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 2003  maggio 05 Lunedì calendario

Al Poltronissimo vendicativo i soldi gli s’incollano addosso: Franco Carraro fa il dirigente sportivo, colleziona cariche nelle Banche, gioca a golf

Al Poltronissimo vendicativo i soldi gli s’incollano addosso: Franco Carraro fa il dirigente sportivo, colleziona cariche nelle Banche, gioca a golf. Se lo attacchi (come Sensi) risponde col bazooka, Corriere dello Sport, 05/05/2003 Nella scelta tra l’Italia e Capitalia, Franco Carraro non ha avuto dubbi. Meglio Capitalia dell’amichevole degli azzurri di Trapattoni in Svizzera. E non perché l’incarico di presidente della Federcalcio è gratuito, mentre dall’istituto bancario di Cesare Geronzi nel 2002 ha percepito uno stipendio di 830 mila euro, bonus compresi. Tutto, infatti, si può dire di Carraro, tranne che sia uno attaccato ai soldi. Al limite sono i soldi ad essere attaccati a lui. Dalla nascita: il papà Luigi era un imprenditore tessile del nord-est che non ha mai fatto mancare nulla al suo unico figlio consentendogli, tra l’altro, di scegliersi uno sport che nell’Italia degli anni ’50 era riservato solo ai ricchi: lo sci nautico. Dev’essere per queste origini alto borghesi che da giovane, dopo aver vinto tutto quello che era possibile vincere scivolando sull’acqua (titoli mondiali ed europei a bizzeffe), quando iniziò la sua luminosa carriera di dirigente sportivo mostrò da subito di non avere l’atteggiamento scroccone di molti suoi colleghi. è entrato nella leggenda il fatto che alle Olimpiadi di Tokyo del 1964, il giovanotto che il presidente del Coni Giulio Onesti presentò al suo fianco si era pagato la trasferta di tasca sua. Quella spesa, fu detto, era un investimento «per conoscere l’ambiente sportivo internazionale». Soldi ben spesi, visto che due anni più tardi quel signorino in blu era già presidente del Milan di Rivera che vinse trofei in tutto il mondo. Franco Carraro a Tokyo doveva ancora compiere 25 anni. Ma oggi che ne ha 63 non è cambiato molto da questo punto di vista. Per lui il potere viene prima del denaro. Non è per soldi, quindi, che tra l’Italia del Trap che giocava in Svizzera e la banca di Geronzi riunita al gran completo a Roma, Carraro ha scelto la seconda. è un mero fatto di gerarchie. «C’è l’assemblea annuale, non posso assolutamente mancare», è stata la motivazione del suo forfait in tribuna accanto agli azzurri. Ma va detto che il giorno prima, al taglio del nastro dello stadio La Praille, nel cuore di un nuovo mega complesso commerciale, Carraro non aveva voluto mancare. E non perché lo sponsor dell’operazione era una banca, il Credit Suisse. Diciamo che il suo è stato un gesto di semplice cortesia. è per festeggiare l’evento che era stata decisa l’amichevole del 30 aprile fra Svizzera e Italia: con i colleghi elvetici Carraro si era impegnato a mandare in campo la squadra migliore (in cambio di 200 mila euro per le spese). Ma quando a Ginevra sono atterrati Grosso e Legrottaglie invece di Nesta e Del Piero i padroni di casa sono andati su tutte le furie. «è un imbroglio» ha protestato il presidente Zloczower. Carraro non si è scomposto ma prima di ripartire per Roma ha pensato bene di fermarsi qualche minuto al campo dove si allenavano gli azzurri: «Impegnatevi» ha intimato ai giocatori. Un’ora dopo era già sull’aereo per Roma dove il giorno successivo ha partecipato all’assemblea di Capitalia che ne ha ratificato la nomina nel consiglio di amministrazione della holding di Geronzi. Con Geronzi il rapporto è di perfetta simbiosi: Carraro è un grande dirigente sportivo, uno dei più importanti del mondo, che da qualche anno si è messo a fare anche il banchiere. Geronzi è un grande banchiere, uno dei più potenti d’Italia, che da qualche anno si è messo a giocare anche con le società di calcio. Quando Geronzi vuole parlare con Carraro, clicca sull’interfono del suo ufficio di via del Corso a Roma e dice alla segretaria «Dica a Carraro di venire a prendere un caffè con me». Più che un invito, un ordine. Tanto che chi ha assistito a queste scenette, ne ha ricavato l’impressione che da un momento all’altro Carraro sarebbe entrato nello studio del presidente di Capitalia in livrea con il vassoio in mano. Niente di più sbagliato. Come sbaglia chi accusa Carraro di essere un arlecchino servitore di due padroni: il calcio e le banche. Intanto perché, se c’è, il padrone è uno solo. E poi perché Carraro non è servo di nessuno. Anzi. Basta citare un episodio per tutti. Quando era alla guida del Coni - e il Coni contava ancora parecchio, non come oggi – non esitò a sfidare il suo amico Bettino Craxi che non voleva mandare l’Italia alle Olimpiadi di Mosca per una questione politica. Il presidente del Coni allora si inventò una partecipazione italiana senza la presenza del tricolore ed ebbe la meglio sul presidente del Consiglio: i due non si parlarono per un bel po’, due anni pare, ma Carraro dimostrò di che pasta era fatto e Bettino nel 1989 lo fece eleggere sindaco di Roma, una vera impresa per uno nato a Padova e cresciuto a Milano (ormai vive da anni in una villa in affitto al Gianicolo). è stato in quell’occasione che Carraro ha conosciuto Geronzi. Allora il banchiere era solo un giovane e brillante direttore del vecchio Banco di Roma ma già manifestava una forte passione calcistica - soprattutto per la Lazio - tanto che era riuscito a far diventare Marino, la sua città natale, il quartier generale degli azzurri di Vicini ai mondiali di Italia ’90. Il sodalizio nato allora non si è più interrotto ed anzi si è più arricchito di nuove sfaccettature familiari: come il fatto che Carraro, prima alla Lega calcio e poi alla Figc, ha scelto come braccio destro per le questioni di marketing la seconda figlia del banchiere, Benedetta, una ragazza che cela la voglia di arrivare dietro un dolce sorriso, e che ha avuto in dote la sorte di muovere i primi passi nel comitato promotore per la candidatura alle Olimpiadi di Roma 2004 (dove il papà faceva parte della Consulta delle forze imprenditoriali e Carraro del Comitato d’onore). Ma torniamo a oggi. Con il nuovo incarico al vertice di Capitalia, Carraro sale a quota otto: quattro consigli di amministrazione e quattro presidenze, tutte insieme e tutte di prestigio. E va detto che il Who’s Who, il libretto rosso che annota le biografie dei grandi della Terra, dimentica due incarichi Fifa, la presidenza della commissione Affari interni e la presenza nella commissione per la Coppa del Mondo, nonché un mandato a tempo di ambasciatore dell’Uefa per le questioni comunitarie. Per questa vocazione a sommare presidenze, Carraro lo chiamano anche Poltronissimo. Ma sbagliano i suoi avversari a parlare di conflitti di interessi: in lui gli interessi coincidono sempre. Il ruolo di banchiere e quello di padrone del calcio, per esempio, sono due facce della stessa medaglia. Seduto su una poltrona finanzia (l’acquisto del Napoli da parte di Giorgio Corbelli) e sull’altra vigila e approva (i bilanci della Lazio dopo che lui stesso ci aveva messo una toppa). Nella realtà poi la poltrona è sempre la stessa: quella del presidente del Mediocredito Centrale (Mcc), la merchant bank di Capitalia dove è approdato nel maggio del 2002: è lì, a via Piemonte, che nei mesi scorsi ha ricevuto Sergio Cragnotti, Giorgio Corbelli e Vittorio Cecchi Gori, tutti con il cappello in mano, e oggi tutti ex presidenti di società di calcio; ed è sempre lì che fresco di elezione alla Federcalcio, ha convocato Franco Sensi, Antonio Giraudo, Adriano Galliani per una storica colazione di pace tra i massimi dirigenti di Roma, Juve e Milan durata poche ore. [...] Solo in una occasione in questi anni ha perso il bandolo della matassa. Era il maggio del 2001: lui era presidente della Lega Calcio, la Roma era in testa al campionato e qualche giorno dopo si sarebbe giocata lo scudetto a Torino con la Juve. Il professor Andrea Manzella, che presiedeva la Corte Federale, lo avvisò che era pronta la decisione sugli extracomunitari: il limite dei cinque per ogni squadra era illegittimo. Carraro lo invitò caldamente a rendere nota la decisione al termine del campionato per non turbare lo sprint scudetto. Invece Manzella, che è un finissimo giurista e non si cura molto degli equilibri del pallone, ufficializzò la sentenza. Due giorni dopo la Roma andò a Torino, a trenta minuti dalla fine perdeva 2-0: Capello mandò in campo Nakata e Assuncao, due extracomunitari che avrebbero dovuto stare in tribuna. La partita finì 2-2. La Juve si infuriò, Carraro pure: «Manzella con il calcio ha chiuso», disse. Così è stato. Anche se questa lite non gli ha impedito di continuare a giocare di tanto in tanto a golf con ottimi risultati con la di lui consorte, Monsé Manzella, assieme alla moglie Sandra e al figlio Luigi. è molto vendicativo, Carraro. Ma non dichiara una guerra se non è sicuro di vincerla. Il caso più eclatante è stato quello degli ultimi Mondiali di calcio con l’Italia sbattuta fuori da arbitraggi scandalosi che hanno fatto scricchiolare il mito del «più autorevole dirigente sportivo italiano all’estero». In passato si era sempre detto: se volete fare un’Olimpiade, un Mondiale, un Europeo, dovete passare da lui. Verissimo: l’ex sindaco Rutelli ancora non si dà pace per la bocciatura di Roma 2004 a vantaggio di Atene, una batosta che ha spianato la strada all’assegnazione dei Giochi invernali del 2006 a Torino (come voleva la Fiat: ma questa, sostengono in molti, è solo una coincidenza). Torniamo ai Mondiali: in quell’occasione Carraro commise alcuni errori clamorosi per un dirigente avveduto come lui. La storia è questa. Ad aprile, si era candidato per un posto nell’esecutivo dell’Uefa, la federazione europea del pallone. Aveva presentato il solito curriculum interminabile, un vago programma per la valorizzazione dei giovani calciatori e alla domanda su qualche ricordo particolare legato al calcio, invece di citare qualche coppa dei Campioni con il Grande Milan, aveva risposto altero: «Ne ho così tanti, che non saprei scegliere». Risultato: il 25 aprile 2002 ci furono le elezioni e lui prese solo 18 voti su 51. Trombato!, scrissero i giornali in coro. Ma Carraro, che si vanta di non perdere tempo a leggere quello che scrivono su di lui, non colse il fatto che per tutti la sua sconfitta era un pessimo segnale per il calcio italiano, sempre più debole. Carraro tirò dritto. Anzi, già che c’era, decise di far fuori l’eterno nemico Antonio Matarrese dalla vice presidenza della Fifa, la federazione internazionale del pallone. è con queste premesse che l’Italia andò ai Mondiali. Nonostante Vieri e Totti, c’erano tutte le condizioni per una sconfitta annunciata. Un altro al suo posto si sarebbe incollato agli azzurri in Giappone e in Corea, avrebbe marcato stretto il presidente della Fifa Sepp Blatter, avrebbe vigilato sulle scelte degli arbitri. Lui no, lui restò a Roma. Gli avversari dissero: doveva giocare a golf. Balle, se voleva giocare a golf poteva farlo a Tokyo dove ci sono campi magnifici. Ma il lavoro di banchiere, quello doveva farlo a Roma. E in quel mese, era giugno, Carraro aveva un mucchio di cose da fare. Per esempio, la FIMIT spa, una società del Mediocredito Centrale per la gestione di portafogli di immobili pubblici e privati, in quei giorni aveva il collocamento in Borsa del Fondo Alpha, il Primo fondo comune di investimento immobiliare istituito in Italia. Una cosa grossa. E Carraro della FIMIT spa è presidente. Il debutto del Fondo Alpha in Borsa fu un trionfo, ma intanto l’Italia del Trap in Oriente veniva mazzolata dagli arbitri. Il passaggio del primo turno fu un patema: capita l’antifona, Carraro volò in Giappone. Ma era troppo tardi, i giochi erano fatti: per Italia-Corea ci assegnarono l’ecuadoriano Byron Moreno e tutti sanno come è finita. «Ladri!», scrissero i giornali. Al fischio finale, in tribuna autorità Carraro si scagliò contro la segretaria di Matarrese, quello che lui aveva fatto fuori dalla Fifa, accusando di avere tramato nell’ombra. Volarono brutte parole, Carraro sa essere molto ruvido quando si arrabbia. Poi nella notte si fece spiegare per filo e per segno come l’Italia era stata gabbata dalla Fifa di Sepp Blatter. Lì per lì voleva spaccare il mondo. Ma nel volo di ritorno dalla Corea cambiò idea e nella conferenza stampa di Roma se la prese con i giocatori: altro che Moreno, Vieri si è mangiato un gol incredibile, disse. Era tutta un’altra storia, insomma. Perché lo fece? Ma perché aveva capito che era inutile una guerra a Blatter, meglio scendere a patti se non puoi vincere: infatti due mesi dopo Carraro veniva nominato a capo della commissione che controlla gli opachi conti della Fifa. Ora da quelle parti l’Italia conta un po’ di più. Dopo la batosta dei Mondiali, tutta l’Italia in coro chiese le dimissioni di Carraro (e del Trap). Ma lui restò incollato alla poltrona di presidente federale. Con il Bostik, scrisse qualcuno. In realtà Carraro nella sua vita ha dimostrato di non avere paura di lasciare il campo quando è il momento. Si era dimesso da sindaco di Roma nel 1992, quando mezza Giunta era stata arrestata per tangenti. E prima aveva lasciato la guida della Lega Calcio nel 1978 per protestare contro l’astronomica valutazione di Paolo Rossi. Che tempi. Ma quella volta no, quella volta Carraro tenne duro: disse che era da irresponsabili mollare in quel momento. Era luglio e il calcio italiano correva verso il crac: mezza serie A rischiava di non essere iscritta al campionato per voragini nei bilanci. Ci voleva un banchiere. [...] Così a gennaio Carraro fece un altro miracolo. Il decreto spalma-debiti. Una cosa mai vista: in pratica si consente ai club di spalmare su dieci anni le perdite del calcio mercato. Solo a un grande uomo di sport poteva venire in mente una roba simile, solo un grande banchiere poteva realizzarla. Carraro è uno e bino. E così il 10 gennaio il presidente-banchiere scortato da Giraudo e Galliani, va a palazzo Chigi per incontrare il sottosegretario Gianni Letta. Il discorso che i tre fanno al braccio destro di Berlusconi è questo: il calcio italiano è schiacciato da due miliardi di euro di patrimonio giocatori, gli ammortamenti soffocano i bilanci, dobbiamo consentire ai club di ridurre il valore dei calciatori con una perizia giurata e di spalmare le perdite su 10 anni invece di tre. Bingol! Letta dice sì. L’idea diventa subito un emendamento al decreto fiscale. Ma alla Camera dei deputati scoppia un pandemonio. La Lega protesta, i Ds dicono che è come «la rottamazione dei Calciatori». Carraro si fionda personalmente a Montecitorio per convincere i più riottosi: quando serve, sa essere un gran diplomatico. Intanto tutta Firenze insorge, con questa norma dicono i tifosi viola, la Fiorentina non sarebbe fallita. Dalla C2, il capitano Angelo Di Livio, ex soldatino azzurro, si dice indignato. Per qualche giorno torna in pista anche Vittorio Cecchi Gori che patrocina un emendamento «per la Fiorentina in B». Dopo molte insistenze Carraro lo riceve, naturalmente a via Piemonte: «Mi spiace non posso aiutarla». Finalmente si vota: «Allo Stato questo provvedimento non costa nulla», giura Carraro mentre poco lontano il sottosegretario alle Finanze Vegas lo smentisce: «Dopo il sesto anno ci sarà una diminuzione del gettito fiscale». Al vetriolo il botta e risposta con Luca Cordero di Montezemolo. «La norma è l’opposto di quello che dovrebbe avvenire in un paese serio» attacca il presidente della Ferrari. E Carraro: «Non accetto moralismi da persone che nella loro vita non sempre hanno avuto comportamenti etici». Capito che botta, all’erede del Drake? Questo è il tipo. Occhio per occhio, dente per dente. Una volta di Franco Sensi, che non perde occasione per attaccarlo, disse: «Io a Sensi restituisco tutto al 120 per cento: se mi attacca di fioretto, rispondo col fioretto, sennò uso il bazooka». Il bazooka va molto di moda. Riccardo Luna