Maurizio Cabona il Giornale, 29/04/2003, 29 aprile 2003
Il vento divino che si univa al metallo: perché un martire suicida islamico non sarà mai kamikaze, il Giornale, 29/04/2003 Kamikaze è parola giapponese ormai d’uso comune ovunque, come samurai e seppuku, un lessico di fedeltà, onore e morte, coronamento d’una nobile disfatta
Il vento divino che si univa al metallo: perché un martire suicida islamico non sarà mai kamikaze, il Giornale, 29/04/2003 Kamikaze è parola giapponese ormai d’uso comune ovunque, come samurai e seppuku, un lessico di fedeltà, onore e morte, coronamento d’una nobile disfatta. Il vento divino (kamikaze) aveva scompigliato la flotta mongola che minacciava il Giappone; riferirvisi era ovvio, per chi, dall’ottobre 1944, doveva fermare la flotta americana. Il vento della natura vince, il vento degli uomini perde, però determina il nostro modo di vedere il Giappone, cosi come la vana resistenza alle Termopili determina il nostro modo di vedere Sparta e quella a Kosovo Polje il nostro modo di vedere la Serbia. Da questi precedenti di «gloria ai vinti», i kamikaze si distinguono per l’immolarsi diventando tutt’uno coi mezzi della tecnica: ancor oggi, il rombo di una moto o un’auto giapponese evocano quello ascoltato, per ultimo, dai ventenni che avevano la fronte avvolta da una benda bianca con un sole rosso impresso, in rotta verso il destino su un caccia Zero della Mitsubishi. Quel passato vive anche per gli adolescenti di oggi, se il manga di Tachiliara, Ali d’argento (Panini, 1998) recita: «Il mio aereo si abbatterà su una portaerei nemica e diverrà una massa di metallo. Mi unirò al metallo. Anche i nemici, che moriranno per il mio attacco, ne diverranno parte». Il mito dei kamikaze sprezza gli insulti («musi gialli») dei coevi film hollywoodiani e nel 1987 perfino L’Impero del sole di Steven Spielberg onora ragazzi poco più adulti di quelli di E. T., che non decollano con le bici per dialogare con mondi lontani, ma coi caccia per dare la morte a costo della vita. «Valoroso è il pino / che non cambia colore / col peso della neve», scrive Hirohito in un haiku nell’ora della sconfitta, ma proprio lui, rinunciando alla divinità, rende vano il sacrificio di una generazione. Classe 1925, è uno Yukio Mishima risentito che la celebra nella Lega degli spiriti eroici, per unirsi in Sole e acciaio al metallo di un caccia: un F- 104 della Lockheed, però... Eppure è sempre all’imperatore che dedicherà il suo seppuku. Sono strani i giapponesi, per noi. Per farceli capire, per raccontarci come arrivano ai voli senza ritorno, c’è ora proprio un esperto di haiku, Leonardo Vittorio Arena, con Kamikaze (Mondadori, pagg. 322, euro 18). Oggi il termine si applica agli arabi o agli islamici pronti a morire per uccidere gli americani o gli alleati degli americani. Un bersaglio costante dunque c’è. Ma, mi dice Arena, «la differenza fra la tradizione islamica e quella nipponica non consente assimilazioni fra passato e presente. Infatti l’Islam intende la vita simile all’Occidente: gli manca l’idea del suicidio come strategia; casomai l’intende come martirio». E poi il musulmano è monoteista, come l’americano; il giapponese è politeista. «Anche la componente religiosa differisce – ne conviene Arena - perché nel mondo islamico, a seconda delle interpretazioni, si può parlare di una attitudine etico-religiosa comune, mentre in Giappone quest’etica manca o non sempre è in primo piano. Le visioni del mondo dei piloti kamikaze sono eterogenee: prevalgono shintoismo e buddismo, ma affiorano talora tratti confuciani, ateistici perfino cristiani. Proprio per trovare un punto in comune, in Giappone c’è un generico amore per la patria (a volte la fedeltà all’imperatore non è in primo piano), mentre i kamikaze islamici si riferiscono esplicitamente alla rinascita nel paradiso. Quelli giapponesi pensano solo a una rinascita virtuale nel pantheon di Yasukuni». E poi nessun civile è bersaglio dei kamikaze giapponesi. «Muoia Sansone con tutti i filistei» è invece la logica dei kamikaze islamici. Docente di culture dell’Asia orientale, nel marzo 1944 Junyu Kitayama è perentorio e profetico: «La stirpe giapponese non solo ha eroi: è eroica». Allievo di Husserl, Jaspers e Walter F. Otto, descrive ne Lo stile eroico (Sanno-kai, 2002) l’etica di un popolo a uso di popoli che ne hanno ben altre. Da un’angolazione più aneddotica, Arena, docente nelle stesse materie, giunge alla stessa conclusione, se fin nell’introduzione del suo libro coglie nei giapponesi il «marchio di un’identità etnica irripetibile». Dopo che la portaerei Intrepid è stata centrata, se n’accorge anche l’ammiraglio William F. Halsey. E si sconcerta: «Questa psicologia ci è troppo distante. Gli americani combattono per vivere e stentano a credere che altri combattano per morire». Il suo governo aggira lo sconcerto con la censura. «Solo nell’aprile 1945 qualcosa comincia a trapelare, turbando profondamente gli animi», nota Arena. A livello ufficiale mai gli Stati Uniti riconosceranno nei kamikaze dei valorosi. A non riconoscervi solo dei religiosi sono le gerarchie militari giapponesi. Il viceammiraglio Kawabe Masakazu dichiarerà alla commissione d’inchiesta americana: «Non vogliamo definire le tattiche kamikaze ”attacchi suicidi”. Fino alla fine credevamo di avere la meglio sulle vostre risorse e sulla vostra superiorità scientifica, in virtù della nostra etica e delle nostre convinzioni spirituali». Proprio nel fatale 1944 Ruth Benedict condensava l’animo giapponese nel Crisantemo e la spada, a uso degli ufficiali americani. Ma non è l’erudizione a colmare il divario fra chi vuol avere e chi vuol essere. Maurizio Cabona