Gianni Riotta Corriere della Sera, 17/05/2003, 17 maggio 2003
Jayson Blair, ovvero la bufala al tempo di Internet: Ventisettenne nero, giornalista e manipolatore di anime: coi suoi servizi inventati sta facendo vergognare il ”New York Times”, Corriere della Sera, 17/05/2003 New York - Joe Sexton, capocronista del ”New York Times”, impreca chiedendosi come mai il miglior giornale del mondo lanci Jayson Blair, uno sbarbato di 27 anni famoso per le sue bugie, in prima pagina e cada così in uno scandalo storico
Jayson Blair, ovvero la bufala al tempo di Internet: Ventisettenne nero, giornalista e manipolatore di anime: coi suoi servizi inventati sta facendo vergognare il ”New York Times”, Corriere della Sera, 17/05/2003 New York - Joe Sexton, capocronista del ”New York Times”, impreca chiedendosi come mai il miglior giornale del mondo lanci Jayson Blair, uno sbarbato di 27 anni famoso per le sue bugie, in prima pagina e cada così in uno scandalo storico. Il direttore Howell Raines, faccia e fisico da mastino, spesso celati sotto il cappello Panama da latifondista dell’Alabama, interrompe la drammatica assemblea dei giornalisti del ”Times” e obietta: «Non fare il demagogo e non essere volgare!». Ma deve rispondere della sua débâcle davanti ai colleghi e all’editore: Jayson Blair ha pubblicato tante bugie, scopiazzature e invenzioni che il ”Times” ha dovuto correggere domenica scorsa in quattro pagine, senza precedenti, di umiliante autocritica. «Mi spiace avere perduto la vostra fiducia - dirà ai cronisti Raines, pentito - spero di riguadagnarla». Non sarà facile. Anche ”Le Monde”, il quotidiano che ha in Francia e in Europa lo status del ”New York Times” nel mondo, vive un suo calvario parallelo. Per il giornale francese i guai vengono da un volume micidiale, in 630 pagine, La face cachée du Monde (la faccia nascosta di ”Le Monde”), requisitoria di Philippe Cohen e Pierre Péan contro il direttore Jean Marie Colombani e il suo braccio destro Edwy Plenel. ”Le Monde” censurerebbe le notizie, favorirebbe i gruppi industriali amici, sarebbe governato con uno stile dittatoriale e autocratico. Il vignettista Plantu, il Giannelli di ”Le Monde”, protesta contro Colombani e Plenel disegnando su Internet il suo topolino simbolo che, di nascosto, legge il libro-accusa. Le grandi firme si ribellano, Robert Solé è censurato da Plenel, Daniel Schneidermann incalza: «Il libro è una legittima inchiesta, con una solida base». La destra repubblicana già gongola in America «Chi crederà più al ”Times” durante le elezioni?», e l’attacco a ”Le Monde” ha venduto 350.000 copie. Nell’epoca di Internet e della tv spazzatura non c’è più spazio per il giornalismo di approfondimento, di valori, di inchiesta, con articoli di esteri e cultura, caro al ”New York Times” e a ”Le Monde”? La risposta è sì, lo spazio c’è. Il ”New York Times” ha, come compagnia globale (17 quotidiani locali, incluso il ”Boston Globe”, in Europa il quotidiano ”Herald Tribune”, 8 reti tv e due radio, oltre al sito Internet numero uno al mondo per l’informazione), un fatturato di tre miliardi di dollari ed è il solo negli Usa ad acquistare lettori: 1.150.000 copie al giorno, la metà per la già anemica edizione nazionale, un salto di 250.000 copie nei giorni feriali e 300.000 per la megaedizione della domenica. ”Le Monde” era sull’orlo del fallimento quando il corso Colombani l’ha preso in mano e adesso risale la china, anche se resta in rosso, 13 milioni di euro perduti nel 2001 e bilancio negativo anche per il 2002, secondo il ”Financial Times”. Prestigio assoluto. Lo scisma che scuote le due cattedrali va però analizzato da chi ha a cuore i destini della superstite libera stampa d’opinione. Provare a accoppiare il rigore del giornalismo classico con la frenesia Internet, mescolare la cultura tradizionale del cronista che parla con la fonte, taccuino in mano, con il carosello di siti, fonti, portatili, cellulari e salotti è ubriacante. E una sbornia annunziata è Jayson Blair, afroamericano, figlio di un ispettore generale con l’incarico di smascherare truffatori: Edipo colpisce ancora. La famiglia vive a Centreville, quartiere della Virginia che il ”Washington Post”, lieto di bastonare i rivali del ”Times”, descrive come «un paradiso». Jason è detestato dai suoi compagni d’università, ma adorato dai professori. E quando arriva al ”New York Times”, sarà detestato dai colleghi e adorato dai capi. Fa un sacco di errori, e Joyce Purnick, cervello della cronaca gli consiglia «Vai piano, finisci l’università e poi fatti le ossa in un giornale di provincia». Troppa fatica per Jayson. Lui finge di laurearsi e torna al ”Times”. Il suo talento sono le tecnologie, ignote allo stato maggiore dei sessantenni. Dirotta il telefonino per rispondere da Brooklyn quando dovrebbe essere a Washington, e grazie alla fidanzata, addetta all’archivio del ”Times”, si fa girare via scanner e e-mail sul computer le foto delle scene lontane, che descrive negli articoli redatti in cucina. Che la mamma della ragazza, Zuza Glowacka, polacca, sia la migliore amica di Krystyna Stachowiak, a 38 anni compagna del direttore Raines più vecchio di venti, aggiunge allo scandalo il gusto preferito dalle riviste rosa. Blair non è solo un manipolatore di macchine. soprattutto un manipolatore di anime. Scruta il vicedirettore Gerald Boyd, nero come lui, formale, l’unico in giacca e cravatta alla caotica assemblea del mea culpa, accanto a Raines e all’editore Arthur Sulzberger scamiciati. La generazione dei giornalisti afroamericani alla Boyd ha dovuto faticare il triplo per farsi accettare nei giornali dei bianchi. Boyd invidia il sorriso, l’allegria del suo protetto. Ma Blair ha letto anche l’articolo che ha fruttato il premio Pulitzer al direttore Raines, il ritratto lungo e struggente di Grady Hutchison, la governante nera che fa da mamma al bambino Howell nell’Alabama razzista degli anni Cinquanta. Raines si sente colpevole per la repressione dei bianchi e si cura con affetto della vecchia Grady. Il vicedirettore afroamericano e il direttore bianco sudista che vuole riscattare le vergogne del passato lanciando un giovane nero. La malizia di Blair e l’ingenuità ideologica di due veterani che, tra Washington e New York, hanno smascherato presidenti, sindaci e mezza generazione di politici, fa lo scandalo. All’assemblea del ”Times”, tenuta in un cinema che pubblicizzava il film, Identity, identità, l’unico eroe è Jonathan Landman, il caporedattore che dopo l’11 settembre ha coordinato l’inserto sulla strage. Corretti mille volte i pezzi di Blair, Landman aveva mandato un messaggio alla direzione: «Blair deve smettere di scrivere per il ”New York Times”». Non lo hanno ascoltato e oggi Blair s’è dimesso, Raines dice di non volersi dimettere, l’editore Sulzberger dice non volere le dimissioni ma Ken Auletta, decano della critica dei media in America, parla di Landman come possibile futuro direttore. Un anno fa Landman definiva Raines «un marziano al Times». «Raines mischia l’arroganza alla promozione di minoranze e gay, per compiacere l’editore - racconta un cronista cinquantenne - I suoi amici sono stelle, gli altri schiappe». Il favoritismo l’ha fatto inciampare. Blair sta negoziando un contratto d’oro per un suo libro di memorie, imitando il reporter bianco Stephen Glass che inventò di sana pianta articoli per il settimanale ”The New Republic” e fa ora il romanziere. Scomparsa nel nulla invece, la povera Janet Cooke, bella reporter nera del ”Washington Post” che ingannò il mitico Bob Woodward, autore degli scoop contro Nixon, con la falsa storia di un bimbo tossicodipendente. L’11 settembre 2001 Boyd confidò a Raines di temere che, dopo il World Trade Center e il Pentagono, un aereo avrebbe distrutto il giornale, a Times Square. Gli uomini e le donne del ”Times” si sentono un’istituzione, come la Casa Bianca e come i loro colleghi francesi a ”Le Monde”. «Datemi storie frizzanti, veloci, in fretta - intimava Raines ai suoi - Aggressività, voglio vedervi commettere atti inconsulti di giornalismo. Tutti devono parlare della nostra prima pagina!». Ken Auletta descrive sul ”New Yorker” «La dottrina Howell»: arrivare primi conta più che arrivare bene. Una storia sulla chirurgia plastica manda in coda i talebani. Il maestro del giornalismo Usa, Edward Murrow, diceva «Non conta chi fa scoop, conta chi è credibile». Raines dissente e crea Jayson Blair. «Per Howell Raines il mondo si divide in duri alla Hemingway e teneri alla Fitzgerald. Lui si sente un duro», confida a Auletta un amico. Ma, come tanti aspiranti duri, Raines dimentica che il grande Hemingway finì, depresso e alcolizzato, davanti alla canna di un fucile. Murrow aveva ragione. Gianni Riotta