solo un gioco, uno sfogo. Non ho pensato allo sport come mezzo per sottrarmi alla mia condizione di negro. Mia madre mi aveva convinto che bisognava studiare: non potevo tornare da scuola senza aver preso il massimo dei voti. Ero dotato per la matematica. Me ne sono andato di casa a 16 anni, ho abbandonato la Louisiana per studiare a Chicago. Pensavo che mi sarei lasciato la tragedia alle spalle. Mi ha riacciuffato. La città era come la campagna, i rapporti fondati sul razzismo e i pregiudizi. Nessuna differenza tra ieri e oggi. Forse è perfino peggio oggi. Ormai il razzismo porta la maschera, ha vergogna e si nasconde ma è sempre lì. Gli stessi pregiudizi, lo stesso bigottismo». «All’epoca in cui ho cominciato a immaginare il mio avvenire la soluzione era una sola per i neri che volevano sottrarsi alla loro condizione. L’esercito, fare la guerra all’altro capo del mondo per difendere gli interessi dei bianchi, gli sfruttatori. Contrariamente a molti dei miei fratelli, ho sempre pensato che fosse un’illusione. Perché mi sarei dovuto arruolare, perché mi sarei dovuto battere per coloro che dovevo combattere? Perché sarei dovuto andare a trovare la guerra lontano dal mio Paese quando la guerra era lì, nella mia strada? Ho scelto di farla, ho scelto di fare la guerra che non ha mai detto come si chiama, quella che dura ancora oggi: la seconda guerra civile americana. Sono un soldato, a 61 anni e da quando sono nato. Un guerriero contro l’intolleranza, contro l’ingiustizia nei confronti dei neri. Ho passato la vita in un esercito che combatte il totalitarismo bianco in questo Paese. L’America è piena di odio». «Il tennis non mi ha cambiato la vita. Ero ricco ben prima che le mie figlie conoscessero il successo. è il criterio razziale ad aver fatto credere a tutti che fossi povero prima che il tennis facesse di me un uomo ricco. ”Come? Quel negro sapeva fare i soldi prima che il talento delle figlie lo salvasse dal baratro? Impossibile!”. E invece... è da un bel po’ che ho imparato a fare i soldi. Ho superato da tempo la condizione alla quale ero destinato per il colore della mia pelle e il posto dov’ero nato. No, il tennis non ha cambiato la mia vita. Non ho mai creduto alla storia della promozione sociale attraverso lo sport. Mia madre ha sempre creduto ai benefici dell’educazione e non avrebbe mai voluto che diventassi uno sportivo miliardario privo di istruzione. Mi ha convinto che lo sport non poteva rendermi un uomo migliore, né offrirmi una vita più gratificante. è la stessa cosa che ho voluto trasmettere alle mie figlie. Mia madre mi ha insegnato ad amare lo sport, a servirmene per ciò che è: una scuola di combattimento. E se ho spinto le mie figlie a fare sport è perché imparino ciò che ho imparato io: a lottare, a non accettare la sorte, a lavorare, a credere in se stesse, ad affrontare l’avversario a viso aperto. A batterlo». «Nel corso della mia vita ho osservato enormi cambiamenti. Ho visto trasformarsi le automobili, comparire e perfezionarsi i computer. Ho visto le navi somigliare a poco a poco a navette spaziali. Tutto è cambiato. Tranne la tragedia che vivono i neri. Oggi i bianchi la dissimulano a malapena. Bisogna nascondere il dramma che vivono i neri. Ma soprattutto non risolvere il problema. La Wta, l’associazione mondiale del tennis, non cambia nulla per esempio alla situazione delle giocatrici nere sul circuito: si è semplicemente adattata alla nuova realtà che l’arrivo delle Williams ha portato nel loro piccolo mondo. Adattarsi è cercare di indebolire il nostro impatto: è combattere, senza farlo vedere, la famiglia Williams. Con l’aiuto dei media, la Wta ha cercato di farmi passare per pazzo, megalomane, opportunista o chissà che altro. Ma non sono né pazzo né megalomane, e men che meno opportunista. Dico ciò che vivo, dico la mia verità. Incarno la tragedia dei neri e insieme la loro rivincita. E questo dà fastidio». «Ho chiesto alla Wta se avessero pregiudizi razziali. Mi hanno risposto di no. Mi prendono per un imbecille. Abbiano almeno il coraggio di gettare la maschera. Li disturba che noi si sia lì. Hanno fatto di tutto per costringerci, per sottometterci. E, come ultima risorsa, hanno spiegato che sono pazzo. Prima c’è stata qualche frecciatina, con l’aria da niente. ”Sono arroganti le sorelle Williams non trova?”. E poi: ”Vogliono imparare il francese, ma chi si credono di essere quelle due là?”. Ho sentito tutto. Ho sentito che ”sono troppo forti per non avere usato prodotti dopanti”. Ma come può apparire sospetto che le figlie di un uomo grosso come me siano forti fisicamente. Allora il ritornello è cambiato: ”Il dominio delle sorelle Williams finirà per uccidere lo spettacolo, uccidere il tennis”. Io li incoraggio. E voi, vecchi bianchi, perché non abbandonate le gradinate? Sveglia! Delle negre battono tutti, uccidono il vostro sport! E voi non abbandonate le tribune... Abbiate coraggio: abbandonate le tribune!». «Mi viene chiesto se abbia pregiudizi razziali... Sì. E sono anche razzista! Non si può fare gran che contro i propri pregiudizi. Li si può invece combattere e dominare. Io lo faccio. Non mento. Non amo quelli che mi detestano. Come potrei amare i bianchi del Ku Klux Klan che incendiavano le nostre case? Contate il numero di manifestazioni razziste che ci sono ancor oggi. Non porgerei mai l’altra guancia, ma rispetto chi lo ha fatto. Io ho semplicemente scelto un’altra strada. Porto delle cicatrici sulla tibia, è stato un bianco. Con una sbarra di ferro, mi ha spezzato le gambe... Oggi è lui a stare su una sedia a rotelle. Si, ho scelto da parecchio tempo di non porgere mai l’altra guancia. Nel corso della mia vita ho incrociato più volte Muhammad Ali. Mi sono ispirato alla sua boxe: mai dare un colpo più del necessario. mai un colpo di troppo, continuare a essere inafferrabile. Ci somigliamo. La sua lotta contro il governo è stata anche la mia, è ancora la mia... Ali è un grande uomo, e io pure. Ho rispetto, un enorme rispetto per Martin Luther King, ma non sono Martin Luther King. Se mi tocchi ti uccido. Questa è la mia vita. Capisco che il mio modo di fare non piaccia, che funzioni soltanto per me. Del resto, non ho la pretesa di essere un modello. Le mie figlie in ogni caso sanno chi sono. Non sono nere da ieri. Sì, loro sanno chi sono e che cosa faccio ... ». «Così il tennis femminile fa cacare. è dominato da due bellissime ragazze nere. Sono meglio delle bianche, e questo è intollerabile, degradante, deplorevole. Ma che cosa c’è di degradante? Due nere, che a Compton, nel ghetto, non avevano nemmeno dei campi da tennis come si deve, sono riuscite ad arrivare così in alto. è un precedente pericoloso. A Compton non si deve giocare a tennis. ”Bevano pure, si droghino, ma il tennis lo lascino ai nostri figli”. Mi trattavano come un pazzo, e io rispondevo che sarebbero diventate la numero uno e la numero due. Poi alle mie figlie dicevo di picchiare duro sulla palla, di andare a cercarla in capo al mondo, fino all’esaurimento delle forze. Quando i miei detrattori hanno visto i primi risultati hanno capito che era troppo tardi. Sì, ragazzi, sono un maestro della pianificazione, non sragionavo. Non faccio mai niente che non sia stato pensato. So e dico. Sono un profeta». «Anziché cercare di denigrare, fareste meglio a chiedervi come abbiano fatto queste due ragazze a diventare le migliori al mondo. All’epoca di Compton,Venus e Serena si stavano costruendo una fiducia. Meglio, una responsabilità. Imparavano a fare un piano, a scoraggiare l’avversario. Loro tiravano un pallonetto, magari anche facendo il punto, e io spiegavo che non era una buona soluzione. ”Voglio un passante aggressivo, anche se è più rischioso, perché quel passante va a scolpirsi nel cervello dell’avversario, lo mina...”. è questo che ho insegnato alle mie figlie: l’impegno, come essere fiere di sé, come derubare l’avversario della sua fierezza. Derubare, sì. Se lei ci manda una palla vincente, noi l’aspetteremo e colpiremo ancora più forte. Non può più batterci. E sa perché? Avevate ragione a dire che i negri sono ladri. Le mie figlie sono due ladre, che vi ruberanno la palla vincente, la faranno diventare la nostra palla vincente. I bianchi hanno sempre detto che i neri erano ladri: è vero. Le mie figlie sono le migliori ladre al mondo!». «Come può una ragazzona come Venus Williams riuscire a fare una volée smorzata tuffandosi sulla palla per rubarti il passante? A cinque anni Venus faceva danza classica, oggi danza sul campo. Quanto a Serena, aveva Venus... Noi ci saremo sempre. Avremo dei momenti di impasse, ma parteciperemo a tutti i Grand Slam e li vinceremo. Nei prossimi sei o sette anni, non lasceremo niente di intentato. Sì: vinceranno praticamente tutto. Ho dato un’occhiata fra gli juniores: non c’è niente in vista, niente ci può fermare. Eppure mi piacerebbe che le mie figlie smettessero anche oggi, che Serena si mettesse a studiare e Venus si buttasse nel mondo degli affari. Non lo faranno, sono convinte di progredire ancora. è sicuramente vero, ma andrebbero avanti anche lasciando perdere il tennis almeno per qualche tempo. In ogni caso, non spetta a me decidere alcunché, la vita è loro. Se fossi al loro posto, però, farei una pausa di uno o due anni, farei della vela e del pattinaggio sul ghiaccio, poi tornerei nel circuito, senza classificazione, tanto per tornare a essere la numero uno e due al mondo, in cinque o sei mesi... ». «Bisogna vedere che educazione ha ricevuto Venus, bisogna sentirla parlare: le sue idee sono intelligenti, il linguaggio è ricercato, ricco. Sta cercando di imparare il francese. è diversa da un’americana media. Molto diversa. Sam Cooke ha scritto una canzone (I know) A change is gonna come. Il cambiamento è qui vecchio Sam: si chiama Venus e Serena. I bianchi sanno di aver tentato di distruggere queste ragazze e il loro padre. A Indian Wells due anni fa, i ricchi razzisti bianchi hanno finito per decidere di prendere una posizione ferma. Hanno riconosciuto di essere in guerra e tutti i mezzi erano buoni, come nel 1942, come più avanti in Corea, come anche oggi altrove. Hanno fischiato, accolto con urla e grida le ragazze e il loro padre. Mi hanno insultato fino a farmi uscire dal campo, volevano sfinirmi, costringermi a battermi. Ma hanno fallito: Serena ha vinto comunque il torneo. Ma non torneremo mai più da quelle parti. Dovranno accontentarsi, al massimo, della numero tre al mondo». «Sto lavorando insieme ad altri all’istituzione di una giornata di riconoscimento dei pregiudizi che i bianchi hanno fatto subire ai neri. Una giornata del perdono. Prima, però, che chiedano perdono! Riconoscano il problema! Non si può vivere negli Stati Uniti oggi e negare che ci sia stato un problema. A meno che uno sia cieco, pazzo, sordo. Oppure contaminato dagli slogan, dai cliché... L’anno scorso, durante gli Open degli Stati Uniti, hanno suonato l’inno nazionale con più vigore del solito. L’inno americano parla di ”terra dei liberi e casa dei coraggiosi”. Un bianco, accanto a me, mi ha chiesto perché non mi alzassi in piedi a salutare la bandiera e a rendere onore all’inno. ”Ho fatto la guerra” gli ho risposto. ”Sono sempre in guerra, non credo a questa canzone, io non sono libero in questo Paese e alle mie spalle ho cinque secoli di antenati che non sono stati liberi. Allora, non mi faccia cacare. Se lei si sente libero negli Stati Uniti d’America, se vuole credere a questa canzone faccia pure, ma non venga a raccontarmi stronzate. Non a me”. Molti anni fa mia madre mi chiese di non fare mai il saluto alla bandiera americana. Non lo farò mai. Tutto questo per me non ha alcun senso. Questo Paese non è il mio. D’altra parte, non è che non facciano sentire ai neri che qui sono degli stranieri. Altrove, del resto, sarebbe uguale. Per questo non mi sono trasferito in Europa. Ovunque, nel mondo, è dappertutto uguale. E temo che non riuscirò mai a vedere con i miei occhi un benché minimo miglioramento. è un’eredità triste quella che abbiamo ricevuto e trasmetteremo ai nostri figli». Jean Issartel