Massimo Gramellini, La Stampa dal 24 al 30/05/2003, 30 maggio 2003
Quasi ogni giorno (dal martedì al sabato) siamo tentati di ristampare il pezzetto di Gramellini sulla Stampa
Quasi ogni giorno (dal martedì al sabato) siamo tentati di ristampare il pezzetto di Gramellini sulla Stampa. Ci trattiene questo pregiudizio: non possiamo mica ripubblicarglieli tutti! L’altro giorno, con una specie di illuminazione, ci siamo chiesti: e perché no? Perciò: per un po’ di settimane, Gramellini integrale. Quando ci saremo stufati, smetteremo. La Stampa, sabato 24 maggio Nonostante una certa scomodità degli alloggiamenti, l’Everest è il luogo ideale per osservare ciò che siamo diventati. In concomitanza col 50° anniversario della sua conquista, il campo base della montagna più alta del mondo è passato da simbolo dell’epica umana a meta turistica di massa, con l’inevitabile corollario di devastazioni mediatiche e ambientali. Nel volgere di un mattino hanno raggiunto la vetta lo scalatore più anziano (un giapponese di 70 anni) e il più veloce (uno sherpa sgattaiolato su in 13 ore), il primo disabile (un texano senza un braccio) e la prima italiana (l’olimpionica Manuela Di Centa). Negli intervalli si è inserita una cordata di cinesi, inquadrati per sei ore di fila dalle televisioni di Stato, forse per distrarre il pubblico dalla Sars. A fine mese arriveranno i finalisti di un Granfratello americano: saliranno in diretta tv, cercando di non cascare nei crepacci almeno durante gli spot. Se è vero che l’essere umano vuole raggiungere ciò di cui più avverte la mancanza, uno psicanalista potrebbe scrivere dei trattati su questo desiderio collettivo di ascendere al cielo, cioè allo spirito e al Padre, rispetto a una minoranza che predilige addentrarsi all’interno della terra, verso il mistero e la Madre. Ma quale che sia il sogno represso di ognuno, alpinismo o geologia, l’ingorgo dell’Everest rivela una capacità formidabile nel riprodurre persino nelle situazioni più estreme quella commercializzazione delle emozioni che ha già tolto le bollicine a tanti altri gesti della vita. La Stampa, martedì 27 maggio Se la destra berluscona è il modello culturale dominante, chiunque desideri distinguersi dovrebbe cercare di non farle il verso. Questo principio banale ma inapplicato vale anzitutto in tv, dove nella stagione orribile della Rai Un medico in famiglia è riuscito a battere da solo l’intera programmazione Mediaset, radunando davanti al video 11 milioni di persone, fra cui un mucchio di ragazzi, di laureati e di settentrionali, le categorie di spettatori che il servizio pubblico aveva fatto scappare sui canali del Capo. Con buona pace di chi pensa che la tv di massa si possa fare in un modo solo, quello asservito ai ritmi e alle esigenze piallanti dei messaggi pubblicitari, Il Medico piace proprio perché è un vecchio prodotto Rai, intriso della migliore cultura democristiana. Intanto non è nevrotico: le sue trame, come gli alpini, non corrono eppure non stanno mai ferme. Tratta temi attuali e talvolta scabrosi in modo didascalico e rassicurante, senza mai indulgere alla volgarità e al compiacimento. Rievoca i valori della tradizione incarnati da nonno Banfi. Ma grazie ai personaggi della colf e del medico affittuario, esplora con un coraggio sconosciuto ai ”reality show” le nuove frontiere affettive della famiglia, dove ai vincoli di sangue vanno sostituendosi quelli d’elezione. Il Medico vince perché ha una personalità e, al pari di Striscia su Canale 5, non puoi proprio immaginartelo in onda ”dall’altra parte”. Come Facchetti con la maglia del Milan o Pulici con quella della Juve. La Stampa, mercoledì 28 maggio La signora Jane Juska ha 70 anni, buona salute, aspetto curato. è nonna, libera, californiana. E non fa sesso dai tempi della presidenza di Ronald Reagan. Ritiene di essersi persa qualcosa di essenziale che non ricorda più. Sua madre, ammesso che a 70 anni fosse così scoppiettante, si sarebbe chiusa in tinello a fare l’amore coi divi della tv. Ma Jane appartiene alla prima generazione che ha spostato verso l’ignoto i confini della vecchiaia. Vuole un uomo che la faccia ancora sentire attraente. E lo vuole colto, perché una insegnante di lettere in pensione come lei ha bisogno di preliminari minimamente raffinati. Avrebbe l’alibi per paralizzarsi nella solitudine, invece prende l’iniziativa, eccome: «Voglio fare moltissimo sesso con un uomo che mi piace». Una di quelle frasi che, di solito, una passa la vita a nascondere dietro le metafore. Miss Juska non è solo sincera. è mirata meglio di una campagna pubblicitaria. Infatti lancia il proprio richiamo di sesso sulle colonne della ”New York Revue of Books”, che è come andar a cercare l’anima gemella in un programma di Piero Angela. Un trionfo. Ma la chiamano troppi romanticoni platonici e lei screma ancora: «Se non ti posso baciare dappertutto, meglio lasciar perdere. Con me le passeggiate sulla spiaggia non funzionano». Funziona. Jane recupera il tempo perduto e quello ritrovato. Purtroppo adesso ha rallentato l’attività per scrivere autobiografie e partecipare ai talk show. è l’altra faccia del futuro: tante Floriane di cent’anni che si agitano in tv. La Stampa, giovedì 29 maggio A Prato, sobborgo di Pechino, le bollette del gas saranno scritte in cinese. Pensavamo lo fossero già, e non solo a Prato. Invece i segni in cui sono redatte appartengono a un ceppo linguistico del quale nessun glottologo ha ancora trovato la chiave. Qualche animo nobile ha ritenuto che ciò che risultava incomprensibile a noi, a maggior ragione dovesse esserlo ai ventimila tessitori asiatici che lavorano nella cittadina toscana. Da qui la traduzione in ideogrammi, che è solo l’ultimo «aiutino» a quella comunità isolazionista, rifornita di interpreti all’anagrafe, all’Asl e in questura, nonché di un tg locale. Nessuno oserebbe criticare queste iniziative, ancorché mai rallegrate dal sano principio della reciprocità. Da sempre gli italiani in trasferta sono costretti ad aggiustarsi anche nel linguaggio, si tratti di immigrati o di turisti. E mentre un francese all’estero si abbassa di rado a pronunciare una parola straniera, noi vecchi arlecchini pure a casa nostra ci sforziamo di parlare in tedesco coi tedeschi, in francese coi francesi e in simil-inglese con tutti gli altri. è un tratto della natura italica, perennemente in bilico fra ospitalità e servilismo. Viva la bolletta bilingue di Prato, a patto che stimoli l’integrazione vera. Che si realizzerà quando i cinesi d’Italia smetteranno di parlare cinese e inizieranno a esprimersi, e quindi a pensare, nella lingua del paese che li ha adottati. Altrimenti il loro arrivo non sarà stato un innesto, ma un’invasione. La Stampa, venerdì 30 maggio La barbosa finale italo-italiana decisa da un centravanti ucraino e da un portiere brasiliano ha fornito alla stampa estera l’occasione per spargere altro fiele sui nostri difetti: non paga di essere la patria di Berlusconi, l’Italia lo è infatti anche del catenaccio. Nessuno ha segnalato il buon comportamento delle tifoserie, che hanno invaso Manchester senza rompere neppure un vaso, con quell’atteggiamento tipico degli italiani che li fa essere anarchici in casa propria, ma conformisti all’estero: l’esatto contrario degli stranieri. Francesi e spagnoli, soprattutto, hanno sparato sulla partita. Un quotidiano madrileno ha chiesto che si vieti agli italiani di giungere ancora in finale. Un altro assai elegante ha paragonato il gioco di Juve e Milan al vomito e definito i rigori «degni di un cortile scolastico». Solo gli inglesi esaltano «l’arte del difendere», ma forse la loro è una forma sublime d’ironia. E’ vero, la «partita del secolo» è stata brutta. Come tutte quelle in cui si corre tanto e si tira poco. Cioè come tutte le sfide decisive di Mondiali e Champions League degli ultimi anni, non sempre giocate da squadre italiane, anzi quasi mai. Perché la noia dello spettacolo non dipende dalla mentalità sparagnina di un popolo, ma dalla fretta che ovunque ha infettato il calcio, al pari di ogni altro sport e delle nostre stesse vite. Sempre di corsa e sotto pressione, per esaltare la resistenza e umiliare il talento, così poco apprezzato da chi comanda, sia egli un allenatore o un capufficio.