Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2003  marzo 24 Lunedì calendario

Se cade Bagdad salgono le Borse ma ci rimettono le casalinghe, la Repubblica Affari e Finanza, 24/03/2003 Già da parecchie settimane analisti con buoni studi a Londra e in America si erano trasformati di colpo in esperti militari (un po’ improvvisati, per la verità)

Se cade Bagdad salgono le Borse ma ci rimettono le casalinghe, la Repubblica Affari e Finanza, 24/03/2003 Già da parecchie settimane analisti con buoni studi a Londra e in America si erano trasformati di colpo in esperti militari (un po’ improvvisati, per la verità). Ma era del tutto evidente che con l’avvicinarsi della guerra irachena i mercati sarebbero stati sempre più dipendenti dagli eventi militari. Lo si è visto benissimo nella notte di mercoledì (giovedì mattina, per l’esattezza), quando gli americani avevano lanciato un attacco improvviso perché sembrava che potessero fare fuori Saddam Hussein e mettere fine alla guerra ancora prima di cominciarla. A quell’ora le Borse erano tutte chiuse, tranne quelle asiatiche. Che infatti sono volate in aria come se avessero vinto tutte quante la lotteria nazionale. Dopo, quando si è capito che non era successo quello che si pensava e che la Guerra avrebbe richiesto più tempo, più sacrifici e più paure e, ansie (come accade in tutte, le guerre), gli animi si sono calmati. E un’altra riprova di tutto ciò, si è avuta nella giornata di venerdì, con Wall Street, che oscillava fra lo zero e il 2 per cento, a seconda delle notizie provenienti dal fronte iracheno. Insomma, è del tutto evidente che in queste giornate e in queste ore l’unica cosa che ha pesato (nel bene e nel male) sulle Borse è stata la guerra. Se continuerà ancora a lungo, sarà ancora di più così. C’è una ragione per tutto questo? Una volta i mercati dipendevano dai valori espressi dalle aziende quotate: se le aziende guadagnavano soldi, i titoli andavano su. Se no, andavano giù. Era un gioco semplice. Poi sono arrivati gli analisti delle grandi banche e il gioco si è fatto più complicato. L’andare su e giú dei titoli non dipendeva piú dai risultati delle aziende, ma dai risultati attesi dagli analisti, dai loro downgrade e dai loro outlook (tutte parole alle quali abbiamo dovuto fare in fretta l’abitudine). In questa nuova confusione hanno cominciato a giocare un ruolo importante anche i vari indici previsionali sulla macro-economia, sulla fiducia dei consumatori (importantissimo quello dell’Università del Michigan, figuratevi un po’). Insomma, i mercati sono diventati sempre più meta-mercati, dove a contare non era quello che succede veramente, ma quello che si pensa possa succedere domani o la settimana prossima. In questo clima è del tutto naturale che, a un certo punto, a determinare le oscillazioni degli indici siano gli eventi bellici. Se la guerra finisce presto (e bene, cioè con Saddam sconfitto), allora il petrolio non andrà su di prezzo, allora le economie andranno bene, allora le Borse saranno allegre. In parte tutto ciò è vero. Ma non è per questo che le Borse oscillano al seguito della guerra. In gioco c’è una posta colossale, impossibile da stimare, ma di sicuro altissima. Le grandi istituzioni finanziarie sanno benissimo che l’eventuale fine rapida della guerra (vittoriosa) determinerà una fase di entusiasmo nei risparmiatori. Gli analisti più accorti (e più smaliziati) sono andati anche alla ricerca di trascorsi storici e hanno cercato di capire quanto può «valere» questo entusiasmo da guerra vittoriosa. E sono arrivati alla conclusione che deve valere fra il 15 e il 20 per cento. Sono arrivati a concludere, cioè, che una guerra rapida e vittoriosa può far fare un balzo in avanti alle Borse di tutto il Mondo del 15-20 per cento. Si tratta, come ognuno può immaginare, di una montagna di miliardi di dollari. Probabilmente la più grande speculazione borsistica degli ultimi trent’anni. Questa è la posta in gioco. Gli analisti, i broker e le grandi istituzioni finanziarie lo sanno benissimo. Come sanno che sarà una cosa breve. La conclusione della guerra non segnerà infatti l’avvio di un lungo rally rialzista. Ci sarà una fortissima fiammata al rialzo, dell’ordine appunto del 15-20 per cento, nell’arco di due-tre giorni. Poi, scaricato fuori il grosso delle azioni (oggi in carico alle grandi istituzioni e alle grandi banche), i mercati saranno lasciati al loro destino, e probabilmente torneranno al punto di partenza perché l’economia va male e perché gli utili aziendali tardano moltissimo a farsi vedere. Insomma, le grandi istituzioni guardano alla fine della guerra con ansia (se potessero andrebbero loro di persona a sparare ... ) perché sanno che quando la bandiera a stelle e strisce sventolerà su Bagdad le Borse esploderanno come tappi di champagne. E sanno che, quando si arriverà a quel punto, sarà importante essere bravi nell’uscire dalle Borse. Vincerà, e farà più soldi, chi sarà più svelto nell’abbandonare i titoli nelle mani dei vari signor Rossi e delle casalinghe del Middle West. Insomma, all’orizzonte c’è un affare colossale, ma è un’affare che richiede una tempistica più raffinata ancora di quella che deve seguire il generale Tommy Franks nel guidare le sue truppe verso Bagdad. Bisogna sapere entrare. nel momento giusto e uscire esattamente quando bisogna uscire. Né un minuto prima, né un minuto dopo. E questo perché (a differenza, forse, della guerra) il book di Borsa sarà una cosa molto rapida e molto secca. Computer delle sale operative e nervi degli operatori saranno messi entrambi a durissima prova. Ma perché molti sono così sicuri che il rally-Saddam sarà in realtà (se ci sarà, prima bisogna vincere la guerra in fretta) una faccenda rapidissima e violenta? Il rialzo-Saddam sarà fortissimo (appunto 15 -20 per cento) perché il mercato è tutto iper-venduto e aspetta solo un’occasione per risalire. caricato come non mai. E questo fatto ne spiega la possibile violenza, intensità. Poi c’è la questione della rapidità. E qui le cose sono più complicate. Il fatto che questo rialzo si bruci nel giro di pochi giorni dipende da diversi fattori, ma due sono importanti. L’economia non va bene. Per quella americana si parla addirittura di una possibile crescita zero nei prossimi mesi. Quella europea potrebbe addirittura andare in recessione. In questo clima, come è ovvio, le aziende non investono, sono prudenti, e non torneranno a investire nemmeno dopo la guerra, se il clima continuerà a rimanere questo. Insomma, issata la bandiera a stelle e strisce su Bagdad, insediato Tommy Franks in uno dei palazzi di Saddam Hussein in qualità di governatore generale, si scoprirà che non per questo le aziende hitech americane (che negli ultimi due anni hanno bruciato due milioni di posti di lavoro) si metteranno a moltiplicare utili e investimenti. E l’Europa continuerà a essere un’area di 400 milioni di persone afflitta da problemi strutturali giganteschi. Si scoprirà che il mondo di oggi è pieno di problemi. Saddam Hussein era uno di questi, ma non era il più importante. E si dovrà continuare a soffrire un po’. Lontano dalle Borse. Giuseppe Turani