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 2003  aprile 04 Venerdì calendario

Anno 2023: l’Europa arriva fino all’Iraq, la gelosia americana diventa paura, Diario, 04/04/2003 Siamo al gennaio 2023 e in Europa si arroventano le polemiche: la grande questione all’ordine del giorno è l’adesione dell’Iraq all’Unione Europea

Anno 2023: l’Europa arriva fino all’Iraq, la gelosia americana diventa paura, Diario, 04/04/2003 Siamo al gennaio 2023 e in Europa si arroventano le polemiche: la grande questione all’ordine del giorno è l’adesione dell’Iraq all’Unione Europea. L’Iraq? Sì, avete letto bene. Il Paese mesopotamico, democrazia da quasi vent’anni, è un produttore di petrolio vitale per l’Europa, e chiede l’ammissione anche su pressione della minoranza curda, stanca di essere discriminata rispetto ai cugini che vivono in Turchia e sono europei da circa 15 anni. Comincia così un breve, ma meditato, futuribile, scritto dallo storico Timothy Garton Ash - uno dei più noti intellettuali anglosassoni, che divide il suo tempo tra la Hoover Institution dell’Università americana di Stanford e il St Antony’s College dell’Università inglese di Oxford, dove dirige il Centro di Studi Europei - per un supplemento che il ”Wall Street Journal”, il grande quotidiano economico americano, ha dedicato ai vent’anni della propria edizione europea, e che getta uno sguardo avanti di altri 20 anni; al 2023, appunto, quando, secondo Timothy Garton Ash, saremo maturi per far entrare l’Iraq in Europa. I confini geografici, storici e culturali che avevano caratterizzato l’Europa dal XIV al XX secolo sono infatti stati superati con la decisione di ammettere la Turchia. E così, in questa ”prefigurazione americana”, al termine del primo quarto del XXI secolo l’Europa è ormai diventata uno dei maggiori imperi del mondo; dopo l’ammissione di Ucraina e Moldova nel 2021, conta 37 Paesi membri e una popolazione di più di 600 milioni di persone; ogni nuova ondata di Paesi membri ha provocato un’iniezione di dinamismo che ha scosso beneficamente le economie stagnanti e anchilosate dell’Europa Occidentale e con 19 mila miliardi di dollari, la sua economia è la maggiore del pianeta, superiore di gran lunga a quella degli Stati Uniti. Tra queste due formazioni politiche sussiste una grande diversità. L’impero americano è costituito da scampoli sparsi di malcelata egemonia, da Paesi formalmente indipendenti, ma di fatto protettorati degli Stati Uniti, ed è tenuto insieme da rotte marittime, basi militari e dall’esercizio continuo dell’influenza politica ed economica. L’impero europeo, al contrario, è un’unità territoriale, uno spazio ininterrotto di Paesi contigui, formalmente legati da un trattato costituzionale. Spazia dall’Atlantico alla Crimea, dal Capo Nord alle montagne del Kurdistan, e si appresta a raggiungere, nel Golfo Arabico, le rive dell’Oceano Indiano. Questa nuova Europa è però priva di molti degli attributi tradizionali del potere imperiale. Si tratta di un impero senza imperatore, senza una vera struttura centrale di comando centrale, senza una singola potenza dominante al suo interno. Assomiglia più al medievale Sacro Romano Impero, un’accozzaglia di forze diverse che però ha saputo galleggiare con sufficiente successo per un migliaio di anni sulle acque tempestose della storia, pur senza saper produrre un nuovo modello trionfalistico di unione federale. O, si potrebbe aggiungere, all’Austria Felix, a un tempo quintessenza dell’Europa, ma pochissimo europea se valutata con metri moderni, capace di far convivere, al proprio interno, con una certa armonia nazionalità e culture tra le più disparate. Ci sono due buoni motivi per meditare su questa visione dell’Europa del futuro. In primo luogo, perché, sia pure inconsciamente, riflette la tradizionale ”gelosia”, persino paura, anglosassone nei confronti del ”continente” della quale non molti europei si rendono conto. Lo stesso supplemento del quotidiano americano riporta i risultati di un sondaggio dal quale risulta che la maggioranza degli intervistati residenti nell’Unione Europea (il 57 per cento) è convinta che, nel giro di vent’anni, l’Europa si sarà rafforzata nei confronti degli Stati Uniti. E questo è ragionevole; a credere la stessa cosa sono però anche il 52 per cento degli intervistati americani, quasi certamente con sentimenti ben diversi da quelli degli europei. Il numero degli americani convinti che, pur rimanendo militarmente più debole, l’Europa del 2023 avrà economicamente raggiunto quello che una volta gli inglesi chiamavano i loro ”cugini ricchi” è addirittura maggiore di quello degli europei (34 per cento contro 29 per cento). Il secondo e più importante motivo di riflessione è che questo breve scritto guarda all’Europa in maniera robustamente diversa dagli stereotipi europei. Seguendo il saltuario dibattito europeo sul futuro dell’Europa, si deve concludere che, in larga maggioranza, siamo incapaci di concepire un’Europa del futuro che non sia la ripetizione dell’Europa del passato, con i suoi preziosi equilibri franco-tedeschi e un’introversione da ”piccola patria”, il costante, inconscio riferimento all’America e alla Russia. La immaginiamo perennemente ingessata in comportamenti e schemi di tipo tradizionale, sempre più vecchia, sempre meno dinamica, sempre garantista e dimentichiamo che, per un veneziano della Serenissima, l’Europa si estendeva idealmente fino all’Armenia (come dimostra una bella chiesa della città veneta), mentre, come già si è ricordato, erano decine le nazionalità, sovente distanti e pittoresche, che porgevano, in lingue e costumi variopinti e disparati i loro omaggi all’imperatore di Vienna. Si potrebbe quasi argomentare che il grande capitolo delle colonie e dell’espansione marittima sia stato un’aberrazione rispetto alla tradizionale vocazione europea che è appunto quello di una contiguità territoriale, di un indistinto confine, di un dialogo profondissimo e continuo con l’Asia. L’Europa recupererebbe così la sua naturale vocazione che può definirsi forse di ”attrazione debole”, con amplissime autonomie che però si possono richiudere in momenti di emergenza, difficoltà, o comunque necessità percepita di azione comune. In una surreale visione, si potrebbe sostenere che il tanto celebrato ”principio di sussidiarietà”, che consente a un’autorità di sostituirsi a un’altra di livello superiore la quale non agisce, affondi le sue radici nell’essenza europea. Forse era proprio il ”principio di sussidiarietà” che consentiva a regioni e grandi città di dialogare direttamente con il potere centrale. E così le ”direttive” di Bruxelles che consentono elasticità di applicazione, ma che, con l’andar del tempo, si rivelano importanti e cogenti. Si realizzerà qualcosa di simile a questo futuribile, tutto sommato rassicurante e certamente basato su premesse non irragionevoli? è naturalmente troppo presto per dirlo, ma una cosa appare in qualche modo abbastanza sicura: la spaccatura con l’America sarà probabilmente ricucita, ma rimarrà una brutta cicatrice, o magari fenditura, piccola ma molto profonda, nei valori e nei punti di vista. Le differenze più importanti si rivelano a livello della vita quotidiana ed è questo, assai prima delle differenze di opinioni tra i governi, che sta rendendo l’Atlantico più largo. La classe politica americana non ha più, come invece accadeva fino a pochi anni fa, completato i propri studi in Europa o, quanto meno, conosciuto l’Europa di prima mano durante gli anni della guerra. Per la maggioranza dei parlamentari americani, che ha viaggiato pochissimo fuori dell’America del Nord, gli alleati europei, un tempo considerati vitali, sono poco più che una serie di nomi su una lontana carta geografica sulla quale una buona metà dei loro elettori non sa indicare con certezza dove sono Londra o Roma, Parigi o Madrid. Anche nella vita di tutti i giorni, poi si sviluppano comportamenti differenti. Come ha rilevato un quotidiano attento quale l’ ”International Herald Tribune” al termine di un’inchiesta sui comportamenti del pubblico dei supermercati in Europa e in America, gli europei pongonono più attenzione al gusto e alla qualità del cibo, gli americani alla sua scadenza (e, vien fatto di aggiungere, al suo costo). E non è il caso di scomodare Feuerbach per accorgersi che le differenze nelle abitudini alimentari vanno annoverate tra le diversità profonde tra i popoli. La crescente insularità americana, l’orgoglioso e arrogante desiderio di solitudine degli Stati Uniti è uno dei motivi che hanno indotto l’Europa a proseguire in un’organizzazione economica autonoma. Del resto, l’unione economica è già nei fatti: oltre il 60 per cento delle esportazioni dei Paesi dell’Unione ha come punto d’arrivo un altro Paese dell’Unione. I Paesi dell’area europea - intesa come complesso dell’Europa Occidentale, Centrale e Orientale - negli ultimi anni hanno commerciato sempre più tra loro: un fenomeno che sta dando vita, con un apporto crescente della Russia, a una nuova grande area commerciale non particolarmente aperta al resto del mondo, mentre gli Stati Uniti pesano per appena un sesto circa sulle esportazioni europee. A questi germi di fatto di unità continentale vanno aggiunti gli sviluppi in campo istituzionale, particolarmente importanti nel 2002. Il 2002 è stato percepito dagli europei, tipicamente pessimisti sulle proprie potenzialità e sul proprio futuro, come anno di confusione e di crisi, specie nella politica internazionale. Se però non si rimane alla superficie delle notizie, e si adotta un campo leggermente più lungo, quest’anno appare caratterizzato da notevole vitalità. Al primo posto tra i punti totalizzati dall’Unione Europea bisogna porre il successo dell’introduzione fisica dell’euro. Che centinaia di milioni di persone abbiano accettato di buon grado il nuovo mezzo di pagamento, che è risultato disponibile nelle giuste quantità al momento appropriato, nel gennaio-febbraio 2002 rappresenta, di per sé, un piccolo miracolo di civiltà e di organizzazione. Gli europei hanno abbastanza rapidamente cominciato a ”pensare in euro”, pur con qualche fisiologica nostalgia e recriminazione. Oltre a rivelarsi istantanea nell’uso corrente, l’accettabilità generale della moneta è, in ogni caso, cresciuta come strumento di riserva e anche come moneta per le transazioni quotidiane in Paesi limitrofi. L’insediamento, a fine febbraio 2002, della Convenzione Europea, incaricata della progettazione di una nuova costituzione, premessa per l’allargamento all’Europa Centrale e Orientale, rappresenta un secondo successo dimenticato. Tale allargamento costituisce una scelta strategica importante, in quanto contribuisce a definire non solo le dimensioni ma anche la natura dell’ ”isola Europa” nell’arcipelago mondiale. Dopo i risultati del referendum irlandese del 20 ottobre che, con una larga maggioranza (62 per cento) ribaltava un precedente giudizio negativo e l’accordo sui contributi di bilancio per i fondi strutturali della futura Unione a 25 Stati, il 13 dicembre, il vertice europeo di Copenaghen si esprimeva in favore dell’ingresso nell’Unione, nel maggio 2004, di dieci nuovi Paesi. Veniva inoltre decisa l’apertura, nel dicembre 2004, di negoziati con la Turchia in vista dell’adesione di quel Paese, dopo che il Parlamento di Ankara aveva deliberato l’abolizione della pena di morte e l’introduzione del principio della libertà di parola per tutti. Non va inoltre trascurata la decisione dell’Unione Europea, nel maggio 2002, di riconoscere alla Federazione Russa lo status di ”economia di mercato”. A questi sviluppi esterni si accompagnano importanti sviluppi nel campo della politica industriale, pur dilazionati nel tempo e relativamente piccoli se presi singolarmente. Nel febbraio 2002, il Parlamento Europeo ha approvato la procedura accelerata per l’unificazione dei mercati finanziari; a luglio, la Commissione ha varato la liberalizzazione del mercato dell’auto, da realizzarsi a partire dal 2005; a novembre si è approvata una riforma dell’Antitrust che conferisce maggiori poteri agli ispettori e si è raggiunto un faticoso accordo sulla liberalizzazione energetica, da avviare a partire dal 2007. L’esigenza di una nuova progettazione economica per l’Europa allargata è stata gradualmente avvertita; si diffonde la consapevolezza che il ”patto di stabilità”, con i suoi parametri assai rigidi, non può costituire un surrogato della politica economica. La sua insufficienza è già apparsa nel vertice di Siviglia del giugno e a settembre è stato deciso lo slittamento al 2006 della data del pareggio di bilancio degli Stati aderenti all’Unione Monetaria, una sorta di ”misura tampone” in attesa di meccanismi finanziari più flessibili. La necessità di un ”ministero europeo dell’economia”, in grado di dialogare con la Banca Centrale Europea, comincia a delinearsi nel difficile autunno 2002 in cui la congiuntura rallenta fino al livello di una vera e propria crisi; ma apparve ugualmente chiaro che non si poteva realizzarlo in condizioni di debolezza o di apparente lassismo. Per questo, l’Ecofin, il consiglio dei ministri dell’Economia, ha operato con severità contro i Paesi che hanno infranto le norme del patto, aprendo una procedura di infrazione contro Portogallo e Germania, e lanciando un avvertimento alla Francia. Le prospettive europee sono sempre apparse nettamente differenti a uno sguardo ravvicinato, che ne mette in evidenza soprattutto i limiti, le esitazioni, le incertezze e i contrasti, e a uno sguardo in tempi lunghi, in cui emergono soprattutto i progressi compiuti. Non sappiamo se Timothy Garton Ash abbia visto veramente giusto ma il continente appare ora sull’orlo di una trasformazione strutturale in grado di dargli altre dimensioni, altre visioni e una logica differenti. Continuerà a muoversi in questa direzione in assenza di una nuova tendenza centripeta dell’economia mondiale. Mario Deaglio