Francesco Battistini Corriere della Sera, 10/04/2003, 10 aprile 2003
«Se vengo in Italia posso passare a salutarvi?», Corriere della Sera, 10/04/2003 Bagdad. Fuori, perdio, fuori! La libertà, alla fine, è solo un silenzio
«Se vengo in Italia posso passare a salutarvi?», Corriere della Sera, 10/04/2003 Bagdad. Fuori, perdio, fuori! La libertà, alla fine, è solo un silenzio. il crollo di tutto, trent’anni di saddamismo, tre guerre e 2 milioni di morti, è il sorriso senza suoni di Ali il secondino che non aveva mai parlato in un’alba di strade mute, senza più spari, d’improvviso esce dall’ascensore giallo nella hall deserta per giocarsi il suo miglior francese imparato al Mukhabarat, il servizio segreto del raìs: «Ecco i vostri passaporti». E ci tiene a precisare: «Vorrei fosse chiaro che non vi abbiamo mai considerato nostri prigionieri. Ci siamo conosciuti dalla parte sbagliata e nel momento sbagliato. Da nemici. C’est la vie . Se vengo anch’io in Italia, un giorno, posso passare a salutarvi?». La libertà è il silenzio delle 16.45, quando il secondino Ali se n’è andato da un pezzo e finalmente si può raccontare al taccuino con che passo il tenente colonnello Brian B. P. Mc Coy di Norman (Oklahoma), 4° marines, entra nel Palestine Hotel, sale all’ammezzato e viene accolto dal direttore dell’albergo Baad Abbas. Bel voltagabbana, questo Abbas: fino a sei ore fa ci teneva al gabbio e adesso, ripulito l’ufficio di ogni ritratto di Saddam, a Mc Coy e al suo attendente offre una bottiglia d’acqua ghiacciata con un tiepido «welcome»! Tredicesimo piano, tredici giorni agli arresti. Camera 1306. La battaglia di Bagdad non è stata poi male, da questo terrazzino con vista sul Tigri e sui colleghi un po’ più liberi che, ogni giorno, affrontavano la paura delle bombe e la censura del regime. Andrà tutta raccontata, l’informazione di Iraqi Liberation . Perché le manette invisibili non le abbiamo avute solo noi, i 14 giornalisti italiani, francesi, inglesi, australiani arrestati a Bassora e portati «ospiti» nel Palestine. Ma le aveva anche chi cercava di raccontare una Bagdad taglieggiata, purgata, bombardata. E un pensiero riconoscente vada a quel capo sezione del Baath di Bassora che decise, due venerdì fa, di tenerci «ospiti» a tempo indeterminato del governo iracheno. La prigione si paga. Cento dollari per la camera con le grate alla finestra, 4 per il te extra è la regola numero uno che ci danno, al primo interrogatorio. Il nostro arresto è precipitoso, quando ci sorprendono su tre auto ad aggirarci per le vie di Bassora. E affrettate, un po’ goffe sono le nostre precauzioni: fare a pezzi col tagliaunghie e incenerire nel water tutti i pass americani, distruggere i libri poco agiografici su Saddam, sbarazzarsi dei dinari kuwaitiani. «Volevamo vedere Bassora?» Accontentati: la sera ci mandano subito Wadi Ali, cronista armato di pistola, a illustrarci quanto resisterà una città che ha «2 milioni di abitanti e 2 milioni di fucili». Apre una busta di foto orrende: i 50 morti nel sobborgo di Five Miles City, i bimbi uccisi dalle bombe nella scuola elementare Rashid Ali, le stragi nel campus universitario... Sullo Shatt al Arab, le statue degli eroi morti sono ancora lì: «Bassora è fedele», giura Wadi. La mattina presto, partenza per Bagdad, ci sono trincee e sacchi di sabbia a ogni incrocio. Ai distributori si litiga per la benzina, in un paese dove 100 litri costano 2 dollari. Passiamo per un cimitero: stanno buttando giù il muro, fanno spazio alle nuove fosse. Direzione obbligata. Risalire l’Iraq incendiato non è molto pericoloso, se si costeggia l’Iran. Un poliziotto per auto, un pick-up ad aprire la strada, il piccolo corteo dei giornalisti acchiappati in 6 ore e mezzo taglia il centro di Amara e una fuga di auto verso gli ayatollah, supera Kut poco prima che si scateni la battaglia, sfila per 50 chilometri di soldatini in trincea, acquattati ad aspettare il nemico. Da un benzinaio, serve l’intervento della nostra scorta per convincere un gruppo di miliziani armati che non siamo invasori rubapetrolio, ma soltanto coatti in trasferta. Dentro i camion per il pollame e sulle betoniere, gli occhi spenti, i soldati della divisione Nabucodonosor vanno ammassati come bestie alla difesa del Nord. C’è un furgone che porta una bara coperta dalla bandiera irachena: la salma traballa sull’asfalto butterato, ogni tanto l’autista si ferma e la stringe in una cinghia. Peperoni e ristoranti. Anche a Bagdad, confiscati i computer, le jeep, perfino i deodoranti, gli «ospiti» sono invitati a pagarsi la camera del Palestine, gli invariabili pasti (riso, pollo, pane, arancia, acqua) e pure Fares, una specie di Ciccio Ingrassia che parla un italiano ciancicato: è lo spione incaricato di ascoltare i nostri discorsi e di sorvegliare i movimenti. Vietato usare le scale, fermarsi nella hall, andare agli altri piani, fare acquistare cibo o acqua dall’esterno, scrivere o telefonare, parlare troppo coi colleghi... Ogni sera, obbligo di ascoltare il bollettino militare prendendo appunti («Oggi distrutti 9 tank americani e 200 invasori massacrati») e i messaggi di Saddam: «Viva la nostra gloriosa nazione che va dal fiume al mare!». Il linguaggio cifrato è un obbligo, per dribblare le spie, e anche noi ci adeguiamo: i proibitissimi telefoni satellitari Thuraya diventano «i peperoni» (e se si sale di nascosto a telefonare da Massimo Nava o da Enrico Bellano, l’operatore Tg1 che se ne frega dei divieti, è per «una peperonata»); l’ambasciata italiana dove scappare, è «il ristorante»; il nunzio vaticano che tratta per noi, «Filogamo»; il capo dei poliziotti con la kefiah in testa, «Er Tovaja»; un sorvegliante gay troppo appiccicoso, «Vanessa»... Raìs, di tutto di più. Questo regime ama gli show. Ne hanno organizzato uno di piazza al nostro arresto e ogni pomeriggio, sotto il terrazzino della 1306, i soliti venti scalmanati inneggiavano a uso telecamere. Siamo una buona occasione, per la grancassa. Il ministro dell’Informazione, Al Sahaafi, il terzo giorno viene a salutarci in divisa, ci promette libertà «molto presto» e ci invita, lui in persona, a comparire in una diretta con «Domenica In» e in una per Iraqi Tv: la prima, per rassicurare; la seconda, per rispondere a domandine tipo «Vi stiamo trattando bene?». Il giorno dopo siamo sulla prima pagina di Babel, foto con Leonardo Maisano del ”Sole 24” Ore e Lorenzo Bianchi del ”Carlino”: «Gli inviati internazionali ingannati dalla propaganda angloamericana». Il titolo, in fondo, non è sbagliato: se siamo in questo pasticcio, è anche perché dal Qatar garantivano di controllare diverse zone di Bassora. Trattare, sopire. Ci informano: rischiamo da tre mesi a sei anni di carcere per ingresso illegale. Ci va bene, tutto sommato. Un giornalista iraniano è stato impiccato come spia. Tre americani sono finiti in un carcere vero, a dormire per terra con le urla dei torturati nelle celle vicine. Fares dice e ridice che Saddam in vita sua ha fatto un errore solo, «non avere sgozzato i due piloti italiani catturati nella guerra del ’91», e che la nostra posizione «è peggiore di quella dei francesi arrestati come noi, perché loro non hanno Berlusconi». Lui non lo sa, ma forse c’entrano anche i marines che Parigi, da tre settimane, avrebbe nascosto nell’ambasciata a mezzo chilometro da qui. Dalla Farnesina, ci invitano a tenere un basso profilo. Le stanno provando tutte, dicono: Sant’Egidio, Formigoni, la Croce Rossa, l’Onu, l’ambasciatore russo, padre Benjamin, Gino Strada... Il problema è che Bagdad pare in mano a nessuno, una settimana prima del crollo. Ma quando arrivano, gli americani? Vittorio Dell’Uva, del Mattino, riassume in napoletano il pensiero di molti: « una guerra ingiusta, ma mò me serve». Liberi tutti. Peggio di così, i marines non potevano annunciarsi. E martedì ci manca poco, con la cannonata alle camere 1402 e 1503, i piani sopra il nostro. Ammazzano José, l’operatore di Telecinco: ci aveva dato una mano, aveva salvato nella sua valigia il mio satellitare. morto quando ormai si vedeva la fine. Un cambiavalute entra in albergo, apre una borsa lisa di Pierre Cardin e come gadget ci dà un cartoncino sozzo con disegnato un Santa Klaus fra le palme e la scritta «Merry Christmas from Bagdad». Cos’è, una previsione? «Tranquilli, a Natale non vi servirà». Ha ragione. Il marrazzume di Saddam è più veloce della neve, a squagliarsi. Fares si dilegua. Gli altri sgherri, prima di andarsene, proprio su noialtri consumano le ultime ruberie. Abu Mazel, una pancia di poliziotto che li comanda tutti, tenta il suo colpaccio a tarda mattina: butta qualche borsa su una delle nostre auto, prova a mettere in moto. Il colonnello Mc Coy non è ancora arrivato, ma è lì che finalmente possiamo farci giustizia da soli. Claudio Monici e Fabio Angelicchio, di ”Avvenire” e della ”Sette”, si precipitano nel posteggio, lo buttano giù dall’auto al grido di «vergogna!», tagliano una gomma: la Lancer è inservibile. Dove vai adesso, ciccione? Abu Mazel capisce che è tutto finito. Consegna le chiavi. Lascia il campo. Nella hall, qualcuno grida: «Fuori, per Dio, fuori!». Usciamo. Uno degli spioni è ancora lì, mi abbraccia: «Giornalista, posso lavorare per te?». Francesco Battistini