Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2003  maggio 01 Giovedì calendario

Egidio Calloni e l’oppio dei popoli, Sette, 01/05/2003 Poi arrivarono gli Sciagurati. Quelli che non ne potevano più del Moviolismo (corrente che riduce il calcio ad un solo episodio spesso inesistente su cui poter costruire accuse, rimpianti, grida, semplificazioni, complotti) e che cercavano qualcuno che li aiutasse

Egidio Calloni e l’oppio dei popoli, Sette, 01/05/2003 Poi arrivarono gli Sciagurati. Quelli che non ne potevano più del Moviolismo (corrente che riduce il calcio ad un solo episodio spesso inesistente su cui poter costruire accuse, rimpianti, grida, semplificazioni, complotti) e che cercavano qualcuno che li aiutasse. Dallo scorso settembre si sono ritrovati il giovedì, alle 22.15, davanti a Tele + nero, e da allora non si sono più mossi. Sempre lì, sempre più numerosi, ipnotizzati da Lo sciagurato Egidio. Tifosi? Non solo. Critici folgorati parlano di miglior trasmissione sportiva dell’anno («Se solo fosse un po’ più sporca e meno ingessata, se solo il conduttore sapesse assecondare le divagazioni dei suoi ospiti ci troveremmo vicini all’eccellenza», ha scritto Aldo Grasso sul ”Corriere”), professori di liceo vi si ispirano per le lezioni, studenti del Dams ci fanno la tesi. Una cosa così - dove puoi trovare Beppe Bergomi che parla del campionato senza sprecare un decibel e subito dopo il maledetto Ezio Vendrame, George Best all’italiana, che racconta la sua vita di follie, donne e colpi di tacco - la si chiama cult. «Io dico che è un segnale di speranza. Stiamo aprendo un fronte», spiega «l’ingessato» Giorgio Porrà, 42 anni, giornalista, conduttore e autore del programma con la complicità del direttore di Tele + nero, Claudio Arrigoni. Ma perché si diventa Sciagurati? «Tutto è nato da un mio disagio personale. Il calcio si è imbarbarito e involgarito: conti in rosso, presidenti che insultano, una certa pochezza tecnica in campo, baruffe arbitrali... In tv, poi, esprimere un concetto deprime l’ascolto. Meglio il Moviolismo: ore e ore a parlare di un errore dell’arbitro». Parrebbe una crisi di valori... «Proprio così. Allora mi sono detto: provo a recuperarli, faccio il programma che avrei sempre voluto vedere. Questa è un’idea nata solo dalla passione per il calcio, senza budget e con molto cuore». Il titolo dedicato al mitico Calloni, è diventato un manifesto. «Significa tre cose fondamentali: gli anni ’70, periodo in cui anche il calcio proponeva modelli di ribellione sociale; Gianni Brera, il più grande di tutti, che aveva recuperato per il centravanti del Milan quell’espressione manzoniana; e ovviamente Calloni, entrato nell’immaginario collettivo per certi errori da fantascienza, anche se poi tanto scarso non era. Eroe romantico, Egidio allora ispirava gli scrittori. Oggi sarebbe una plusvalenza». Eppure, proprio da lei, Baricco ha detto: «Basta con le nostalgie, io amo il calcio di oggi». «Se è per questo, c’è stato anche Umberto Eco che ha detto il calcio è l’oppio dei popoli. è un parere. Io mi trovo più vicino a Ken Loach quando sostiene che tifare la multinazionale Manchster United ormai è come tifare Coca-Cola... ». Vi sentite la versione «alta» di Sfide? «Non la metterei così. Sfide è un programma meraviglioso, che però ha un’altra prospettiva, basato com’è sull’eccezionale repertorio Rai. Da noi c’è una connotazione letterario-cinematografica e musicale con la stravaganza sempre dietro l’angolo». Per esempio? «Quando Manuel Vasquez Montalban ha parlato dei vari modi di esultare dopo un gol. Dopodiché Tatti Sanguinetti, nostro ospite fisso, ha mostrato come in un’associazione libera, il gesto dell’ombrello di Sordi nei Vitelloni». Questo è ciò che un critico ha definito «sdoganamento del linguaggio calcistico dai paludamenti tradizionali». Ma tra nuove semantiche televisive, Pasolini, Camus e Galeano, non c’è il rischio di rimanere nella nicchia? «Non credo. Qui ci sono l’alto e il basso, contaminazioni di genere, voglia di emozionarsi. Raccontare le storie di gente come Maradona, Platini, Schiaffino, Garrincha, Meroni, Sollier significa parlare di qualcuno che con il suo modo di giocare e di pensare il pallone ha sempre cantato fuori dal coro. Chi ci ha incontrato lo ha capito e sta continuando a seguirci». Non manca neanche l’attenzione al sociale. «Il contributo di Adriano Sofri, che non a caso si autodefinisce ”attaccante estremo”, è stato uno dei momenti più belli del programma. In un’intervista dal carcere ci ha raccontato come il pallone e il tifo per un squadra siano i primi strumenti di integrazione per gli extracomunitari fra le sbarre. C’è chi l’ha definito un trattato di sociologia attraverso il calcio». Anni ’70; com’eravamo migliori in bianco e nero; Brera; di sicuro, Beppe Viola e Arpino. E se qualcuno vi accusasse di reducismo? «Non ci ho mai pensato. L’impressione che ho ricavato è che se vai a recuperare il passato ottieni comunque un’altra umanità. Io avevo nove anni quando ho visto il Cagliari vincere lo scudetto. Giocavo a pallone per strada a piedi scalzi, un’esperienza davvero sudamericana. Riva era l’eroe messianico capitato per caso nella nostra terra: ha sposato la causa sarda e ha contribuito a riscattarla. Storie così oggi non ne vedo«. I giocatori di adesso come hanno preso Lo sciagurato? «La sensibilità maggiore è fra gli stranieri, che hanno cultura sportiva. L’Italia, invece, è il Paese dove vige ancora l’esercizio medievale del silenzio stampa». Ma si sa che il calciatore ha da sempre terrore del libero arbitrio! «Noi proviamo a farlo uscire dal guscio, e non siamo soli. è stato bellissimo, per esempio, sapere che il tecnico del Bologna, Guidolin, ha regalato ai suoi giocatori il libro di Lance Armstrong, il ciclista americano guarito dal cancro, e poi vederlo venire in trasmissione a leggerne dei passi«. Farete scuola? «Mi piacerebbe. Io sogno una trasmissione così su una rete generalista, in prima serata. Magari su Rai uno». [...] Alessandro Pasini