Elena Comelli diario, 16/05/2003, 16 maggio 2003
Il valore reale d’una moneta si vede da McDonald’s, diario, 16/05/2003 Di questi tempi gli hamburger dovrebbero far parte della dieta di ogni economista aggiornato
Il valore reale d’una moneta si vede da McDonald’s, diario, 16/05/2003 Di questi tempi gli hamburger dovrebbero far parte della dieta di ogni economista aggiornato. Il vecchio Big Mac continua a essere diffuso in 120 diversi Paesi e a dispetto della profonda crisi in cui versa MacDonald’s, il Big Mac Index è più che mai florido e rappresenta una valida bussola in questo mondo dove la volatilità è ormai all’ordine del giorno. Per chi non ne avesse mai sentito parlare, il Big Mac Index confronta i prezzi locali del panino più famoso del pianeta con il suo prezzo all’origine, cioè negli Usa, al fine di stabilire in questo modo quali monete siano sopravvalutate o sottovalutate rispetto al dollaro, basandosi sul concetto che il tasso di cambio si muove naturalmente verso l’equivalenza del potere d’acquisto nei vari paesi. Lanciato nel 1986 dagli esperti di finanza dell’Economist quasi a livello di battuta, il Big Mac Index viene ormai usato dagli studiosi nelle più paludate accademie e dai cambisti nelle sale operative per prevedere con una ragionevole approssimazione l’andamento del biglietto verde. Dall’ultima edizione dell’indice, appena uscita, si può facilmente constatare che mentre la moneta più sottovalutata del mondo è attualmente lo yuan (-56 per cento rispetto al dollaro) e la più sopravvalutata del mondo è il franco svizzero (che scoperta!), anche l’euro viaggia su una sopravvalutazione del 16 per cento circa rispetto al dollaro. Questo significa che secondo il Big Mac Index il valore della moneta europea sarebbe corretto attorno alla parità con il dollaro, concetto su cui non tutti gli economisti concordano. Ma si sa, il Big Mac Index non dipende da valutazioni teoriche, bensì dalla dura realtà. Il PPP (purchasing-power parity) non è una cifra teorica, ma discende direttamente dalla media dei prezzi del Big Mac nei vari Paesi. E malgrado le distorsioni, che gli autori concedono senza difficoltà (tasse, tariffe, margini di profitto o affitti diversi), negli ultimi decenni si è rivelato sorprendentemente accurato: all’inizio degli anni Novanta, subito prima della crisi che ha costretto lira e sterlina a uscire dal sistema monetario europeo, aveva segnalato la macroscopica sopravvalutazione di diverse valute europee rispetto al marco tedesco e nei mesi precedenti il lancio dell’euro aveva previsto la sua caduta verticale. quindi ragionevole pensare che anche oggi il Big Mac Index non andrebbe trascurato. Al momento attuale il prezzo di un Big Mac in Europa è identico a quello americano. Dividendo un prezzo per l’altro, quindi, il risultato è uno. Questo significa che il PPP dell’euro è esattamente un dollaro, quindi il corrente tasso di 1,16 è sopravvalutato del 16 per cento. Applicando lo stesso meccanismo alla sterlina e alla corona danese e svedese se ne deduce che anche le altre monete europee sono ampiamente sopravvalutate. La moneta più sottovalutata di tutto il mondo industrializzato è il dollaro australiano (-31 per cento rispetto al dollaro). Ma molte altre valute correnti sui mercati asiatici, compreso lo yen (-19 per cento) sono parecchio sottovalutate, tra il 30 e il 50 per cento, probabilmente a causa delle forti differenze di produttività rispetto ai Paesi industrializzati. Unica eccezione: il won sudcoreano, che è esattamente al suo PPP, quindi giusto rispetto al dollaro, ma sopravvalutato rispetto alle altre valute della sua area. Per quanto riguarda l’euro, la verità è che la sopravvalutazione della moneta unica piace molto agli americani. Malgrado il ministro delle Finanze John Snow continui a insistere che la politica Usa è quella del dollaro forte, la verità è quella espressa dal suo sottosegretario Kathleen Cooper: il deprezzamento del dollaro permette agli esportatori di manovrare meglio coi prezzi, specie in Europa. Non a caso ”Le Monde” sostiene che il calo del dollaro è una dimostrazione di potenza e una punizione all’infedeltà dell’Ue nella guerra in Iraq. Insomma, da un lato la debolezza del dollaro, appesantito dal disavanzo fiscale e dal deficit della bilancia commerciale, è oggettiva. Ma anche voluta: l’amministrazione Bush non sta facendo nulla per sostenerlo. E del resto al presidente Bush conviene non intervenire, perché il dollaro forte frenerebbe la ripresa, danneggerebbe le sue chance elettorali e aiuterebbe i cattivi europei. Elena Comelli