Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2003  giugno 05 Giovedì calendario

Fenomenologia della pennichella, lo yoga degli occidentali, Il Messaggero, 05/06/2003 Non è vero che la siesta sia o sia stata una passione esclusivamente spagnola

Fenomenologia della pennichella, lo yoga degli occidentali, Il Messaggero, 05/06/2003 Non è vero che la siesta sia o sia stata una passione esclusivamente spagnola. Tanto è vero che i nostri vicini portoghesi, che hanno visto nascere in questi giorni il club nazionale della siesta, propongono attraverso un deputato di darle rilevanza sociale, e quindi veste giuridica, per gli indubbi benefici per la salute e la produttività. I britannici la praticano, ma lo fanno a mezzogiorno, mentre lavorano. La chiamano «panino delle undici» o «tè del mattino»; la camuffano. Gli andalusi - coloro che in Spagna meglio conoscono la siesta - infilano il cappello, abbassano il mento e allentano le briglie di Morfeo in qualsiasi parco, oppure in un prato. Non nascondono proprio nulla. I britannici lo fanno. E in che modo... Churchill fece la guerra mondiale dormendo tre e persino quattro ore di siesta quotidiane. Era il suo modo di recuperare dall’alcol e dalla guerra grazie a quel sonnellino; poi continuava a bere per riprendersi dalla siesta e darsi da fare fino alla siesta successiva. Gli italiani fanno la siesta nelle piazze mentre i britannici la fanno nel posto di lavoro. I francesi trasformano lo sbadiglio del bistrot nella siesta nazionale. In Spagna, alla cafetería si va per chiacchierare e per questo motivo la siesta è tanto importante quanto lo è quello sport nazionale che si chiama tertulia, il dibattito da caffè, ed oggi anche da radio e da tv. La tertulia del bar è pubblica ma sta scomparendo. La siesta è invece privata e non è morta del tutto. Si fa in incognito, nell’intimità delle case. Anche se è vero che l’attuale ritmo della vita l’ha limitata ai ceti privilegiati, a quegli individui che possono tornare a casa senza che le loro finanze e il loro ritmo lavorativo ne risentano. Non si tratta tanto di ceti ricchi, ma quanto di quelle categorie che possono fare la siesta perché non glielo impediscono le riunioni in ufficio, le interminabili colazioni di lavoro, i viaggi sempre più frequenti, le lunghe nottate. Si può affermare che oggi la siesta è il sonno notturno. Questo è un Paese con le occhiaie. La Spagna ha perso sonno e facendo così credo proprio che non abbia guadagnato nulla. Quasi tutti i popoli hanno la propria siesta, meno i giapponesi. Quelli la siesta la fanno in piedi, lavorando. E coloro che danno alla siesta l’etichetta spagnola ignorano che è antica quanto la Bibbia: «... il settimo giorno riposò». Anche Dio fece la sua meritata siesta. Questa pennichella pomeridiana è stata molto creativa. Einstein non poteva pensare senza prima aver fatto la siesta mentre Edison è il padre di questa metafora: «Sono capace di dormire come un insetto in un barile di morfina alla luce del giorno». In Spagna la siesta è come l’olio andaluso; un’invenzione andalusa che ha contagiato tutto il Paese. Alcuni personaggi, come Manuel Azaña, ultimo presidente repubblicano, la facevano mentre si dirigevano in auto verso la madrilena Porta di Alcalá, da dove Azaña scorgeva i campi del Paese dove nacquero lui stesso e Cervantes. Poi venne la terribile dittatura e Franco non faceva la siesta perché approfittava di quei momenti per firmare sentenze di morte, mentre sorbiva un caffè. Amava tanto il lavoro che il suo successore politico, Carlos Arias Navarro, un altro che non dormiva, manifestava l’amore per il dittatore raccontando che viaggiava ogni notte fino al Palazzo del Pardo, residenza di Franco, per vedere come il caudillo teneva la luce accesa, al lavoro. Poi venne la transizione spagnola. Adolfo Suárez era uno che non dormiva mai. Riceveva i collaboratori a qualsiasi ora del giorno e della notte, come Fidel Castro. Per questo dimagrì visibilmente. Alfonso Guerra, invece, vicepresidente socialista di Felipe González, si vantava di dormire solo tre delle ventiquattro ore; pertanto, non consumava la siesta. La transizione politica e successivamente la democrazia fu responsabile della scomparsa della siesta. Fino alla morte di Franco, i parlamentari sonnecchiavano; ieri, proprio ieri, invece, alle Cortes i deputati erano riuniti già alle quattro del pomeriggio per ascoltare il ministro della Difesa, Federico Trillo (si dibatteva sul disastro aereo in cui la settimana scorsa persero la vita 62 militarsi spagnoli, ndt). Mai, alle quattro del pomeriggio, in Spagna, si è svolta attività alcuna. Finché non hanno ammazzato la siesta. Ammoniva Camilo José Cela, Nobel per la Letteratura, che la siesta è lo yoga iberico. Lui la praticava con trasporto: a letto, con pigiama e pitale, diceva don Camilo, forse lo spagnolo più spagnolo che ha dato la letteratura da Miguel de Unamuno in poi. Cela affermava che se non si sognava durante la siesta, questa non valeva proprio nulla. Rafael Azcona, cineasta spagnolo che lavorò con Ferreri, con cui fece La grande bouffe, mi diceva ieri pomeriggio, dopo aver dormito la siesta, che la pennichella può sostituire qualsiasi buon film. Non c’è miglior siesta, affermava, come quella che si dorme come se nessuno ti dovrà mai svegliare. L’ho svegliato proprio io, per chiedergli quest’opinione. In altri tempi, per una cosa così, uno spagnolo avrebbe ucciso. Ora siamo più liberali: assassiniamo se ci tolgono le lunghissime, interminabili ore piccole che facciamo. Juan Cruz