Antonio Ferrari Corriere della Sera, 08/04/2003, 8 aprile 2003
In Medio Oriente c’è chi prova a fare autocritica, Corriere della Sera, 08/04/2003 Adesso c’è chi maledice il colonnello inglese Thomas E
In Medio Oriente c’è chi prova a fare autocritica, Corriere della Sera, 08/04/2003 Adesso c’è chi maledice il colonnello inglese Thomas E. Lawrence, il mitico Lawrence d’Arabia, che nel primo scorcio del Novecento guidò la rivolta degli arabi contro gli «oppressori ottomani», promettendo terra, giustizia, equità e diritti. Nel Medio oriente si pensa d’essere stati traghettati, nell’ultimo mezzo secolo, da un colonialismo a un altro colonialismo, meno visibile ma più insidioso, che ha garantito tutto fuorché l’aiuto a promuovere l’autodeterminazione dei popoli. I grandi interessi internazionali, legati al petrolio, si sono serviti delle divisioni, impedendo e spesso ostacolando gli sforzi di coesione e di autonomia. Sono stati però l’egoismo, l’ignoranza e la corruzione, quella grande e quella spicciola, a cementare odi fraterni e a scatenare conflitti. Oggi, nel momento in cui si sta combattendo una guerra che gli alleati chiamano «di liberazione», e che altri ritengono «catastrofica, prologo al caos regionale», come ha denunciato nell’intervista al ”Corriere” il ministro degli Esteri siriano Farouk el-Shara, si alzano, sempre più numerose e accorate, le voci di coloro che invece di accusare gli altri propongono una spietata autocritica. «La guerra è colpa nostra». Uno che rifiuta d’essere paragonato a Cassandra ma che, mentre troppi tacevano, ha denunciato le responsabilità dei popoli arabi della regione, è l’intellettuale libanese Ghassan Tueni, settantasettenne proprietario e direttore di giornale, ex ministro, ex ambasciatore all’Onu, ex consigliere di presidenti e di premier, soprattutto ex politico, perché «quando ho deciso di tornare al mio amato mondo dei mass media ho capito che, allontanandomene per conoscere più da vicino il potere, avevo sbagliato. Non ho avuto il tempo di leggere almeno 500 libri, e ho perso il contatto con la realtà». Tueni, coautore di un volume appena uscito in Francia con il titolo Un secolo per niente, è stato uno dei primi e severi fustigatori delle debolezze e delle furberie del mondo arabo. Alla fine della guerra civile libanese (almeno 120 mila morti) diceva: «I colpevoli siamo noi. Ci siamo lasciati illudere e corrompere. Gli altri fornivano gli strumenti e noi ci ammazzavamo. Non sarebbero infatti state sufficienti le entrate dello Stato libanese per comprare tutte le armi utilizzate in quindici anni di conflitto. Guerra di religione? Frottole. Nel mio Paese ci sono stati più cristiani uccisi da altri cristiani che da musulmani, e più musulmani uccisi da altri musulmani che da cristiani». L’altro giorno, Jalal Doweidar, direttore di ”Al Ahbar”, il secondo giornale egiziano, ha scritto un coraggioso commento: «Noi arabi dobbiamo avere il coraggio di ammettere che la responsabilità di tutto ciò che sta accadendo sul suolo iracheno ricade su di noi. Abbiamo tessuto intrighi. Ogni governo ha cercato di indebolire gli altri Paesi della regione invece di cercare punti comuni. Siamo noi che abbiamo permesso alle potenze straniere di penetrare le nostre divergenze e di dettare la loro legge. Siamo bravissimi nella retorica, ma incapaci di costruire la base materiale per resistere». Ancora: «Ci sono governi che hanno fiaccato la resistenza delle Nazioni che erano in grado di fronteggiare l’offensiva straniera contro gli arabi, ma non avevano la possibilità di sostenerla economicamente». Doweidar ha scritto il suo editoriale pensando anche alla disastrosa immagine offerta dall’ultimo vertice arabo, che si è tenuto proprio in Egitto, a Sharm el Sheikh, pochi giorni prima dell’inizio della guerra. Era il momento di dimenticare divisioni e rancori e di cercare una posizione unitaria, anche minima. Il summit, invece, è stato un amaro e ridicolo fallimento. Kuwaitiani contro iracheni. Sauditi che si nascondevano dietro i piccoli Emirati per incoraggiare (negando poi di averlo fatto) la proposta di esilio per Saddam Hussein. Siriani e libanesi contro i Paesi del Golfo. E soprattutto Gheddafi, che sull’altalena buono-cattivo (secondo le classifiche compilate in Occidente) oggi è più buono che cattivo. Ma con la sua foga provocatoria, il colonnello ha scatenato una battaglia di insulti con l’erede al trono saudita Abdullah, conclusa dall’interruzione dei lavori. Non è stata la prima volta e non sarà l’ultima. Anzi, non si ricorda vertice arabo che non sia stato punteggiato dai rancori personali fra leader tribali, che non sono stati scelti dal popolo e raramente si sono occupati del benessere dei sudditi. L’altro giorno un quotidiano del Golfo, finanziato da uno dei Paesi che ospitano basi militari americane, ha bacchettato duramente l’Egitto, accusandolo di mollezza, e suggerendo, come misura di ritorsione, la chiusura del canale di Suez. Cercando quindi di spingere il Cairo su posizioni radicali, che rischierebbero di travolgere il regime moderato di Hosni Mubarak. La realtà è che gli arabi sono stati spinti ad accettare gli empirici e interessati sussulti dell’Occidente. Ai sauditi, che non sono certo maestri di democrazia e diritti umani, è stato concesso quasi tutto, compreso il dono del silenzio sulle intollerabili violazioni commesse nel regno. Il silenzio veniva compensato con i profumati interessi petroliferi. Che cosa può aver pensato l’arabo della strada, dopo aver saputo che 15 dei 19 attentatori delle Torri gemelle erano appunto sauditi? E che il regno che li aveva allevati è rimasto impunito? Abdel Nasser cercò di realizzare il sogno del nazionalismo arabo. Un progetto forse velleitario, sostenuto dall’Unione Sovietica in funzione anti-israeliana, che da una parte veniva incontro a un laico desiderio di identità, dall’altra creava un argine per contenere l’estremismo islamico. Ma dopo Nasser, Anwar Sadat, il leader che ha avuto il coraggio di fare la pace con Israele, ha aperto le stanze del potere agli estremisti religiosi, pagando alla fine con la propria vita. In Algeria, la guerra civile è stata provocata da quella che potremmo definire una truffa elettorale. Pur di non ratificare la vittoria degli islamici, si è preferito cancellare il risultato delle urne. è vero che gli integralisti hanno spesso detto di voler utilizzare la democrazia per vincere e poi abolirla, visto che non ce ne sarebbe stato più bisogno. Ma allora bisogna avere il coraggio di scegliere: o con gli uni o con gli altri. è questa ambiguità ad aver prodotto il disastro. Saddam, negli anni ’80, aveva scatenato una «gradita» guerra contro l’Iran degli ayatollah, e aveva creduto di aver guadagnato crediti. Tanto da osare l’attacco a un Paese fratello, il Kuwait. Ma negli stessi anni la Siria, che aveva ingaggiato una lotta senza quartiere contro i fondamentalisti sunniti, era ritenuta un Paese pericoloso. Tutto vero, però cos’hanno fatto gli arabi per invertire la rotta? Nulla, o quasi. In pratica, i conflitti hanno frantumato i sogni di coesione: da una parte i ricchi Paesi del Golfo, pronti a dare lezioni a tutti e a lesinare aiuti per alleviare le sofferenze dei fratelli; dall’altra il Medio Oriente, povero, senza risorse, e soprattutto assediato dai problemi irrisolti; infine il Maghreb e i Paesi del Nord Africa, che quasi sempre hanno deciso di agire per conto proprio. In mezzo, il dramma palestinese, di cui troppi parlano come di un problema lontano. Quando Yasser Arafat, collegato in video da Ramallah, ha rivolto un appello ai fratelli, riuniti a Sharm el Sheikh, la metà dei delegati ha abbandonato la sala. Non certo per protesta, ma perché ritenevano di avere cose più importanti di cui discutere. L’altro ieri un giornale egiziano ha puntato sull’ironia: «Dovremmo prendere ad esempio il Senegal e il Kenia. Hanno meno risorse ma sono ben più dignitosi di noi». Il problema è che a pagare il conto più salato, dopo la fine della guerra all’Iraq, non saranno i Paesi oltranzisti, ma i moderati, che hanno osato contrastare le pulsioni di un’opinione pubblica che segue la guerra in diretta sulle tv satellitari. L’intellettuale palestinese Bilal Alhassan ha denunciato l’insipienza dell’opposizione irachena. «Sono stati strumentalizzati da Washington e hanno soltanto litigato. Ora non contano più nulla. Il primo governo del dopoguerra sarà guidato da generali Usa e da consiglieri iracheni suggeriti dal Pentagono». Finirà così? Come dice un professore universitario siriano, citando Talleyrand: «è peggio di un delitto. è un errore». Antonio Ferrari