Masolino d’Amico La Stampa, 07/04/2003, 7 aprile 2003
Burgess scriveva col ritmo frenetico di un calzolaio, La Stampa, 07/04/2003 Anthony Burgess, della cui morte quest’anno ricorre il decennale, disprezzava gli scrittori che scrivono poco
Burgess scriveva col ritmo frenetico di un calzolaio, La Stampa, 07/04/2003 Anthony Burgess, della cui morte quest’anno ricorre il decennale, disprezzava gli scrittori che scrivono poco. Diceva che uno scrittore deve scrivere, così come un calzolaio fa delle scarpe, lavorando tutti i giorni, con un ritmo costante. Perché tante storie? In un giorno un professionista può mettere insieme tre-quattro pagine decenti. Togliendo le domeniche, fanno ottanta-novanta pagine al mese, ossia un libro ogni tre mesi, quattro libri l’anno. Troppi? Facciamo tre, facciamo due. Ebbene, uno scrittore che pubblica due libri nuovi all’anno, diceva, viene considerato superficiale e sbrigativo; mentre fa semplicemente il suo mestiere. Lui, naturalmente, scriveva moltissimo, e con calma, ma all’origine di questa prolificità c’era stato un periodo di frenesia nato da una circostanza non comune - niente del resto era comune in questo personaggio. Già il suo retroterra era insolito per un intellettuale britannico. Burgess, nato Wilson, veniva da Manchester, da una famiglia cattolica e quasi proletaria. Il padre era cassiere e pianista in un pub, la madre morì quando Anthony, anzi, John (il nome Anthony lo adottò dopo) aveva due anni; crebbe allevato da una zia e poi in un collegio cattolico. Apparteneva dunque alla classe lavoratrice e non si inserì mai nella intellighenzia ufficiale, non per nulla si sentì sempre spiritualmente vicino a un altro famoso outsider provinciale e émigré come lui, D. H. Lawrence, al quale dedicò un libro illuminante. Nel 1940, appena laureato all’Università di Manchester, entrò nell’esercito e ci rimase fino al 1946, comandato, tra gli altri luoghi, a Gibilterra. Poi insegnò letteratura inglese, anche in Malesia dove fu per cinque anni, fino al 1959. Qui avvenne l’episodio decisivo: durante una lezione svenne di colpo. Venne rispedito in Inghilterra, dove gli fu diagnosticato un tumore cerebrale inoperabile e dodici mesi di vita al massimo. Fu allora che si buttò a scrivere furiosamente, e di tutto: recensioni, saggi letterari, versi, prosa di ogni genere, i primi romanzi. Bevve, anche, senza più limiti, imitato dalla moglie. Lei alla lunga contrasse una cirrosi epatica che la portò alla tomba; lui in compenso si sentì dire dai medici, dopo un paio di anni, che si erano sbagliati. A quel punto aveva già sfornato, anche sotto pseudonimo («Joseph Kell»), una serie di libri piuttosto notevoli, tra cui Il seme inquieto, or ora riproposto da Fanucci, e L’arancia meccanica (a orologeria nella versione Einaudi), destinato a diventare proverbiale dopo il film di Stanley Kubrick, che peraltro ne comprò i diritti per quattro soldi. Questi due romanzi uscirono nello stesso anno 1962, mentre nel ’64 vide la luce la trilogia intitolata alla Malesia sulle vicende di un insegnante di inglese insabbiato in vari luoghi di quell’arcipelago: capolavoro, per l’umorismo e per la resa di un impagabile universo multietnico. Già in queste prime prove Burgess sfoggia uno dei suoi talenti più cospicui, quello per i suoni e per le parole. Per i suoni era nato dotato: possedeva, cosa come si sa rarissima, l’orecchio assoluto (in compenso, era daltonico, e infatti nei suoi libri campeggiano rumori e odori, non colori). Non per nulla sarebbe diventato, col tempo, anche compositore: una sua sinfonia, la Terza, fu eseguita dall’Università dell’Iowa nel 1975, e il suo tributo musicale all’Ulisse fu eseguito dalla Bbc nel centenario della nascita di Joyce. Ultimamente è uscito un delicato compact francese con arie per quartetto di chitarre, intitolato Burgess - Musique d’un écrivain anglais sur la Riviera. Questo orecchio gli diede una enorme facilità per le lingue, alimentata dal continuo piacere sensuale che i vocaboli gli procuravano. Quando abitava a Roma, negli anni Settanta, per esempio, scoprì il Belli e ne rimase estasiato al punto di tradurre in inglese ben cinquanta sonetti, mantenendone schema metrico e rime. In ABBA ABBA, il breve romanzo in cui ipotizzò un incontro tra il grande poeta inglese, anche di sonetti, John Keats, venuto a morire in Piazza di Spagna, e un giovane Gioacchino Belli che in qualche modo raccoglie da lui il testimone, c’è una pagina di pura estasi su un vocabolo usato dall’irriverente romano, «dumpennente», per l’organo genitale maschile, con blasfema reminiscenza nientemeno che dello Stabat Mater («dum pendebat Filius»). Ma il gusto per i capricci degli idiomi, le loro deformazioni e i giochi possibili con quel materiale era già nei romanzi sulla Malesia, pieni di scherzi sui vari pidgin o parlate bastarde. Lì un personaggio parla delle difficoltà del malese, mentre a suo dire il cinese è facilissimo. I lettori dell’Arancia a orologeria ricorderanno che a differenza del film, dove l’argomento centrale verte sulla liceità di sopprimere il libero arbitrio (la rieducazione forzata del sadico delinquente protagonista), nel libro spicca soprattutto il gergo inventato da Burgess per i criminali giovanili del futuro, ricco di invenzioni sorprendentemente preveggenti. Non meraviglia dunque il rapporto di particolare affinità che Burgess sentì per Joyce - altro poliglotta, altro espatriato, altro outsider di origini cattoliche, altro signore del linguaggio - che studiò e illustrò penetrantemente. Io Burgess, di cui ho tradotto qualche libro sempre divertendomi assai, cosa che capita solo con gli scrittori veri, l’ho conosciuto e frequentato un po’ all’epoca di certe sue avventure cinematografiche, in particolare quando lavorò con mia madre alla sceneggiatura del Gesù di Nazareth televisivo di Franco Zeffirelli. Mia madre e Zeffirelli scrivevano in italiano e Burgess in inglese, io dovevo tradurre immediatamente le pagine di Burgess. Da ragazzo ero stato a scuola di dattilografia, e il fatto di battere a macchina con tutte le dita fu per me un enorme vantaggio fino a quando l’avvento del computer non lo vanificò. Ma la mia rapidità era appena sufficiente per tenere dietro a Burgess, che da Marino sui Colli Laziali, dove abitava e da dove si spostava malvolentieri, inviava scene e sequenze complete a getto continuo. Era uno sceneggiatore atipico, di solito questo lavoro consiste in lunghe discussioni collettive, nella produzione di qualche foglietto, e in infinite riscritture. Lui veniva di rado, parlava pochissimo, mandava quasi subito del materiale perfettamente organizzato, e dopo non voleva pensarci più, gli altri ne facessero pure quello che gli pareva. Mia madre essendo invece duttile, l’alchimia tra loro funzionò e il non facile copione venne assemblato senza troppi intoppi. Però ci fu un dopo. Bisognava che le autorità della Rai, molto preoccupate delle possibili reazioni del Vaticano, approvassero ogni sillaba prima che la sceneggiatura entrasse in produzione. Dovemmo quindi passare per una serie interminabili di sedute in viale Mazzini, discutendo scena per scena, anzi, battuta per battuta, col direttore della rete Emanuele Milano e soprattutto col funzionario incaricato, Pier Emilio Gennarini, che era una persona intelligentissima e assai competente sui Vangeli, ma anche un mistico intransigente fino al fanatismo. Burgess detestava tutto ciò, anche perché l’interrogatorio cui eravamo sottoposti tutti quanti, Zeffirelli compreso, verteva sul copione in italiano, mentre il film sarebbe stato girato in inglese e poi doppiato in un secondo tempo. «Qui san Giuseppe dice alla moglie ”cara Maria”... vi sembra il caso?». «Com’è in inglese?». «Dear Mary». «Be’, sì, vuol dire ”cara Maria”. Cosa c’è che non va?». «Quel ”cara”... troppo intimo. Potrebbe far pensare che il rapporto tra i due...». «Ma sono pur sempre marito e moglie». E via di questo passo, ci saremo stati un mese. Il futuro presidente della Regione Lazio Piero Badaloni, che allora era un ragazzino e lavorava all’Ente, prendeva nota dei cambiamenti sui copioni. Noi facevamo finta, anche se ogni tanto una delle obiezioni di Gennarini coglieva nel segno. Burgess era un uomo alto, silenzioso, composto, molto signorile nel tratto - la parola è «gentlemanlike». Ascoltava, rifletteva intensamente, si ritirava... e scriveva, con stupefacente rapidità e precisione. In seguito ammirai molto un altro suo prodotto che fui chiamato a tradurre al solito a tambur battente, una serie di puntate anche qui televisive per una vita di Shakespeare; ne aveva sfornate cinque o sei, ed erano brillantissime, piene di invenzioni, quando la produzione angloamericana trovandole troppo raffinate passò l’incarico a qualcun altro (la serie che alla fine venne realizzata risultò pessima). Burgess si intendeva di tutto e dietro richiesta trattava qualunque argomento, ma era al meglio quando c’era di mezzo la letteratura inglese, che conosceva come pochi altri. Anche alla rovescia: ne scrisse una storia che comincia col Novecento, anzi, con lui stesso, e finisce con le origini nell’alto Medioevo. Trovava nessi e rapporti stimolanti e li trasformava in spettacolo. Per una ricorrenza scrisse un radiodramma, poi purtroppo massacrato dalla Rai, ipotizzando un contatto tra due geni contemporanei, Shakespeare e Cervantes, i quali morirono lo stesso giorno, seppure secondo calendari diversi. Come romanziere puro fu sempre originale, anche se non so fino a che punto lo si possa considerare un vero narratore. Forse era, paradossalmente, troppo intelligente, troppo veloce. Stufo anche lui di essere considerato tale, prima di andarsene volle mettere insieme anche un bestseller, sia pure di qualità, e nelle 665 fitte pagine di Gli strumenti delle tenebre, lo fece. Qui c’è davvero tutto: uno scrittore malignetto e gay, molto simile a Somerset Maugham, racconta i più di cinquant’anni della sua amicizia antagonistica con un prete che poi diventa addirittura papa, un santo moderno e ottimista, attivo, spregiudicato e persino gaudente, ma per Burgess esponente dell’eresia pelagiana e dunque, malgrado le apparenze, deleterio. Tra gli ingredienti, pettegolezzi letterari apocrifi, con apparizioni di Ford Madox Ford, Pound, Jimmy Joyce; ambienti insoliti (Malta, Singapore, Milano, Chicago...); grandi avvenimenti storici (l’avvento del nazismo, la seconda guerra mondiale); il tema della persistenza della violenza nel mondo moderno, culminante nel suicidio-sterminio dei discepoli di un leader spirituale. Insomma, chi più ne ha più ne metta. Quando il tomo uscì, Burgess fece sapere di avere impiegato dieci anni per scriverlo. Io sospetto che gli ci sia voluto molto meno. Masolino d’Amico