Massimo Gramellini La Stampa dal 07/06/2003 al 12/06/2003, 7 giugno 2003
Chi controlla i media non sbanca le urne, La Stampa, 7 giugno 2003 Sottoponendosi al rito di umiliazione pubblica che appaga il gusto democratico degli americani, il cronista licenziato dal ”New York Times” ha ammesso davanti alle telecamere di aver innaffiato di fantasia una trentina di articoli
Chi controlla i media non sbanca le urne, La Stampa, 7 giugno 2003 Sottoponendosi al rito di umiliazione pubblica che appaga il gusto democratico degli americani, il cronista licenziato dal ”New York Times” ha ammesso davanti alle telecamere di aver innaffiato di fantasia una trentina di articoli. Alle prove schiaccianti e alle loro conseguenze, culminate nelle dimissioni del direttore, si aggiunge ora la confessione del reo: Jayson Blair è indifendibile e non merita solidarietà, tantomeno corporativa. Eppure c’è qualcosa che non convince nel rosario di voci che si è alzato contro il reprobo, eletto a emblema di un giornalismo inaffidabile da contrapporre a una presunta età dell’oro in cui la carta stampata era il tempio delle verità assolute. Si tratta di quel classico meccanismo che, in amore come sul lavoro, porta a idealizzare il passato per svilire il presente. Il quale ha mille difetti, ma uno più grave di tutti: non essersi ancora potuto trasfigurare nel ricordo. Le splendide corrispondenze di Montanelli sulla rivolta d’Ungheria non diventano certo meno veritiere per il fatto che chi le scrisse ebbe modo di uscire raramente dal suo albergo, senza neanche avere sul collo il fiato di Internet e di tremila tv. Allora capitava che un inviato a New York spedisse il primo articolo una settimana dopo l’arrivo. Oggi atterra all’aeroporto Jfk e lo cercano già sul telefonino per chiedergli un reportage: è sulle spese e deve rendere, giusto così. Non è invece giusto dimenticarsene di continuo, approfittando di un truffatore per gettare fango sul suo mestiere, qualunque esso sia. La Stampa, martedì 10 giugno Le minielezioni vinte dall’Ulivo confermano una realtà che si ripete dai tempi di Craxi: chi controlla i media non sbanca le urne. Quasi mai. Il fascino dei candidati locali e lo stato di salute del proprio portafogli condizionano le scelte dell’elettore assai più del sommario del Tg1 e del numero di apparizioni di questo o quel papavero incravattato nei salotti televisivi, argomento di ossessive polemiche politiche. Nessuno vuole sottovalutare l’influenza di giornali e tv. Una fiction o un varietà (assai meno un programma d’informazione) condizionano il sistema di valori dei cittadini. Lo sa bene Berlusconi, che in vent’anni e in perfetta solitudine ha cucito addosso agli italiani il pensiero unico consumottimista delle tv commerciali, aderendo al modello televisivo degli Stati Uniti come oggi alla loro politica estera: senza riserve. Ma questo dominio culturale non si traduce automaticamente in una propensione all’acquisto. Non basta governare 5 canali e un bel po’ di giornali per vincere. Per la stessa ragione per cui non basta pompare un prodotto per indurre gli altri a comprarlo. La Lega di Bossi esplose col passaparola, come Muccino, Harry Potter e Gigi D’Alessio, un cantante popolare che fa il tutto esaurito all’Olimpico senza aver mai ricevuto dai media l’attenzione riservata all’ultimo dei cantautori impegnati. Tv e giornali sono un arco potente, ma la freccia passa sempre attraverso gli interessi e le emozioni del pubblico. I bulimici del potere se ne facciano una ragione. La Stampa, giovedì 12 giugno Vorrei prendere le difese di Giorgio Nardone, sindaco di San Giorgio del Sannio, accusato di venalità dai suoi compaesani per una trovata che invece dovrebbe valergli il Nobel per l’economia: vendere all’asta il diritto di intestare sei strade della cittadina a un parente defunto. Zia Peppina accanto a Mazzini e Garibaldi, a partire da 25.000 euro. Una spesa ben misera, in cambio dell’immortalità. Per lo stesso obiettivo, Berlusconi ha speso e ci costa molto di più. Quel genio del sindaco ha intuito che nell’era delle Velone persino l’agognata visibilità sta diventando un bene comune e quindi insoddisfacente. La nuova frontiera dell’ego sarà il sogno per un verduriere o un’impiegata di passare alla Storia come un condottiero o una poetessa. Il taglio dei finanziamenti statali ha costretto i Comuni a una forsennata battaglia del grano e nulla come l’emergenza aguzza l’ingegno, in Italia. Semmai, proprio la collocazione geografica dell’iniziativa avrebbe sconsigliato l’ipocrisia burocratica di circoscrivere il lotto degli aspiranti Immortali ai defunti che «illustrarono il loro paese per particolari meriti sociali, culturali e morali». Un popolo che è riuscito a trovare un antenato italiano a calciatori che parlavano a malapena lo spagnolo non farà fatica a rintracciare nell’attività della cugina parrucchiera o del nonno muratore qualche contributo decisivo alla crescita della comunità. Magari alzando un po’ il prezzo dell’asta, con piena soddisfazione del sindaco.