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 2003  aprile 20 Domenica calendario


Un proiettile per rispondere a troppe domande, il Giornale, 20/04/2003 Fumava «Super» senza filtro e indossava la mimetica militare come gli uomini

Un proiettile per rispondere a troppe domande, il Giornale, 20/04/2003 Fumava «Super» senza filtro e indossava la mimetica militare come gli uomini. Le si erano rivoltate contro associazioni umanitarie e detenuti per la gestione di polso delle carceri più malfamate d’Italia, i gironi dei 41 bis e delle rivolte facili, San Vittore, Spoleto, Ascoli Piceno, Le Vallette. «Non ho mai avuto paura. Io non faccio il direttore del Jolly Hotel», diceva Armida Miserere, che portava il cognome più appropriato per dirigere un carcere. E che nonostante i ritratti da boss, la pietà la sapeva usare, raccontano ora gli amici. Questa donna dura e intransigente, abituata «ad obbedire e comandare, mio padre era in Marina», che viveva il suo ruolo con la disciplina a cui era sempre stata educata, si è tolta la vita ieri mattina sparandosi alla tempia nell’ultima casa circondariale che l’aveva ospitata come direttrice, il supercarcere di Sulmona. L’hanno trovata in pigiama sul letto, con la testa piegata, accanto a una calibro 9.21. Il pastore tedesco con cui abitava non è sceso dal letto neanche quando è arrivata la polizia. Un addetto del carcere si era accorto che la direttrice non era arrivata in ufficio ieri mattina. Non rispondeva neanche al telefono. Quindi con una chiave doppia poco dopo si è recato nella piccola casa dove la donna abitava, appena fuori dal carcere. Sul comodino accanto al letto, una lunga lettera spiega le ragioni del suicidio: «Ho perso la fiducia nell’affrontare il dolore». I responsabili sono «quelli che mi hanno rovinato la vita». Gli assassini del suo uomo, un educatore del carcere milanese di Opera ucciso nel ’90 lungo la provinciale Binasca, mentre si stava recando al lavoro. Due uomini a volto coperto che gli spararono addosso otto colpi di pistola mentre guidava. «Da allora la mia vita è sospesa a un filo», aveva detto Armida Miserere in un’intervista a ”Io Donna”, mostrando la cicatrice eterna di quella perdita: «Ogni giorno mi svegliavo e mi facevo sempre le stesse domande». Da allora abitava da sola con due cani, Leon e Luna. Una casa piena di foto e di ritagli di giornale sull’inchiesta. Identificata, per immunizzarsi dal passato, nella sua divisa di direttrice, anzi di direttore: «Io mi identifico spesso con gli uomini - diceva - quando cammino, dicono, incuto timore. E non chiamatemi direttrice che mi manda su tutte le furie, io sono il direttore e basta». Il ministro l’aveva sempre spostata nei posti più complicati nei momenti più infelici. A Torino dopo la fuga di Renato Curcio, all’Ucciardone dopo la morte di un agente, a Pianosa quando Falcone e Borsellino erano appena stati ammazzati. Nel 2000 Armida Miserere aveva incassato pesantissime critiche per la decisione di non concedere trattamenti di favore a un detenuto affetto da claustrofobia. «Un pretesto per evitare la detenzione», aveva ringhiato lei. E nell’intervista a ”Io Donna” aveva spiegato: «Non venitemi a parlare di trattamenti risocializzanti perché sono boiate». Ma negli ultimi anni aveva avviato anche piani di recupero, come iniziative in collaborazione con ”Sulmonacinema”, corsi di ragioniere per detenuti di Alta Sicurezza, e proprio recentemente stava collaborando all’apertura di un canile con il Comune di Sulmona. Non seminava solo durezza, Armida Miserere, se la sua collega Rita Barbera, direttrice del Pigliarelli di Palermo, al telefono piange e dice: «Io la conoscevo bene, Armida era una grande amica». Ma lei non faceva trapelare niente dei suoi sentimenti, né della sua vita difficile di donna tra uomini: «Qualche minaccia c’è stata, ma non ho mai avuto paura», ripeteva fumando come un uomo. Solo del dolore ha avuto paura la direttrice. Alle 8 e mezzo dell’altra sera, non si è presentata alla processione del Venerdì santo, come faceva da sette anni. «Sono ammalata», aveva fatto sapere. Ma nessuno ha avuto il dubbio che non fosse vero, nonostante Armida Miserere fosse una donna che non si voleva ammalare mai. Emanuela Fontana