Gianni Clerici la Repubblica, 28/05/2003, 28 maggio 2003
Adieu, mister Chang, la Repubblica, 28/05/2003 Michelino Chang è uscito di scena cinque anni più tardi del vecchio Frank Sinatra, il suo celebre concittadino di Hoboken: il polpaccio, sappiamo, si logora molto prima delle corde vocali
Adieu, mister Chang, la Repubblica, 28/05/2003 Michelino Chang è uscito di scena cinque anni più tardi del vecchio Frank Sinatra, il suo celebre concittadino di Hoboken: il polpaccio, sappiamo, si logora molto prima delle corde vocali. A eliminarlo, nel corso del tour di addio che Chang sta compiendo sui campi che lo videro trionfare, è stato un altro oriundo italiano, meno celebre di Sinatra, ma non meno creativo: Fabrice Santoro. Lasciato con le pezze ai calzoni il nostro profondo sud, i Santoro percorsero il Nord Africa, per insediarsi in Francia, e trovare alfine fortuna su un campo di tennis. Il piccolo Fabrice giocò il suo primo match internazionale nel 1986, a Tarbes, in una sorta di mondiale chiamato Petits As, i Piccoli Assi. Ad eliminarlo fu, in finale, un cinesino, che si chiamava Chang, e difendeva i colori americani. Veniva anche lui da lontano: suo nonno, generale di Chang Kai-shek si era esiliato a Taiwan, e di lì la famiglia era atterrata a Hoboken, New Jersey. Il cerchio di queste storie di emigrazioni si è chiuso oggi con un happy end. Dopo esser stato tagliuzzato e infine trafitto sulla Courte Centrale, Michelino ha abbracciato il vecchio amico, e, versando lacrime contenute, ha ringraziato il buon pubblico parigino «che mi ha sempre sostenuto come fossi un enfant du pays, insomma, uno di casa». Chissà se, nella sua magione del Connecticut, un altro ricco emigrato, Ivan Lendl, seguiva sul video la vicenda. Fu Lendl - oh, quanto involontariamente - a tenere a battesimo Cianghettino. Era il 1989, e Michele, a 17 anni e 7 mesi, aveva fatto un mezzo miracolo a sbarcare in quarto turno. Il Roland Garros, Lendl l’aveva vinto già tre volte, e tutti noi avevamo scritto che poco mancava alla quarta, Edberg o Becker che fosse l’avversario. In quell’avventurato lunedì, Michelino riuscì a spingere al furore il tennista che qualcuno aveva paragonato a Buster Keaton per la sua impassibilità. In un quinto set tra l’eroico e il grottesco, vedemmo increduli il bimbo giallo servire da sotto, come faceva mia nonna. E, mentre temevamo che Ivan lo strangolasse, eccolo avanzare, per la ribattuta, sino a un par di metri dalla riga di servizio. Ai cambi di campo, il furibondo Ivan pareva una statua in acciaio di Carlo Mo percorsa da scariche elettriche. Tutto beato sulla sua seggiola, Michele agitava i piedi che a stento sfioravano il suolo. Mangiava banane, una novità assoluta, e i più spiritosi tra noi scrissero «Lendl scivola su una banana di Chang». Quella partita non doveva rimanere un episodio. Cianghettino raggiunse la finale, e vi ritrovò Stefan Edberg, che aveva eliminato Boris Becker. Non aveva mai vinto Roland Garros, Edberg, e avrebbe dato il doppio del primo premio per portare a casa la Coppa dei Moschettieri. L’Angelo del Nord attaccò, secondo il solito. Michelino si arrampicò sui teloni, travolse palchi di proscenio, slittò nel tunnel d’ingresso e ne riemerse come Speedy Gonzales. Nel quarto set Edberg mancò, una sull’altra, dieci palle break. Incredulo, finì per arrendersi, al quinto. Diceva alla fine Santoro, di fronte a quindicimila persone intenerite: «Chang non ha mai commentato una chiamata, ha rispettato avversari, giudici, pubblico. Soprattutto, ha rispettato se stesso». Gianni Clerici