Luciano Gulli il Giornale, 10/04/2003, 10 aprile 2003
Tredici giorni nel cuore della guerra (ma senza poterla raccontare), il Giornale, 10/04/2003 Bagdad
Tredici giorni nel cuore della guerra (ma senza poterla raccontare), il Giornale, 10/04/2003 Bagdad. A qualcuno di noi, ora che di tempo per recriminare ne abbiamo a bizzeffe - e i se e i ma si sprecano - è venuta in mente la scena di Totò e Peppino che in piazza del Duomo, a Milano, chiedono informazioni a un vigile (in un dialetto milanese molto presunto): «Noio vulevòn savuàr». Al primo quadrivio di Bassora, venendo dal gran ponte che scavalca il fiume omonimo, la mattina del 28 marzo va in scena lo stesso siparietto. Vagamente incongruo, non privo di una sua surreale comicità. «Scusi, la strada per l’Arcivescovado? E la sede della Croce Rossa?». I tre vigili urbani, malamente ingiubbonati nelle loro divise azzurrine, il berretto negligentemente tirato sulla nuca e il mitra in mano, guardano sbalorditi i sette giornalisti italiani di passo. «Press-Tv» c’è scritto autorevolmente sulle fiancate dei nostri fuoristrada. Come se l’appartenenza all’extramondo della Comunicazione ci conferisse una sorta di immunità, di diritto sovranazionale a essere dove ci pare. Siccome però il più delle volte funziona, ecco infatti i tre che già puntano il dito verso un vialone laterale, e intimiditi dalla nostra sicumera, prendono a spiegare: «La prima a sinistra, poi a destra... ». Guerre moderne. Nelle guerre moderne - in Bosnia come in Afghanistan - il concetto di fronte è diventato assolutamente aleatorio, elastico, imprevedibile. Forse non avremmo dovuto scavalcare quella barricatina che ostruiva per tre-quarti la carreggiata - una fila di laterizi sbeccati, un bidet rovesciato, cinque copertoni appaiati, perché forse era proprio quella che segnava la linea di confine tra le forze della Coalizione e la resistenza irachena. Ma la curiosità di scoprire se era vero - come sostenevano gli inglesi, e come trionfalmente aveva titolato cinque giorni prima un grande quotidiano romano - che Bassora era caduta, o lì lì per cadere, la mattina del 28 marzo ci era parsa irresistibile. Avremmo scoperto che era vero niente, che la città era ancora saldamente in mano agli iracheni. Ma che proprio questi ultimi ci avrebbero poi impedito di raccontare una verità che oggettivamente avrebbe dovuto inorgoglirli, questo era difficile da prevedere. Siamo dunque al braccio teso dei tre vigili urbani quando compare il primo attivista del Baath. Dieci secondi dopo sono già in tre. Poi in cinque. Giubbe color verde ramarro, keffiah a quadretti bianchi e rossi in testa. Importa assai, al capo manipolo degli intovagliati, che noi si sia arrivati dove nessun giornalista si era mai spinto finora per testimoniare la drammatica condizione umana di una popolazione assediata che al vertice dei suoi sogni ha messo una bottiglia di acqua minerale. Siamo senza visto di ingresso in Irak. Questa è la sola cosa che conta, per la banda di teste irreggimentate che ci considera prede di guerra e ora, sotto scorta, ci conduce alla sede del partito. Il Totò Riina di Bassora. Quello che si è messo in saccoccia i nostri passaporti è un cinquantenne panciuto, baffo tinto, cerimonioso, gonfio di stucchevole e beffarda sdegnazione nei confronti di quelli che lui chiama «guest», ospiti. Quando entra nel grande salone - stucchi bianchi e rosa sul soffitto, grande foto di Saddam sulla parete di fondo - i sottopancia presenti si mettono in fila per baciarlo sulle guance. «Italiani, eh? Meglio italiani che inglesi o americani... » ci rincuora il boss, sornione. «Tranquilli, non vi faranno niente di male», assicurano Mohammed Abdallah e Mohammed Mohsun, il primo reporter, l’altro producer di Al Jazeera. Il capo mandamento di Bassora li ha mandati a chiamare perché ci filmino. Che sappiano presto, quelli della Cupola, su a Bagdad, del bel colpo messo a segno dalla «cellula» che si batte contro gli invasori al Sud. All’uscita dalla sede del partito, piccola folla ostile. Insulti, minacce, oggetti non identificati sui finestrini delle auto che sgommano, mentre i miliziani tengono a bada la canèa. Passeremo la notte allo Sheraton, ci comunicano. Domattina ci tradurranno a Bagdad. In albergo, interrogati uno per uno. Nome, giornali di appartenenza. E quante colonne di carri inglesi abbiamo visto, e dove... Quando viene il turno di Lorenzo Bianchi, inviato del ”Carlino”, Vittorio Dell’Uva (’Il Mattino”) gli grida dietro: «Abbonato!» ridiamo. Perché Lorenzo è la seconda volta che lo prendono da queste parti. La prima fu il 3 marzo ’91, sul finire della prima Guerra del Golfo. Allo Sheraton, di cui siamo gli unici ospiti, non c’è nulla da mangiare. Sparito anche il cuoco. Attingiamo alla nostra riserva di biscotti, carne e tonno in scatola. Intorno a noi si raduna una piccola corte. Ci sono i colleghi di Al Jazeera, un cronista di ”Al Basra”, Wadi Ali; tre o quattro miliziani e un fotografo enorme, fasto di trippe, che ostenta un pistolone al fianco. Il fotografo mostra un pacco di immagini raccapriccianti. Padre che regge il corpo senza vita del figlio, due teste mozzate di donna, la scuola «Rashid Ali al Galal» bombardata... Prigione a pagamento. Prigionieri, dunque. La nostra sorte verrà decisa dal sinedrio di Bagdad. Telefoni e computer sono rimasti in auto. L’ordine è di non azzardarsi a toccarli. Eppure ci avvertono che domattina, prima di lasciare l’albergo, dovremo pagarci la camera. Eccoci dunque all’assurdo dei coatti costretti a pagarsi anche il carcere. Sul fondo della tazza, nei bagni dello Sheraton, c’è un dito di melma marrone. Non c’è altra acqua, nell’acquedotto cittadino, che questa lurida fanghiglia. Prima di andare a dormire, decidiamo tutti insieme di distruggere l’accredito Usa e quello del ministero della Difesa del Kuwait. Tagliamo le targhette con le forbici del coltellino svizzero e buttiamo i frammenti nella tazza del cesso, come fanno nei film di spionaggio. [...] Sabato 29 marzo. 10º giorno di guerra, 1º di prigionia. Partenza per Bagdad. Guida il piccolo convoglio un pick-up Toyota, un furgoncino da contadini che non dà nell’occhio. Il capo scorta è un ganzo di una trentina d’anni, camicia gialla canarino e pantaloni blu. Però ha le scarpe. Il guardiano assegnato a noi, invece, monta un paio di ciabatte. Niente armi in vista, ma faccia da duro, il nostro. Di quelli che dai carcerati, quand’è in servizio, non accettano né una sigaretta, né un dattero. Vista dai finestrini dell’auto, Bassora è un lebbrosario percorso da cani randagi e anime in pena. Donne e bambini a caccia d’acqua con taniche. Carretti tirati da somari. Carichi, i carretti, di mazzi di aglio e cipolle. Non altre verdure. Cumuli di rifiuti che nessuno rimuove da giorni. Case di fango. Sordidi cubicoli, squallidi come stalle. Bambini e donne a piedi scalzi. Le donne con fascine di rovi secchi sulla testa, buoni per farci un po’ di fuoco. Il convoglio marcia sul filo dei 120 orari. «Fra sei ore saremo a Bagdad» calcola il brigadiere in giallo. gentile. Fa quello che gli hanno detto di fare. Non è mai sgarbato, o vendicativo. Prendiamo per Amara, e poi per Al Kut. la via più orientale, la più vicina al confine con l’Iran. La più sicura. Popolo in armi. Lungo la strada, un popolo in armi. Pastori con kalashnikov, motociclisti con mitra, benzinai con comolo di mortaio sul retro, termitai che culminano e fulminano in un orlo di sacchetti di sabbia da cui spunta la canna di una mitragliatrice e ancora: camion carichi di soldati, fornaci che non cuociono mattoni, trasformate in fortilizi, due auto con cassa da morto sul portabagagli. [...] Alle porte di Bagdad, tre grossi camion diretti a Sud. Su ciascuno sono montati due missili. Poco più avanti, ecco le prime trincee colme di greggio in fiamme. Colonne di fumo grasso, denso, pestilenziale. Il fumo serve a disturbare gli aerei da ricognizione Usa, a mettere una barriera nebbiogena tra gli assediati e gli assedianti. Ma anche, sospettano i colleghi che incontreremo in città, a monitorare la direzione del vento in quota, ove mai il raìs decidesse di mettere mano ai gas. All’hotel Palestine, che sarà il nostro penitenziario, veniamo presi in consegna da un drappello di sbirri del ministero dell’Interno. Sono quelli di «Al Marrazzunìah», corpo speciale per la repressione della stampa. Il nome di battesimo, appunto, glielo abbiamo appioppato noi. a loro, alla loro mano tesa che consegniamo le chiavi delle auto. Tutto quello che c’è a bordo è ovviamente sotto sequestro: taniche di benzina, casse d’acqua, viveri, computer, effetti personali. Quello che chiamano «il maggiore» (baffo malinconico, biondastro, occhi azzurri, keffiah e cavallo dei pantaloni a mezz’asta) si produce in un pistolotto politico. La tradizionale amicizia tra Italia e Irak... Epperò la nostra imbarazzante condizione di clandestini... e che non dobbiamo preoccuparci... che siamo «ospiti», e che se faremo come dice lui andrà tutto bene. Comincia la perquisizione. Dallo zainetto che mi porto dietro ho fatto sparire il telefono satellitare «thuraya», nascondendolo dietro la cintura dei pantaloni. Ma ho dimenticato nello zainetto il carica batteria. Gli iracheni odiano il thuraya. La loro equazione è semplice. Thuraya uguale spia, perché con questo apparecchio è possibile comunicare le coordinate della propria posizione con il sistema Gps. La mano dello sbirro fruga nello zainetto. Si immobilizza. Estrae il corpo del reato. «Prego, consegnare il telefono», sibila minaccioso, fiero della sua sagacia, il questurino più zelante. Seduto sul divano, mi produco in una pantomima patetica, a metà tra l’attacco epilettico e una puerile manovra prestidigitatoria. Il telefono salta fuori, e passa di mano. Dallo zainetto salta fuori anche l’accredito rilasciato dal ministero dell’Informazione del Kuwait. Il «maresciallo», quarantenne in camicia a scacchi e ciabatte e in tasca i «corpi di reato», lo guarda, arriccia il naso come se avesse tra le mani un topo di fogna morto e lo fa sparire. Domenica 30 marzo. 11º giorno di guerra, 2º di prigionia. Passiamo la giornata oziando al bar, ciondolando nella hall col passo smorto del carcerato. Mettere il naso fuori dalla porta di ingresso è vietato. «Se ci provate, quelli vi arrestano», minaccia Fares, l’«interprete» che il «maggiore» ci ha appioppato. Questo Fares è uno alto, sulla quarantina, magro come uno stecco, tre dita di fronte scampate all’assedio di una capigliatura di cui sarebbe andato fiero uno dei nostri barbieri all’epoca della brillantina «Linetti». Fares, che ha passato anni in Italia a far non si sa bene che - architettura, dice lui - indossa sempre un vestito intero con corredo di cravatta, e ha mani e occhi svelti, da giocatore d’azzardo. Sembra il fratello separato di Ciccio Ingrassia. Affetta amicizia nei nostri confronti, già che c’è ci spilla un centone di dollari al giorno, visto che ufficialmente ci fa da interprete, e nel frattempo si produce al meglio nel compito assegnatogli. Quello del cane da guardia e da riporto. Tra i nostri guardiani c’è anche Abdullah, un giovanotto paffuto con baffetti alla Porfirio Rubirosa, occhi languidi e camminata sbarazzina. Ieri sera, quando siamo arrivati, ha sospirato all’orecchio di Battistini, del ”Corriere”: «Sembri Totti... ». Ieri, Abdullah si pavoneggiava nella divisa verde del partito. Gli altri facevano la faccia feroce. Lui, un po’ a disagio tra i compari di «Al Marrazzunìah» si stirava le falde della giubba, lisciandosela sulle natiche e tendendone i pizzi tra pollice e indice. Oggi, visto che il fascino della divisa non funziona, indossa un paio di pantaloni grigi e una camicia vaporosa di terital. Ma siccome «Totti» non gli dà retta, Abdullah indirizza i suoi sguardi carichi di sottintesi sul collega dell’’Unità” (cranio massiccio, naso carnoso e labbra volitive: un tipo umano che andava di moda nel Ventennio). La sera, quando Abdullah si ritira, non manca mai di salutarlo con una carezza affettiva sulle spalle, ricordandogli che se ha bisogno di lui, lo trova alla stanza 1416. [...] Lunedì 31 marzo. 12º giorno di guerra, 3º di prigionia. [...] Frugando nel portafogli scopro con raccapriccio una vecchia tessera stampa israeliana, con tanto di candelabro a sette braccia. All’arrivo, mi ero disfatto del tubo di crema da barba «Lavendor» al delicato profumo di lavanda e mentolo, anch’esso residuo di un precedente servizio nell’innominabile capitale dell’innominabile Stato. Ma della tessera mi ero completamente scordato. Me l’avessero trovata, un processo per spionaggio era garantito. La forbice del coltellino svizzero e lo sciacquone mi hanno liberato dall’incubo. Dopo ogni salva di missili e razzi Usa, entrano in azione gli antifurti delle auto, che barbagliano a frecce intermittenti. Subito dopo, tocca ai muezzin. «Allah u Akbar», cantano, invocando l’ira del Misericordioso sugli infedeli. [...] Martedì 1 aprile. 13º giorno di guerra, 4º di prigionia. Ore 8.30. Dal balcone della mia stanza, la 1307, guardo al di là del Tigri, che è a 300 metri dal Palestine. la zona dei palazzi presidenziali. Ce n’è uno di stile ammurabico, come una piramide tronca, a gradini. Un altro sembra un sepolcro egizio. Tra il verde, improvvisa, si materializza una nuvola di polvere color cemento, densa, che ingrandisce rapida a volute che si attorcigliano su se stesse. Un secondo e mezzo dopo, il boato, e una ventata di aria calda sul tetto. Dicono che ci fosse un bunker della contraerea, di là dal fiume e tra gli alberi. Fares, l’interprete, è lieto di comunicarci che da oggi possiamo tornare a bighellonare anche nella hall. Di lavorare, naturalmente, non se ne parla. Di telefonare alle famiglie, men che meno. Essendoci negata anche l’ora d’aria, decidiamo che per fare un po’ di moto affronteremo i tredici piani di scale a piedi. I più in forma si slanciano su per la salita anche tre volte al dì. [...] Mercoledì 2 aprile. 14º giorno di guerra, 5º di prigionia. Poco dopo mezzanotte, gli ostaggi sparpagliati ai vari piani del Palestine ricevono l’ordine di spostarsi tutti al 13º. Sembra un gesto di cortesia («Così state insieme», spiega Fares-Ingrassia) ma è un modo per controllarci meglio. Il divieto di affacciarsi alla soglia dell’albergo, e l’ora d’aria nel cortiletto interno dell’hotel, anche questa negata, restano in vigore. Una discreta animazione, davanti ai banchi del ricevimento, suscita l’arrivo di sei volontari, arruolatisi nei bandi della Jihad proclamata da Saddam. Sono due bulgari, un albanese, un kosovaro,un canadese, un kazako. Magnifico il canadese, biondo con barba fluente, vestito esattamente come Alberto Sordi ne Lo sceicco bianco, con tanto di turbante e scimitarra. Ma anche il kazako - faccia da Gengis Khan, camicione grigio con cinturone verde, keffiah e mocassini neri - non è male. «Io ce l’ho contro l’America di Bush - dice in russo - Non contro i cristiani». [...] Ore 17. Dal nostro inviato al balcone della 1307. Guardo il Tigri che scorre lento come una biscia color nocciola, lì a due passi. Il rumore della battaglia viene da quella direzione. Ma è ancora lontano, ai sobborghi della città. Pum-Pum-Pum i boati sordi dei cannoni da 105. E poi quelli più acuti, più metallici - Ta-Can Ta-Can, Ta-Can - come la tosse secca di un cane.Visto dal 13º, Bagdad ha il solito aspetto sinistro da luogo senz’anima. Fiume color terra, alberi color terra, palazzi color terra o color cemento, senza inutili fronzoli. Una città socialista, però con palme. Dal balcone, oggi conto quattordici colonne di fumo nero che il vento spinge lentamente verso Sud-Ovest. Nel cielo, il sole malato di questi giorni di cattivo tempo artificiale. Un sole che si guarda senza occhiali. Paranoia. [...] Per gioco, e un po’ perché cominciamo ad essere vagamente schizzati, ci siamo dati un codice, un cifrario segreto. Il Nunzio Apostolico, monsignor Ferdinando Filoni, è diventato Nunzio Filogamo. Diciamo «il ristorante» per indicare la nostra ambasciata. Il telefono «thuraya» (ce ne sono sempre un paio in giro, custoditi come la sindone) è «il peperone». Abdullah, l’appuntato femminiello, è «Vanessa». «Monorchio» (ragioniere generale dello Stato italiano) è il nomignolo che abbiamo affibbiato all’esattore-capo del ministero dell’Informazione, al quale i colleghi regolarmente accreditati versano l’obolo quotidiano di 230 dollari. 100 per l’uso di un satellitare «omologato» e 130 come «tassa di soggiorno», cioè solo per il fatto di essere qui. Giovedì 3 aprile. 15º giorno di guerra, 6º di prigionia. Al Jazeera minaccia di ritirare i suoi inviati. Troppe restrizioni. Il lavoro dei colleghi ormai è ridotto a una gita mattutina in pullman, guidati da un Cicerone che li porta per ospedali, a vedere gli orrendi guasti prodotti sugli innocenti dalle bombe americane. Al pianterreno compare la lista di 56 giornalisti a cui non verrà rinnovato l’accredito. Questo dice l’editto. In realtà è un modo per far pressione sui giornalisti morosi. Ce ne sono alcuni, anche fra gli italiani, che hanno totalizzato fino a 16mila dollari di debito, e ora vanno in giro col cappello in mano, cercando di raggranellare qualcosa fra i colleghi meglio forniti. Altri hanno deciso di darsi alla macchia, girando al largo dagli esattori e contando sull’arrivo del Settimo Cavalleria. Su ”Babel”, giornale di Udai Saddam, compare la foto di «tre dei sette giornalisti italiani tratti in inganno a Bassora dalle false informazioni del comando angloamericano». [...] Alle 20, per la prima volta dall’inizio della guerra, Bagdad piomba nel buio. Le luci si riaccendono dopo mezz’ora, ma alle 22 è di nuovo buio pesto. I viali illuminati, le insegne della pubblicità che brillavano nella notte erano una spavalderia inutile, una sfida alle bombe. Ora il sinedrio direttivo ha deciso di abbassare la cresta. Fine dell’elettricità anche in albergo. Da domani si metterà mano ai generatori. [...] Venerdì 4 aprile. 16º giorno di guerra, 7º di prigionia. La luce non è tornata. E i generatori fanno quello che possono. Al 13º piano manca pure l’acqua. La battaglia di stanotte intorno all’aeroporto, con centinaia di morti iracheni, ha seminato inquietudine fra i nostri carcerieri. Si diffonde un clima da ultimi giorni di Pompei. A mezzogiorno, il press center è al lumicino. Nel senso che c’è solo una lampada a petrolio a diffondere un po’ di chiarore. Davanti all’uscio, cateratta d’acqua. Piove anche nel bar, e c’è un principio di allagamento anche al 13º piano. [...] Alle 15, epifania del Nunzio, monsignor Filoni. Visitare i carcerati è uno dei classici del pastore d’anime. Berretta e fascia cremisi, anello, una grande croce sul petto: Filoni si è messo in grande uniforme, e nella hall fa un figurone. «La fascia, l’aspetto, i simboli del potere qui contano molto - spiega - Bisogna mostrarsi con tutte le insegne al vento». Filoni è gentile, si informa delle nostre condizioni, comunica che avrà un incontro col ministro dell’Informazione, mentre riferirà all’ambasciatore russo. La Russia e il Vaticano sono i due canali attivati dal governo italiano e francese per tentare di risolvere l’impasse dei giornalisti-ostaggi. Prevale, fra le ipotesi, quella di un’espulsione verso la Giordania. [...] Sabato 5 aprile. 17º giorno di guerra, 9º di prigionia. Il fotografo Franco Pagetti è uscito presto dall’albergo. Alle 10.30 è di ritorno. Racconta di essere stato nel quartiere di Yarmuk, vicino alla zona di Mansufr. Per le strade, scene di grande battaglia. Decine di morti iracheni, accatastati nella morgue dell’ospedale di Yarbuk. Elicotteri Apache fanno il tiro a segno. Di Saddam Hussein mancavano notizie da giorni. Stamani è ricomparso a sorpresa in una strada qualunque della città. Il dittatore, circondato da un gruppetto di passanti che col passare dei minuti diventa folla è disteso, sorridente, a suo agio. Stringe mani, spalleggia un bambino. Allegro come un vecchio zio d’America che torna al paese e i parenti gli si fanno intorno, e tutti vogliono toccarlo. In divisa da feldmaresciallo sembra un po’ Napoleone (prima di Waterloo) o Madonna di Loreto, o Gobbo della guapperia locale. Dal nostro inviato al balcone della 1307. Davanti al Palestine sfilano tre camion, ognuno dei quali trascina un cannoncino. Sui cassoni ragazzi in divisa che inneggiano al dittatore, in partenza per il fronte. L’euforia come antidoto all’orrore della morte. La battaglia si è ormai spostata in città. Nell’unico negozietto dell’albergo c’è un miliziano di mezza età, sul metro e sessanta, panciuto come spesso sono gli iracheni di mezza età. Sul bavero della giubba porta orgoglioso il distintivo con la faccia di Saddam. armato di mitra e di pistola, è venuto a fare rifornimento di sigarette, che infila in una delle quattro giberne che gli cadono sul ventre. Più tardi tornerà al suo posto di combattimento, a vedersela con i G.I. del più forte esercito del mondo, cresciuti a fiocchi d’avena e vitamine. C’è qualcuno che se la sente di scommettere un dollaro sulla vita di questo sventurato diretto al massacro? Domenica 6 aprile. 18º giorno di guerra, 10º di prigionia. Monsignor Filoni ci ha fatto sapere di avere parlato col ministro dell’Informazione Al Sahaf, il quale gli ha detto che la nostra sosta non dipende da lui, ma dal ministro dell’Interno; e che insomma, presto, prestissimo, forse bacer (domani) il caso sarà risolto. stato quando abbiamo sentito la parola bacer, che il morale di molti di noi è piombato a un palmo da terra. Perché bacer, da queste parti non significa solo domani. Può voler dire una settimana, un mese, mai. I tempi del Levante non somigliano ai nostri. La città, vista dalla stanza 1307 è sempre sotto la cappa del nerofumo, come un’officina di Titani. La Bbc, che ascoltiamo di straforo, a tende tirate, dice che una colonna corazzata è già a dieci chilometri a Sud Ovest della città. Il nostro balcone guarda proprio da quella parte, dove ci sono i palazzi presidenziali e il complesso militare-industriale di Cak. Una di queste mattine sarebbe bello vedere il soldato John, dritto sul suo carro Abrams, scavalcare il ponte «della Repubblica» vicino all’hotel Mansur e venire diritto verso il Palestine, dove langue il manipolo di giornalisti consegnati. L’ambasciatore porta pena. L’ambasciatore russo (era lui il «canale» attivato dalla Farnesina per toglierci dalla salamoia in cui siamo immersi da dieci giorni) si è dato. Sulla via di Damasco, il convoglio di sua eccellenza (infoltito da un codazzo di giornalisti) è caduto sotto il fuoco di una pattuglia di ricognizione statunitense. Non ci resta che il Settimo Cavalleria. [...] La nostra stanza è al buio da stamani. Si va avanti con torce e candele. Alle 20.30, dopo nove solleciti, arriva il «manager» dei cosiddetti servizi tecnici. Dopo una mezz’ora di lavoro, ecco il miracolo. Anche noi ora abbiamo una abatjour funzionante. A orari fissi, si intende, ma meglio che niente. Nessuno viene più a rigovernare la camera. Il servizio è sospeso. «Ho poco personale - si giustifica il direttore - la maggior parte degli impiegati non vengono più, hanno troppa paura». Abbiano recuperato una robusta corda di nylon. Stenderemo il bucato sul terrazzino. [...] Lunedì 7 aprile. 19º giorno di guerra, 11º di prigionia. Comincia la battaglia di Bagdad. Noi sempre qui, inviati al 13º piano del Palestine. In mezzo alla guerra, ma senza poterla raccontare, ostaggi del «maggiore» e dei suoi guardiani. Sventurati anche loro, che hanno fatto la parte dei cerberi controvoglia. Ma durerà poco. Ogni volta che romba il cannone - e romba sempre più vicino - si fanno più piccoli, si interrogano con occhi spauriti, la testa incassata fra le spalle. Durerà ancora un paio di giorni, questo purgatorio. Poi verrà il momento del «liberi tutti», carcerieri compresi. Luciano Gulli