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 2003  maggio 01 Giovedì calendario

Un tempo per credere nella perfezione bisognava veder giocare il Real Madrid, La Stampa, 01/05/2003 E improvvisamente, sull’Italietta che si apriva, casta e curiosa a «Lascia o raddoppia?», piombò una squadra che non lasciava mai, che raddoppiava sempre

Un tempo per credere nella perfezione bisognava veder giocare il Real Madrid, La Stampa, 01/05/2003 E improvvisamente, sull’Italietta che si apriva, casta e curiosa a «Lascia o raddoppia?», piombò una squadra che non lasciava mai, che raddoppiava sempre. Il Real Madrid. Il 6 e il 14 maggio affronterà la Juventus nelle semifinali della Champions League, che ai quei tempi, si chiamava Coppa dei Campioni. L’idea era venuta a un giornalista parigino, ma fu il Real, in un’Europa che cominciava faticosamente ad avvicinarsi, a renderla una miniera e a garantirle un’identità transnazionale. Seconda metà degli anni Cinquanta, gli anni della Seicento e della Vanoni, della Merlin e del primo boom, dei primi Caroselli. Era una Italia rigorosamente in bianco e nero, i colori della Rai appena nata, non soltanto della Juve appena ricostruita, che dal 1956 al 1960, mica tanto fra parentesi, portò a casa due scudetti, fra una martellata di John Charles e un tunnel di Omar Sivori. Il calcio, ecco. La Nazionale non ne azzeccava una, dai mondiali svizzeri era uscita subito e per quelli svedesi del ’58 non si sarebbe nemmeno qualificata. Colpa degli oriundi, si disse e si scrisse. Anche per questo, l’impatto del Real, di quel Real, di una squadra, cioè, che aveva imparato l’arte senza metterla da parte, fu emotivamente uno sconquasso. Aldo Grasso, principe dei critici televisivi, abitava a Savona, allora. «Ho ricordi molto nitidi. Facevo la quinta elementare, quando il Real andò a giocare a San Siro un amico carissimo riuscì a convincere il padre a portarlo. Di Stefano, Puskas, Gento: è come se avessi visto il paradiso, mi raccontò». Ombrebianche. Sembra un dettaglio banale, letto mezzo secolo dopo. Risultò un elemento fondante: «Innanzitutto – continua Grasso - aveva un ritorno eccezionale sugli schermi, maglie, calzoncini, calzettoni, tutto bianco. E poi era il colore più semplice, più a buon mercato, quale ragazzino non poteva permettersi almeno una maglietta bianca? Sui campetti degli oratori ci si accapigliava per i nomi, Di Stefano sono io, no sono io... Lasciamo perdere paroloni come rivoluzione culturale eccetera. Non è proprio il caso. Ma di sicuro considero il Real delle cinque coppe l’ideale prolunga del Grande Torino scomparso a Superga. A noi, orfani di quello squadrone irripetibile, e ”visto” soltanto attraverso i racconti dei nostri padri, la lingua del Real sembrava la lingua di Valentino Mazzola, un esperanto, un qualcosa di molto più forte dei ”dialetti” che si parlavano in serie A». Il fascino del nome. Real. Reale, nel senso di regale. «La regalità delle favole, però: da non confondere con la retorica della monarchia. L’avevamo avuto anche noi, un sovrano, e pure il mio collegio si chiamava ”Real”. Non era la stessa cosa. Ci sarà un motivo se c’è gente che, ancora oggi, recita a memoria la formazione del Real, di quel Real lì. Siamo a ”c’era una volta un Re”, ha un risvolto fiabesco, che come tale, ha resistito all’oblio». «Lascia o raddoppia?» debutta, ufficialmente, il 26 novembre 1955. Conduzione: Mike Buongiorno con Maria Giovannini e in seguito Edy Campagnoli. Regia: Romolo Siena. L’Italia non sarà più la stessa. Nel calcio, il battesimo della Rai risale a un anno prima, ai Mondiali del ’54. Il televisore è merce rara, si va al bar, nei circoli: consumazione obbligatoria se no, avanti il prossimo. Nel tintinnio dei bicchieri e nel rumore sordo dei pugni dati sui tavoli, arriva il Real. «I papà andavano al bar, i figli in latteria – spiega Grasso - Real sette Eintracht Francoforte tre, l’ultima finale del quinquennio, la mia prima dal vivo, diciamo così. La vidi a Savona, in una latteria, appunto, con la padrona ”tettuta” che controllava che nessuno facesse il furbo e se la guardasse a sbafo. Ragazze, zero: il calcio, allora, era un rito esclusivamente maschile. E il modo di vedere la tv: proprio un altro mondo rispetto ad oggi. Di solito il televisore era sistemato su un trespolo e così tu dovevi puntare gli occhi al soffitto. Dal basso in alto: una visione quasi mistica. Adesso è diverso, adesso il rapporto è orizzontale, il televisore appoggiato a un mobile, lo spettatore stravaccato su un divano o al massimo seduto. E poi, impossibile da dimenticare, c’era un piccolo cartello: è severamente vietato toccare la televisione. ”La” televisione: trovo quel ”la” molto divertente e toccante, come se perfino la padrona della latteria di Savona in cui venni iniziato al mito del Real avesse già capito dove saremmo andati a parare». Sandro Mazzola, figlio di Valentino e simbolo dell’Inter più grande, è uno di coloro che, a quel Real, diedero il colpo di grazia, nel 1964 a Vienna. «Di Stefano aveva 38 anni, Puskas 40, addirittura. Era uno squadrone a fine ciclo, preferisco parlare del Real che accompagnò la mia infanzia, in una Milano sventrata dalla guerra, macerie e case diroccate ovunque. Vivevo a Porta Ticinese, il quartiere dei poveri, andavo all’oratorio di San Lorenzo, sono del novembre 1942, a dodici anni giocavo già nell’Inter. Del Real leggevo le cronache sulla ”Gazzetta”. E quando la davano in tv, con gli amici si faceva branco in un bar vicino casa. Il Real e ”Lascia o raddoppia?”, ci si muoveva solo per loro. C’era l’obbligo di bere o mangiare qualcosa, di solito prendevo un bicchiere di spuma, lo facevo durante novanta minuti, chi finiva prima perdeva il posto... Erano delle serate straordinarie, come se dei marziani fossero scesi sulla Terra. Noi, i catenacciari. Loro, gli artisti. Ignoro quanti soldi prendessero, di sicuro erano straricchi di tecnica. Non dimenticherò mai quando negli spogliatoi del Prater, mi imbattei in Puskas, il colonnello. Già quella carica, il colonnello, mi metteva i brividi. Vederlo dal vivo dopo averlo studiato e ammirato in tv: un’emozione fortissima, seconda soltanto al fatto che, per molti critici, il gioco di Di Stefano assomigliava al gioco di mio padre. Era un’Italia che, a poco a poco, stava rialzando la testa. Il Real mi aiuto a credere nell’esistenza della perfezione». A quell’epoca, Gianni Rivera viveva ad Alessandria, la città della condanna a Giulia Occhini e Fausto Coppi per adulterio e abbandono del tetto coniugale. Il non ancora abatino fece in tempo a debuttare in serie A a meno di sedici anni, in leggero anticipo sulla quinta coppa dei mostri: «Detto che il Milan andò vicino a batterlo nella finale del ’58, quel Real era già allora un modello di organizzazione. Dicevano che si portasse gli arbitri con sé... Il contrasto fra il nostro calcio e il suo era stridente. Fu uno dei primi casi di adozione (di giocatori) a distanza: i giornali ne parlarono poco, la tv stava alzandosi dal seggiolone eppure se pensavi a un’ala veloce ti veniva in mente Gento, Gento e nessun altro». Padre ferroviere, madre casalinga, erano i tempi, agitati ma generosi, della ricostruzione. Per il futuro golden boy, il Real, quel Real, era il dolce: ogni tanto, se proprio faceva il bravo. Roberto Beccantini