Guido Ceronetti La Stampa, 29/04/2003, 29 aprile 2003
Il necessario pudore di chi muore in pubblico, La Stampa, 29/04/2003 Il pudore di chi muore in pubblico per mano violenta: un punto poco indagato del mistero umano
Il necessario pudore di chi muore in pubblico, La Stampa, 29/04/2003 Il pudore di chi muore in pubblico per mano violenta: un punto poco indagato del mistero umano. In frugamenti di storia mi capita di scoprire qualche esempio fermante. Nello sconfinato delitto delle Idi, Cesare si preoccupa, vedendosi stretto dai pugnali dei congiurati, di cadere in modo quanto è possibile decente (così narra Suetonio) e mentre una mano copre la testa con la toga, l’altra, la sinistra, tiene fermo il lembo ad ima crura, fino ai piedi, perché resti nell’ombra anche tutta la parte inferiore del corpo. Cesare si vede già ucciso e non vuole essere visto intimamente da nessuno, uccisori o altri. Il pudore travalica, nel supremo istante, gli abissi della paura fisica e formula una risposta: potete trafiggermi i visceri, resterò per tutti un segreto. Il pugnale alzato di Bruto gli ha fatto appena toccare l’estremo della solitudine. Calpurnia in casa grida, ma Cesare è solo. «... ed ancora che fusse in età di 50 anni dimostrava qualche sembianza di Gioventù» dice l’anonimo cronista di Lucrezia Cenci, madre della Beatrice. Sul palco per essere decapitata, «di vergogna tenne gli occhi al suolo» perché il carnefice le aveva scoperto il seno: anche là, l’istinto del pudore vince il terrore della mannaia incombente. Ma Beatrice fu vista da quelli che stavano dietro il palco, perché allo staccarsi della testa, le gambe si sollevarono sconciamente sopra le spalle, e quel che di lei restò vivo e cosciente dovette soffrirne terribilmente. Non è soltanto un pudore lontano di perdute aristocrazie: è un elemento senza classi né tempi. Il 25 maggio 1946, alle 5,05, venne ghigliottinato uno dei più spaventosi assassini del secolo, il dottor Marcel Petiot. Prima di mettere la testa nella lunetta, Petiot si rivolge al piccolo gruppo di funzionari e difensori che sta per assistere all’esecuzione: «Signori, dice, vi dò un consiglio: non mi guardate; non sarà una bella cosa!». Interpreto queste parole di condannato come ispirate da pura vergogna: ha sacrificato molte vite, ma non vuole che sguardi di disgusto vedano la sua testa che cade. E Natalia Sedova racconta di quando Leone Davidovic Trotzkij, il cranio spaccato da un’orrenda ferita, fu portato al Pronto Soccorso. Riuscì a balbettare soltanto questo, e furono le sue ultime parole: «Non voglio che mi spoglino; fallo tu...». Così una banale pratica ospedaliera divenne una carezza rituale sacra. Il ferito non consegna ai medici altro che la testa; il resto soltanto la compagna di una intera vita può scoprirlo, è un reciproco supremo dono. Era il 20 agosto 1940. Mi domando se oggi, nei nostri disumani blocchi ospedalieri, questo sarebbe possibile. L’unica mano degna di toccare il morente, repentinamente gettato nel mistero più profondo da un atto di violenza bruta, riuscirebbe ad insinuarsi al di là dei vetri blindati, e di curanti affannati che non ammettono e non capiscono la bellezza e l’amore? E ancora, questo è possibile quando c’è una mano di compagna vicino, quando il gesto necessario è presente. Ma se non c’è nessuno? Guido Ceronetti