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 2003  aprile 24 Giovedì calendario

Sadr City, l’enclave irachena dove gli ayatollah hanno imposto il welfare state, La Stampa, 24/04/2003 Sadr City

Sadr City, l’enclave irachena dove gli ayatollah hanno imposto il welfare state, La Stampa, 24/04/2003 Sadr City. Esternamente, una teocrazia che nasce non usa strumenti diversi da quelli di qualsiasi altro sistema politico. I vigili urbani lavorano come quelli di ogni altro luogo, anche se non indossano divise e sono volontari, la polizia pure, anche se veste il tradizionale «dishdash» e si distingue, quando vuole, solo per un bracciale verde posto sulle bianche tuniche. Anche i mercatini funzionano, sia pure mettendo assieme patate e «kalashnikov». Piuttosto, visto da Sadr City, già Saddam City, due milioni di abitanti, prima enclave irachena sotto un governo di fatto degli ayatollah, potremmo dire che il sistema teocratico sciita rappresenta un raro esempio di Stato del welfare. Qui infatti nessuno muore di fame, anche se l’appetito è forte, nessuno ruba al vicino anche perché c’è poco da rubare, nessuno lamenta malanni perché non esistono farmacie, nessuno ha svaligiato altro che ministeri e uffici pubblici, e soprattutto nessuno protesta. Se nasce una controversia si va dall’imam di una delle 42 moschee che innalzano poveri minareti dal mare di immondizia che annega questo sobborgo. Se la controversia si fa più accesa intervengono gli sheikh, e se proprio il problema non si risolve attraverso le sure del Corano allora si può fare la fila dinanzi al Tempio della Saggezza, poiché questo è il signifato di «Al Hikmar», la moschea dell’ayatollah Mohammed Al Fartusi. Al Fartusi è un bell’uomo di 35 anni, alto, scuro, barbuto, ieratico, ha occhi neri e penetranti, parla con calma profonda. Venerdì scorso - nel calendario arabo, 9 di muharrim - ha celebrato a Najaf la quarta ricorrenza dell’assassinio dell’ayatollah Mohammed Sadeq Al-Sadr, fatto uccidere nel ’99 con i due figli a Kufa. Ed è a lui che Al Fartusi, con decisione autonoma, ha intitolato la Soweto del Medio Oriente. Dell’enorme significato simbolico di questa scelta parleremo fra poco, assieme con il fatto che tre giorni fa l’arresto di Al Fartusi da parte degli americani aveva provocato la mezza rivolta di seimila persone che hanno cinto d’assedio l’albergo Palestine. Prima però diamo un’occhiata al quartiere. A Sadr City il potere religioso ha riattivato quasi tutto tranne il servizio di nettezza urbana, che peraltro non esisteva neppure durante l’era di Saddam. Avventurarsi tra queste catapecchie significa chiudere i finestrini dell’auto e mettersi qualcosa sul viso per combattere il tanfo che sovrasta tutto, bisogna attraversare montagne di immondizia che marciscono al sole sui marciapiedi e al centro delle carreggiate, tra qualche povera figura in nero che contende fetidi rimasugli alle capre. All’incrocio tra Al Fallah e Al Urraba il traffico è mostruoso, l’ingorgo si avvoltola su se stesso: da questa parte c’è il grande «mercato dei rapinatori», noto anche come «mercato delle tende», e tutti cercano di raggiungerlo. Ci spiegano: «Qui farina e cibi freschi costano meno della metà che a Baghdad, eppure non siamo neanche a dieci chilometri dal centro: gli ayatollah hanno calmierato i prezzi e tutti ubbidiscono». Il nostro autista non può resistere e si fa anticipare la paga di tre giorni per riempire il cofano di pomodori, verdura, banane e bombole di gas da cucina, il cui prezzo nella capitale è aumentato di venti volte. Il mercato però offre molte altre opportunità, un giro di shopping da queste parti può rivelarsi uno dei più interessanti del mondo. Il settore dei ricambi per auto propone marmitte nuove e usate, motori interi appena smontati dai grandi fuoristrada americani rapinati la settimana scorsa, targhe prese con le auto o strappate via al volo. Queste ultime sono monopolio dei ragazzini, ciascuno siede davanti alla sua brava pila e offre il prodotto per una manciata di dinari. L’area dedicata alla tecnologia inizia subito dopo, preceduta dalle bancarelle dei falsari che per due o tre dollari offrono tessere militari, per cinque un passaporto iracheno e per trenta o cinquaranta quelli europei ed americani. I documenti non sono nuovi ma per questo ancora più credibili, un piccolo supplemento in dollari e all’aperto, sotto il sole, la falsificazione (neanche pessima) avviene immediatamente, basta essersi portati la foto. Qualche passo ancora ed ecco le migliaia di condizionatori, ventilatori, frigoriferi e vecchi televisori portati via dalle sedi governative. Il potere doveva amare molto il Dvd, a giudicare dall’abbondanza dell’offerta, si notano anche le prime parabole per la tv satellitare, vietate dal regime di Saddam. Queste sono nuovissime, ma ci spiegano che in genere non si vendono agli sciiti, piuttosto a qualche sunnita o cristiano che arriva dal centro: chi sta sperimentando la teocrazia degli ayatollah deve aver già elaborato qualche proiezione sul futuro. Cento metri ancora ed ecco l’ipermercato delle armi, uno spettacolo straordinario. Un tempo non molto lontano ci accadde di osservare qualcosa del genere a Bajram Curri, villaggio laido sperduto sulle montagne albanesi. Lì si trovava il quartier generale dell’Uck e i mitra erano sulle bancarelle in offerta speciale. Questo però è il trionfo del kalashnikov, l’apoteosi del lanciarazzi, il tre per due del bazooka e della bomba a mano. I mitra sono vecchiotti, di produzione romena, li puoi prendere a dieci dollari assieme con un caricatore, i venditori li garantiscono e per provarli ti esplodono in faccia un «ratatatà» diretto verso il cielo. Viene da pensare che dopo breve trattativa ci si potrebbe assicurare a un prezzo di saldo anche uno dei tanti camion lanciamissili completi di proietto che giacciono abbandonati sotto i cavalcavia della città. Un mercato delle armi può apparire stridente nel regime teocratico e popolare di Sadr City, ma l’ayatollah Al Fartusi, che gentilmente ci riceve, ha una spiegazione anche per questo: «I fedeli devono proteggersi dalle vendette dei Fedayn di Saddam Hussein. Anch’io peraltro porto una pistola e tre giorni fa, mentre tornavo da Najaf, gli americani mi avevano arrestato con quel pretesto...». Un pretesto, dice, poiché durante la prigionia ha visto molti altri iracheni fermati con armi nelle auto, controllati e poi lasciati andare senza problemi. «Io invece ero con cinque dei miei e l’unico che portasse indosso una pistola: ci hanno fermati all’ingresso Sud della città e poco dopo portati in un’ex fabbrica della Scania occupata dagli americani. Ho detto subito chi ero e cosa facevo, ma gli americani ci hanno chiusi in un recinto, obbligati a stare seduti, ci hanno impedito di pregare. Lo sheikh seduto accanto a me cercava di farlo ed è stato picchiato con il calcio dei fucili. Al mattino dopo ci hanno trasferiti a bordo di un furgoncino aperto con le teste infilate nei sacchi, hanno calpestato il mio turbante, ci hanno preso a calci... Poco più tardi, quando a Baghdad è partita una grande manifestazione in mio favore, mi hanno proposto di andarmene da solo ma io ho rifiutato: sarei tornato libero solo coi miei cinque confratelli... Hanno ceduto qualche ora dopo». Adesso però, chiediamo, si annuncia anche l’arresto di un secondo ayatollah che pare si chiami Al Madrassi.. «Ne ho sentito parlare, sembra sia accaduto ai confini con l’Iran ed è meglio dire subito che questo genere di violenza non può essere più accettato. Gli americani devono sapere che il popolo degli sciiti è saggio e pacifico, ma che la sua pazienza non può essere sfidata all’infinito: se dalla protesta divampasse la collera il popolo imbraccerebbe le armi, perché tutti sanno che questo Paese è pieno di armi... Le regole di vita degli iracheni provengono sempre dalla medesima radice secolare, quella della Hawza, la scuola coranica di Najaf. In base a quelle radici il popolo sceglierà i suoi rappresentanti, però gli americani smettano di provocarlo». Esaurito il colloquio l’ayatollah Al Fartusi ci saluta cortesemente, sia pure senza stringerci la mano, e indica ispirato il ritratto che lo sovrasta, quello del venerabile Mohammed Sadeq Al-Sadr. Il brivido di paura che comincia a percorrerci la schiena deriva dal fatto che solo in questo momento abbiamo capito che «quel» Sadr, l’uomo cui è stata intitolata la città, appartiene alla medesima famiglia di Moussa Sadr, il leader religioso libanese scomparso nel 1978. In suo nome, il movimento sciita del Libano si scrollò di dosso secoli di sopraffazione e partorì tra l’altro il «Partito di Dio», più noto come movimento degli Hezbollah. Giuseppe Zaccaria