Sandro Viola la Repubblica, 04/04/2003, 4 aprile 2003
New York senza sigarette è come Parigi senza la Senna, la Repubblica, 04/04/2003 Caro G., il novembre scorso, ormai non ho più dubbi, avevo sentito le voci
New York senza sigarette è come Parigi senza la Senna, la Repubblica, 04/04/2003 Caro G., il novembre scorso, ormai non ho più dubbi, avevo sentito le voci. Ricordi? Di colpo avevo fatto una valigia, comprato un biglietto, e il giorno dopo ero atterrato a New York. Da lì ti scrissi che ero partito per rivedere un’ultima volta i vecchi bar di Manhattan, e in effetti era questo che credevo. Che m’avesse colto la fregola di rimettere un gomito sul banco di mogano, e un piede sulla sbarra d’ottone, dei quattro o cinque bar più amati: e lì starmene la sera a bere un paio di Martini - la sigaretta tra l’indice e il medio della mano destra - rimestando nella memoria i volti, gli sguardi, i tuffi al cuore di quasi una vita trascorsa nei bar. A questo avevo creduto: a una nostalgia lancinante, a una smania. Ma ora so che a spingermi verso New York era stato qualcosa di più. Qualcosa di più profondo e arcano. Un presagio, un presentimento, una chiamata come il «Samuele, Samuele» della Bibbia o le voci che la pulzella d’Orleans sentì mentre pascolava il suo gregge. E t’assicuro, non sto scherzando. Come spiegare altrimenti quel moto irresistibile, quella partenza affannosa, quel gettarmi subito all’arrivo - quasi in trance - lungo la Cinquantunesima sino al ”King Cole” del St. Regis? Di questo s’era trattato: d’una voce misteriosa che mi sollecitava a non perdere tempo, a partire, a tornare nei bar di New York prima che fosse troppo tardi. Prima del diluvio e della fine. Infatti è finita, il disastro è compiuto. Quattro mesi appena dopo il mio viaggio, dopo che m’era stata fatta la grazia di rivivere per qualche sera l’ora del cocktail a Manhattan (l’ora violetta e silenziosa del gin, degli indulgenti autoprocessi, delle memorie care), tutto è finito. Nei bar di New York, infatti, non si può più fumare. E non fumare con davanti un cocktail è come non respirare. già quasi la morte. Presto, a quanto dicono, sarà così ovunque. Non tanto presto al Cairo, forse, a Istanbul o a Bangkok. Non nella Baghdad del dopoguerra. Ma da noi, tra Roma, Parigi, Londra, Berlino, e sinanche ad Atene, a Madrid e a Lisbona, anche da noi tra poco sarà finita. Un sorso dal bicchiere del Martini, un altro, un terzo con la voglia di fumare che già martella le tempie, e poi via sulla porta del bar ad accendere una sigaretta. Tre o quattro boccate convulse e rese insipide dalla furia, quindi il ritorno al banco del bar dove il Martini (se un barman sbadato non l’avrà intanto tolto di mezzo) sarà ormai intiepidito, una broda. Che dolorosa sottomissione, che tortura degradante. Ma con una differenza rispetto a New York: che dalle nostre parti in Europa l’ascia cadrà dritta su noi fumatori, squarterà soltanto noi. Sarà come la ”piccola” arma nucleare, la bomba ai neutroni, che uccide chiunque si trovi entro il raggio della sua deflagrazione ma lascia intatte, come se nulla fosse accaduto, le costruzioni circostanti. Roma e Londra, Parigi e Madrid resteranno infatti più o meno le stesse. Mentre New York senza sigarette nei bar sarà una città amputata, diversa. Cimiteriale. Come una Parigi senza la Senna, una Pietroburgo senza la Prospettiva Nevskij, una Londra senza le vetrine di Lobb, di New & Lingwood, di Thurnbull & Hasser. Perché il secolo appena trascorso, a New York, era stato il secolo dei bar. Compreso il quindicennio della parentesi proibizionista, quando ai bar s’erano sostituiti gli speak easie. Lì s’era svolta, a partire dalle sei di sera, il meglio della vita newyorkese. Lì s’erano riuniti gli scrittori e gli intellettuali, i pittori, gli attori. I banchieri, gli avvocati famosi, i socialites (le donne più belle, gli uomini più eleganti) abbonati a Vogue, al New Yorker, a Vanity Fair, ad Harper’s, a Smart Set. Le coppie al culmine d’un ”flirt”, i solitari, i lieti e i disperati. Faulkner e Fitzgerald, Dorothy Parker e Jackson Pollock, Gloria Vanderbildt e Walter Matthau, Mencken, Auden e Bob Fosse. Non a caso Bernard De Voto aveva detto - ricordi? - che il bar era «il dono supremo dell’America alla cultura mondiale». Non a caso era nei bar che per più di settant’anni i disegnatori del New Yorker (da Arno a Tobey, da Reilly a Hirschfeld) avevano ambientato le loro sublimi, piccole scene: al bar del St. Regis e dello Sherry Netherland, all’’Oak room” del Plaza, al ”Bemelmans” del Carlyle, al ”Bull & Bear” del Waldorf. E in quei disegni gli uomini e le donne con davanti un bicchiere hanno sempre tra le dita - sempre, sempre! - una sigaretta. Lo so: un mezzo idiota è già pronto a saltar su per dire che i bar di New York restano, sono ancora lì, anche se non vi si può fumare. E che dunque discorsi luttuosi come il mio sono fuori luogo. Beninteso, non sprecherò il fiato per rispondergli. Gli faccio rispondere da una scrittrice, uno dei lari del mito newyorkese, Fran Lebowitz. Domenica 30 marzo, quando la barbara proibizione è entrata in vigore, Fran Lebowitz appariva affranta. Diceva: « nei bar, nelle conversazioni al bar, che s’è svolta negli ultimi sei o sette decenni la storia delle idee. And you can’t sit around in bars and not smoke...». appunto questo che quel mezzo idiota non sa: che neppure Tantalo soffriva come si patisce al banco d’un bar senza poter manovrare continuamente sigarette e fiammiferi. Terreo in viso era anche, in quella fatale domenica, Bryan Snider, il manager del ”21”. A novembre c’eravamo salutati. La catastrofe sembrava ancora lontana, e il vecchio club sulla 52 era identico a com’è sempre stato: le boiseries di quercia, il camino acceso, il vodka Martini senza - o quasi - Martini. Insomma, un monumento. E di questo singhiozzava Snider domenica sera: della sparizione d’un monumento. «Che cosa ci può essere di più civile d’un sigaro o una sigaretta, con un bicchiere di buon Porto, dopo cena? Bene, adesso è finita. Spariscono il costume d’un secolo, una cultura. E non riesco, proprio non riesco a immaginare cosa sarà New York dopo quest’atroce mutilazione». Ti rendi conto, caro G., della fortuna che m’è toccata in sorte? Sei o sette sere nei bar di New York avant le déluge. Gli ultimi giorni di Pompei, le ultime immagini di uomini e donne col bicchiere in una mano e la sigaretta nell’altra, la mente, gli occhi, le voci e i gesti elettrizzati dalla miscela fumo-alcol. Il meglio che la vita ci ha dato. E che sempre più ricorderemo come il meglio, un paradiso perduto, nelle società proibizioniste in cui vivremo i nostri ultimi anni, incalzati da cento e cento divieti, presi alla gola dal salutismo, dall’altruismo, dal pacifismo. «Samuele, Samuele». Sì, a novembre avevo sentito le voci. E le voci m’avevano condotto a Persepoli un momento prima che Alessandro muovesse la torcia per metterla a fuoco. Sandro Viola