Francesco La Licata La Stampa, 04/06/2003, 4 giugno 2003
Anche Cosa Nostra ha la sua Carta costituzionale, La Stampa, 04/06/2003 Sapevamo che la vita interna della mafia è regolata da una normale dialettica politica sedicente democratica: si indicono elezioni, si votano i capi, si convocano le riunioni, si decide collegialmente
Anche Cosa Nostra ha la sua Carta costituzionale, La Stampa, 04/06/2003 Sapevamo che la vita interna della mafia è regolata da una normale dialettica politica sedicente democratica: si indicono elezioni, si votano i capi, si convocano le riunioni, si decide collegialmente. Apprendiamo adesso, per bocca di tal Facella Salvatore, pentito, che Cosa Nostra si è data anche una propria costituzione, chiamata «Statuto». Si tratterebbe di una sorta di documento fondante, una carta dei padri costituenti che risalirebbe all’epoca della prima guerra mondiale, frutto di una prima svolta epocale, dal momento che fino ad allora la tradizione di Cosa Nostra veniva trasmessa solo oralmente e la regola migliore era quella non scritta. Per garanzia di tutti la stesura fu affidata ad un uomo di legge, l’avvocato Panzeca, cugino del capo dei capi dell’epoca, quel don Peppino col pallino della politica, tanto da vantare la sedia più alta del Consiglio comunale - mandamento di Caccamo - pur non ricoprendo cariche amministrative o istituzionali. L’avvocato scrisse e don Peppino conservò, dopo l’immancabile approvazione. Discenderebbero, dunque, da quella carta costituzionale tutte le regole comportamentali di Cosa Nostra: il senso dell’onore, l’obbligo di dire la verità, il rispetto per le donne e i bambini, la solidarietà fra uomini di rispetto, il disconoscimento dell’autorità statuale e il divieto di adire qualsiasi via legale. Regole, è ovvio, puntualmente disattese. Tradite, ma sempre cercando l’alibi legale. Racconta, infatti, il pentito che il capomafia Stefano Bontade - nel 1981 - tentò di entrare in possesso della «Carta» per cambiarla, perché non gli tornava la regola che non si potessero denunciare i debitori che non pagavano le cambiali o emettevano assegni a vuoto. Cercò una lobby che appoggiasse, in seno alla «Commissione», la sua riforma costituzionale. Non trovò la maggioranza, anche perché il suo antagonista (Totò Riina) fu più svelto e si inguattò lo statuto, che dovrebbe ancora conservare. Bontade pagò con la vita il maldestro tentativo della sua incauta «bicamerale». Anche con conseguenze nefaste per tutta l’organizzazione, visto che di lì a poco sarebbe esplosa una cruenta guerra che avrebbe lasciato sull’asfalto qualcosa come mille morti. C’è un detto meridionale che dice: «La democrazia è bella per chi la capisce». E tra i meno ricettivi ci sono certamente i mafiosi, anche quelli più raffinati - come Bontade - che pensò, sbagliando, di poter opporre uno straccio di regola, una richiesta di emendamento a chi conosce solo la legge della vita e della morte. Francesco La Licata