Roberto Rizzo Sette, 01/05/2003, 1 maggio 2003
Wu Yi, dama con la ruspa, Sette, 01/05/2003 Indossa tailleur che si disegna da sola. Ha una gran confidenza con la dinamite
Wu Yi, dama con la ruspa, Sette, 01/05/2003 Indossa tailleur che si disegna da sola. Ha una gran confidenza con la dinamite. E - come spiega la sua biografia del Partito comunista cinese, di cui fa parte dal 1962 - sa «guidare la ruspa». Ma non è per questo che a Pechino la chiamano ”dama di ferro”: bensì per aver tenuto testa con ”flessibilità e durezza” agli americani negli anni ’90. Wu Yi, 64 anni, oggi vicepremier e unica donna di governo della Repubblica Popolare Cinese, all’epoca era ministro del commercio estero e negoziava con gli americani su questioni di copyright internazionale, stipulando storici accordi per convogliare dollari nell’economia del suo Paese. «Aveva il senso del comando nel sangue», ricorda Charlene Barshefsky, che in quegli anni gestiva tutti i contenziosi commerciali dell’amministrazione Clinton. Una dura anche la Barshefsky, che si è adoperata per l’ingresso della Cina nel Wto. Eppure: «Siediti!, mi ordinò Wu Yi durante una discussione particolarmente animata. E io obbedii», dice la Bershefsky. Oggi, tra il 19 e il 20 aprile, in sole 24 ore, con una contro-inchiesta condotta personalmente, Wu Yi ha obbligato le autorità di Pechino ad ammettere che in città c’erano 588 contagiati invece che i 40 dichiarati (le ambulanze trasportavano i malati da un ospedale all’altro per evitare i controlli degli ispettori dell’Oms). E i morti erano già 28 e non 4 come da bollettini ufficiali. Autorevolezza e decisionismo che hanno portato al licenziamento del ministro della Sanità Zhang Wenkang e del sindaco della capitale Meng Xuenong; hanno indicato ai rappresentanti dell’Organizzazione mondiale della sanità Wu Yi come la chiave per svelare la vera gravità dell’epidemia di polmonite acuta. E, soprattutto, hanno indotto il presidente Hu Jintao e il capo del governo Wen Jabao a imporre la trasparenza sulle informazioni sul virus nominando la stessa ”dama di ferro” quale ”comandante in capo” per la lotta alla Sars, dotata di un primo fondo pari a 420 milioni di euro. Proveniente da una famiglia di intellettuali, Wu Yi oggi è la donna più potente della Cina. Dopo la vedova del premier Zhou Enlai, ammessa nel comitato centrale del Pcc nel 1982, la ”dama di ferro” è infatti l’unica donna a essere diventata membro permanente del Politburo: nel novembre scorso, al 16° congresso del partito, Wu Yi è stata eletta con il cento per cento dei voti, due preferenze in più del presidente Hu. Un evento storico, per l’organizzazione politica più maschilista del pianeta. «Eppure io non sognavo di entrare in politica», ha dichiarato, subito dopo la nomina, Wu Yi. «Desideravo diventare un’imprenditrice perchè è in un’azienda che si possono sviluppare le proprie idee». Con una laurea in ingegneria, la ”dama di ferro” ha fatto carriera dal ’62 all’83 nell’industria petrolifera (alla raffineria di Dongfanghog la ricordano in qualità di esperta in esplosivi), per poi fare il salto nel partito. Nel 1996 la rivista ”Australian Magazine” è stata la prima ad accorgersi di lei, inserendola nell’elenco delle «cento donne più potenti del mondo». ”Fortune”, l’autorevole mensile economico americano, nel 2002 l’ha indicata tra le «venti persone più influenti dell’economia mondiale». «Ma è sbagliato pensare che Wu Yi rappresenti il ”nuovo”. Non dimentichiamolo: era vicesindaco di Pechino tra il 1988 e il 1991, durante e dopo i tragici fatti di piazza Tienanmen», avverte Maria Weber, responsabile per le ricerche dell’Asia dell’Ispi (l’istituto per gli studi di politica internazionale) e docente all’università Bocconi di Milano. Weber l’ha conosciuta personalmente quando venne in Italia in qualità di ministro: «Era l’unica della sua delegazione a parlare inglese ed era in grado di tenere discorsi a braccio, una rarità per i politici cinesi. è comunque una donna aperta al contesto internazionale, abituata a trattare con gli occidentali e che sa cos’è importante per gli occidentali. Un personaggio che ha fatto del commercio estero del suo Paese parte della sua vita. è stata la prima, della nomenklatura cinese, a capire che il diffondersi del virus avrebbe avuto effetti spaventosi non solo per la situazione sanitaria mondiale ma in primo luogo per l’economia nazionale». La ”carriera” ha assorbito quasi tutte le energie di Wu Yi. Nonostante non le siano mancati dei pretendenti di rango, come riferiscono a Pechino, non si è sposata: «Non sono una single per principio», ha risposto una volta al riguardo. «Da ragazza mi sono fatta influenzare dalla letteratura. Sognavo un principe azzurro che non è arrivato». Colpa anche di «quei vent’anni passati nella foresta», aggiunge riferendosi ai trascorsi presso gli impianti petroliferi Lanzhou. «Quando ne sono uscita ero troppo vecchia per farmi una famiglia e ho preferito la carriera». Instancabile lavoratrice, nel poco tempo libero che le rimane, dicono le biografie ufficiali, Wu Yi ama giocare a tennis. Ma la sua vera passione è il calcio. Nel luglio del 1999, quando i rapporti tra Pechino e Washington erano ai minimi a causa del bombardamento americano dell’ambasciata cinese a Belgrado, negli Usa si giocava il campionato mondiale femminile. La ”dama di ferro” interruppe più volte un suo discorso in pubblico per annunciare i 5 gol della squadra cinese sulla Norvegia. E, prima della finale, proprio contro gli Usa, chiese ufficialmente «un controllo dell’arbitraggio», temendo favoritismi per le avversarie. Vinsero le americane 5 a 4 ai rigori. Roberto Rizzo