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 2003  maggio 16 Venerdì calendario

I precedenti del male cinese e gli indecisi «se peste fusse o altro malore», L’epidemia ateniese descritta da Tucidide

I precedenti del male cinese e gli indecisi «se peste fusse o altro malore», L’epidemia ateniese descritta da Tucidide. Il colera arrivato strisciando dall’India alla Russia. La danza macabra della Spagnola, la Repubblica, 16/05/2003 Hanno famosi precedenti le cronache del male cinese, perché l’epidemia ricorre puntuale nel teatro rerum naturae. Ad esempio, il colera, venuto 171 anni fa dall’India alla Russia, donde invade l’Europa strisciando a tappe lente: siccome miete poveri diavoli denutriti, sporchi, vulnerabili, fioriscono fantasie d’una guerra chimica malthusiana condotta dai medici nell’interesse dei signori; meno spesso muoiono anche i ricchi o persone a vario titolo eminenti (vedi Hegel, cattedratico berlinese); qualche disinvolta fonte liberale incolpa i governi reazionari. Da noi regna due anni, fino al tardo 1837: meno virulento, riappare ogni decade; e l’incubo genocida riaffiora dal profondo Sud nel biennio 1910-11, quando la falce tocca solo 6.950 anime (P. Preto, Epidemia, paura e politica nell’Italia moderna, Laterza, 1987). Sette anni dopo, la ”Spagnola” ne trascina 274.041 nella danza macabra, più altrettante sulla cui sorte pesa indirettamente. Nei sintomi la sindrome asiatica somiglia alla peste ateniese: occhi rossi, febbre, starnuti, raucedine; poi il morbo scende agl’intestini (Tucidide, II, 49). La chiamano Sars e batte numeri funesti: 105 morti sui 1.458 casi d’Hong Kong ossia 7,1 per cento; Thanatos spagnola colpiva sette volte meno. Circolano ipotesi su quando e come arriverà, teoremi d’economia, disegni preventivi, oroscopi, quaresimali, ecosofie. Tra le tante storie utilmente visitabili scegliamone una milanese, i cui fili risalgono all’autunno 1629, 53 anni dopo l’ultima peste. Che Grigioni e Canton Ticino covino focolai, lo riferiva l’ispettore Francesco Bossi al Tribunale della Sanità, 16 luglio, e bisogna aspettarsi l’inferno quando scendano i lanzichenecchi mandati dall’imperatore contro Mantova, 22 mila pedoni e 3.500 cavalli, nella stima più bassa; il Tribunale della Sanità voleva un trasporto sul lago ma pagando 4 mila zecchini sotto banco, i comaschi lo eludono. Rapine e contagio devastano la sponda orientale. L’aveva addosso Pietro Antonio Lovato, venuto dai luoghi infetti martedì 22 ottobre nella casa dell’Orefice su Porta Orientale: all’ospedale gli trovano dei bubboni; nel quarto giorno transit. Ne dura 5 Carlo Colonna, liutista, acquirente d’un cappello dal morto. Resiste solo 48 ore Gerolamo Radaello, ospite del cognato straccivendolo a Porta Vercellina. In poche settimane 10 casi letali, mentre Milano celebra Baldassarre Carlo Domenico, neonato erede del trono spagnolo: Te Deum, processioni, balli, spettacolo pirotecnico; padre Emanuele Tesauro Societatis Iesu canta dal pulpito vittorie asburgiche sull’eresia luterana, nonché future imprese dell’infante, un panegirico edito sotto il titolo Presagi (crudelmente smentiti: l’eroe muore subito). Le autorità infingarde fingono che non sia morbo contagioso, contro i due componenti tecnici del Tribunale, i dottori Alessandro Tadino e Senatore Settala, figlio del protofisico Ludovico, autorevole pestista: morti «naturali», dicono; molti guariscono «senza industria del fisico et chirurgo». I sapienti disputano se «peste fusse o altro malore» (F. Nicolini, Peste e untori nei ”Promessi sposi” e nella realtà storica, Laterza, 1937, cap. II). Quando anche la questione sia risolta nel primo senso, le sequele causali restano misteriose. Lucrezio postulava un morbidus aer o effluvi dalla terra imputridita sotto intempestivae pluviae ovvero arsa dal sole (VI, 1093-1102). Che testa abbia Ludovico Settala, luminare medico, docente nelle Scuole Cannobiane, figlio intellettuale dei gesuiti, bibliofilo, collezionista, politologo plagiario, consta dal rapporto clinico-peritale con cui manda al rogo Catterina Medici, domestica del senatore Ludovico Melzi: è inquisita perché Sua Signoria ogni tanto aveva male allo stomaco; e lui diagnostica malìe, non ad amorem, i cui effetti hanno una tipologia diversa, bensì «ad mortem, come sogliono le maghe promettere al Diavolo tanto l’anno» (particolari sull’episodio nella mia Fabbrica della peste, Laterza, 1984, 337-44). Comete, vapori, umore tellurico non c’entrano: l’agente è un batterio (lo chiameranno Yersinia), trasmesso dalle pulci Xenopsylla, parassite dell’uomo e dei topi, faune brulicanti nella Milano barocca; nessuno lo sa ancora e guai all’empio positivista che arrischiasse ipotesi così ignobili. Salta agli occhi l’aspetto sotto cui l’epidemia asiatica somiglia all’incipiente peste milanese («va serpendo», declama Ambrogio Spinola nella grida 13 giugno 1630, eufemisticamente, visto che ne muoiono 200 pro die): in entrambe l’autorità politica nasconde l’accaduto, non volendo disturbare l’economia; colpa cosciente, motivata dalla logica corta del profitto; scandalosamente vi cade una repubblica popolare d’atipica matrice comunista. Grazie al Cielo siamo progrediti dallo scibile medico d’allora. L’avvelenatore è un corona-virus come quello dei raffreddori: organismi minimi costituiti da acido nucleico nell’involucro d’una proteina; non avendo metabolismo autonomo, conducono vita parassitaria infiltrati nella cellula. Sciaguratamente il Sars è un retrovirus ossia acido ribonucleico, vettore d’informazioni genetiche qui operanti nel senso inverso, sul genoma della cellula hostess: l’intruso le ordina d’allestire dei replicanti; e lei lavora a ritmi suicidi, finché, rotta la membrana, i nuovi virioni sciamano su altre vittime (arrembano con dei grappini nello stile dei pirati). I retrovirus mutano come niente fosse, tanto più quelli a corona: l’agente Sars viene dagli animali, dove allignano 12 ceppi noti; quando due parassiti nella stessa ospite scambiano gli apporti, il prodotto contamina le figure genetiche. Insomma, sappiamo molto dell’incursore, chi sia e come lavori, donde indicazioni utili a diagnosi, terapia, profilassi. Diversi anche i tableaux culturali. Alla vigilia dell’esplosione i Sessanta Decurioni combinano una festa l’11 giugno 1630, san Barnaba: chiunque stia in piedi vi partecipa e san Carlo diffonde la sepsi vagolando dalle 8 alle 14 sotto i vetri della cassa portata da quattro canonici, con soste a ogni porta, lungo vie addobbate con arazzi, drappi, cortine, archi; espongono paramenti anche le case povere, a spese pubbliche o dei benestanti. In testa viene il clero: i magistrati sfilano secondo le precedenze, portando candele, molti a piedi nudi e «vesti strascicanti quai penitenti», racconta Giuseppe Ripamonti, canonico storiografo le cui ironie segnalano molti pii imbrogli; le autorità «nutr[ono] vivissima speranza che» la santa mummia, «rivedendo le contrade un tempo percorse, il cielo e l’aure» natali, espella «la tabe, il veleno e qualunque influsso» maligno. Dopo 373 anni, non sono più tempi da messinscene macabre ma l’universo dogmatico annovera ancora quel diavolo ricorrente nelle cronache milanesi, serie o burlesche (lo nomina spesso A. Tadino, cervello medico della Sanità): tiene corte a casa Trivulzio; gestisce l’industria dell’unto pestifero; prende a randellate i disubbidienti; svanisce in mano al bargello; citato, compare nel Duomo dove disserta sulla Trinità lasciando tutti a bocca aperta; i padri domenicani gl’intimano un precetto affinché non infierisca oltre il termine ivi stabilito. Adesso se ne parla meno: nessuno però l’ha formalmente dimesso; ogni tanto passano alla ribalta esorcisti con patente, orgogliosi delle innumerevoli vittorie professionali. Ora, siccome le visioni del mondo dipendono meno dal cervello che dalle midolla, l’ipotetica epidemia d’alto tasso obituario (quam Deus avertat) innescherebbe un revival liturgico conforme alla disciplina sanitaria (sermoni penitenziali dagli schermi et coetera, il tutto asettico): su scala collettiva quel che succede al privato quando, vista Thanatos, riscopre memorie infantili, consolazioni perse, parole dimenticate; e scommetterei sulle risposte nel chiericato intellettuale, convertito a barocchismi o romanticherie misticoidi. Inutile dire quanto diseduchi gli attori-spettatori, anzi li incanaglisca, lo spettacolo della morte pandemia. L’ha dipinto Tucidide: nella tempesta delle fortune saltano gli equilibri, cadono i motivi inibitori, spariscono bienséance e pietà; lo scioglimento dei connettivi libera cariche aggressive latenti; ognuno diventa predone (II, 53). Ad esempio, Milano 1630 (non cerchiamola nel Manzoni pseudostorico della Colonna infame, con ipoteche teologali ed estri avvocateschi talvolta prossimi al falso). L’archetipo è Stefano Baruello, ricco malvivente eclettico, lenone, estorsore, attivo nei traffici de peste manufacta: sa d’anacronismo dire che siano delitti impossibili, come li chiama l’art. 49, c. 2, c.p., a proposito d’atti inidonei; quel mondo li considera letali. Condannato alla ruota, attraverso un monsignore riceve proposte d’impunità, purché sveli i mandanti: chiede garanzie; le stipula; formidabile nell’arte d’incantare le teste deboli, riempie tre lunghe sedute narranti; nel punto pericoloso simula un assalto diabolico; accorre l’esorcista liberandolo dallo spirito infestante. L’incidente gli procura simpatie: ormai sta dalla parte giusta; è palpabile l’ascendente sull’uditorio quando racconta una storia sbalorditiva contro don Gaetano Padilla, nobile spagnolo, figlio del Castellano, già incriminato e sotto custodia; in articulo mortis, appestato anche lui, marchia un correo (La fabbrica della peste, 81-114). Rispetto al caso Catterina Medici, i delitti degli untori risultano molto credibili. Inutile anche indicare i beneficiari d’una malaugurata congiuntura epidemica: sono i cavalieri del cosiddetto Ordine, quali nel ventennio nero erano Alfredo Rocco, Luigi Federzoni, Dino Grandi; se ora ve ne siano, lo dicano i lettori. Nell’estate 1914 i santoni nazionalisti, campioni d’industrie protette, acciaio e zucchero, soffiano nel fuoco interventista, prima dalla parte degl’Imperi, poi dell’Intesa: importa poco chi sia il nemico, purché una guerra offra occasioni ai giri della vite autoritaria; vogliono norme d’emergenza, disciplina coatta, controllo dell’opinione, repressione manu militari; e sotto quest’aspetto, peste vale guerra. Ipotesi tristi. Dissipiamole con l’augurio che non succeda niente, e un teorema a tre corni. Primo, vada al diavolo l’illusione d’una natura materna: la sperimentiamo stupida, senza fini, spesso maligna; perciò bisogna modificarla. Secondo, le sbornie prometeiche portano malora: parrà idea obsoleta agl’immoralisti dominanti ma il partito migliore è un rispetto operoso del pianeta sul quale viviamo, effimeri inquilini; l’insensibilità al dolore evitabile del prossimo lontano costituisce colpa e, peggio ancora, cattivo affare (lo notava Alexandre Kojève, interprete dell’hegeliana Fenomenologia, 16 gennaio 1957: qui, 22 aprile). Infine, non dimentichiamo che gli animali umani, abbiano o no un’anima come la configurava san Tommaso, hanno testa e sentimenti: materia fragile, spesso volatile, da coltivare; impadronirsene cavandone profitti è maleficio negromantico (lo presentivano film espressionisti tedeschi tra gli anni Venti e Trenta). Franco Cordero