Giuseppe Turani la Repubblica, 25/05/2003, 25 maggio 2003
Chi ha i soldi, se li tiene, la Repubblica, 25/05/2003 Nel mondo sta accadendo qualcosa che, forse, non è ancora la tanto temuta deflazione (che porterebbe con sé anni di stagnazione e problemi a non finire), ma che è comunque qualcosa di molto singolare e molto preoccupante
Chi ha i soldi, se li tiene, la Repubblica, 25/05/2003 Nel mondo sta accadendo qualcosa che, forse, non è ancora la tanto temuta deflazione (che porterebbe con sé anni di stagnazione e problemi a non finire), ma che è comunque qualcosa di molto singolare e molto preoccupante. Potremmo chiamare questo fenomeno come ”la grande astensione”. Nel senso che la gente i soldi, anche quando li ha, non li spende, li trattiene. E questo che ci porta a mettere insieme un’immagine curiosa del mondo in cui viviamo, in queste settimane. Apparentemente, tutto è a posto. Le Borse stanno su, dopo essere salite molto in aprile e maggio, e forse saliranno ancora. Le autorità ostentano qualche preoccupazione, ma niente che non sia controllabile. E, in definitiva, tutti sembriamo in paziente, fiducia, e serena attesa della ripresa che ormai non può tardare più di tanto (questione di qualche mese, al massimo, si dice). Non ci sono manifestazioni pubbliche di ansia o di paura. Ma non è così, sotto sotto, c’è in giro una grandissima preoccupazione. Per accorgersene, basta guardare, ad esempio, quello che è successo proprio nelle Borse. I mercati sono andati su, e anche molto, ma il pubblico non si è infilato dietro quelli che suonavano il piffero. Se si accostano i grafici degli indici con quelli dei volumi si vede che mentre gli indici salgono, e forte, i volumi rimangono sostanzialmente stabili. Sul Nasdaq oggi si scambiano 2-3 miliardi di dollari al giorno contro i 16-17 dei tempi belli, e le cose non hanno l’aria di voler cambiare. Questo delle Borse è un indicatore preciso perché, se dovesse tornare la fiducia, dieci minuti dopo (o anche meno) si vedrebbero i volumi crescere di colpo. Invece i volumi stanno bassi, alimentati di fatto quasi solo dagli operatori professionali. Operatori che questa volta si sono fatti un bel rialzo (anche importante), ma senza riuscire a smuovere le masse che sono rimaste a guardare, e non hanno infilato la mano in tasca per tirare fuori il portafoglio. Nonostante la ciliegina del rialzo fosse desiderabile e luccicante (dopo tre anni di perdite), la gente non si è azzardata a corrervi dietro. è rimasta alla finestra. Questa è «la grande astensione». In sostanza, mentre il mondo «ufficiale» degli operatori e delle grandi banche ha dimostrato in queste settimane di non avere paura di niente (allarmi deflazione, allarmi terrorismo, tagli nelle prospettive di crescita economica), la gente (intesa come sterminata massa dei risparmiatori) è rimasta invece in un atteggiamento prudente, di sostanziale non-partecipazione. Lo stesso fenomeno, più o meno, lo si vede nell’industria dell’automobile, altro mercato molto significativo. è ormai da un paio d’anni che l’industria dell’auto va avanti a forza di trovate: incentivi ecologici, sconti finanziari, finanziamenti incredibili. Non appena qualcuno di questi «aiutini» cessa, di colpo cessano anche gli acquisti. Altro segno, in sostanza, che la gente non crede che ci sia un futuro adeguato davanti a noi, e quindi trattiene i propri denari, li mette da parte, misura le spese con grande oculatezza. Si può anche aggiungere, a questo proposito, che le prospettive future dell’auto, per qualche anno, rimangono molto caute. In Italia credo che torneremo su livelli standard solo nel giro di due-tre anni. C’è, infine, un altro segnale per quanto riguarda la «grande astensione». E si tratta del settore moda, lusso, abbigliamento. Dal settore giungono notizie frammentate e non sempre precise. E questo perché la moda, ovviamente, vive con terrore l’idea di non essere più moda. Ma la verità, invece, è proprio questa. A Milano le boutique del centro, quelle di via Montenapoleone e dintorni, denunciano crolli nelle vendite anche del 40-50 per cento. Il che significa che negozi che fatturavano 100 miliardi di vecchie lire all’anno oggi arrivano sì e no a 50 miliardi. Ma c’è di più. Da qualche tempo hanno aperto, in centro, negozi di abbigliamento che producono capi nello stile delle grandi firme, ma a prezzi anche dieci-venti volte inferiori. Ebbene, questi negozi sono gli unici che in questa stagione stanno vendendo bene. E, cosa che fa riflettere, cominciano a essere frequentate anche dalla clientela ricca, di livello, quella che una volta andava solo nei negozi delle firme più prestigiose. Anche in questo caso, insomma, come per le Borse e le auto, si registra il fenomeno della grande astensione. Non si sa ancora (gli economisti su questo hanno in corso un furioso dibattito) se tutto ciò finirà nella tanto temuta deflazione oppure no. Quello che si sa è che, per ora, la gente appare come alla finestra, in attesa di vedere spuntare l’alba di un mondo con una ripresa economica accertata e decente e, forse, anche con un assetto politico tale da indurre una relativa fiducia. Ma come mai la gente è diventata così diffidente? Le ragioni sono probabilmente due. In genere, chi prende una botta come quella che c’è stata nella primavera del 2000 (crollo verticale delle Borse e inizio della crisi economica), prima di tornare a credere che la tempesta è finita vuole proprio toccare con mano che le cose sono cambiate. E oggi non è così. Inoltre, qualche colpa si può far risalire anche alle varie autorità e agli opinion maker che da tre anni continuano a dire che la ripresa è dietro l’angolo. Di angoli ne abbiamo superati una quantità infinita, ma di nuovo ci viene detto che l’angolo buono (dietro il quale c’è la ripresa) è il prossimo. Troppo facile. Poco credibile. Giuseppe Turani