Gabriele Romagnoli La Repubblica, 28/03/2003, 28 marzo 2003
La resistenza stracciona celebrata dalla tv araba, La Repubblica, 28/03/2003 Il Cairo. Giorno 8, dalle 8 del mattino alle 8 di sera: cronaca di una cronaca, quella del conflitto in Iraq, raccontata agli arabi
La resistenza stracciona celebrata dalla tv araba, La Repubblica, 28/03/2003 Il Cairo. Giorno 8, dalle 8 del mattino alle 8 di sera: cronaca di una cronaca, quella del conflitto in Iraq, raccontata agli arabi. Questo [...] è tutto quello che la stragrande maggioranza di loro ne sa. Quando, al risveglio, la guerra entra nelle case, ha la faccia di un bambino, maciullato e sanguinante, steso sul lettino di un pronto soccorso a Bagdad. La didascalia, sulla prima pagina del quotidiano Al Akhbar, dice ironicamente: «Un esempio dell’intervento umanitario americano». Lo stesso bambino appare, in quel momento, in un rullo che Al Jazeera ritrasmetterà ogni ora. Zoom sul buco nel suo braccio, immagine allargata della corsia d’ospedale, in barella una donna che urla, completamente coperta dal vestito nero, le debbono togliere il velo per medicarla, grida ancora più forte, non c’è musica in sottofondo, ma l’audio del crepitio di fiamme, dove, annuncia la sovrimpressione, 14 civili sono morti. «Guerra di sterminio contro l’Iraq», titola a tutta pagina Al Akhbar. Sottotitolo: «I carri armati uccidono 650 persone a Nassiryiah - Morti e feriti nel mercato della capitale - Le forze d’invasione perdono la pazienza di fronte alla coraggiosa resistenza irachena e commettono rivoltanti massacri». Editoriale a fianco: «Demolizione, non liberazione». Testo: «Poi i politici dei Paesi invasori escono e dicono in conferenza stampa che ricostruiranno quel che hanno distrutto, ma le centinaia di vite cancellate, come le ricreeranno? Solo Dio può». «La ilaha illa Allah», non c’è divinità all’infuori di Allah, canta una folla di bambini alla tv siriana. è, ma stavolta per gli arabi, il tempo della rabbia e dell’orgoglio: rabbia per «i martiri» (non le vittime), orgoglio per «l’eroica resistenza del popolo iracheno» (dall’Egyptian Gazette: «I coraggiosi che hanno combattuto fino all’ultimo respiro a Umm Qasr saranno ricordati nelle canzoni e nelle leggende popolari»). Parte il notiziario di Al Jazeera. Dietro al contrito annunciatore sventolano elettronicamente due bandiere: irachena e americana. Qui non c’è coalizione, è una sfida a due. Le verità di Al Jazeera: «Circondato un veicolo inglese, due soldati catturati e due uccisi», seguono immagini, sia dei prigionieri che dei morti. «Dieci marines ammazzati dal fuoco amico», «Ora ammettono: Bassora resiste. E la bombardano», «Rivolte in città dell’America». Zapping: sulla tv siriana il mufti invita i musulmani al «martirio contro gli invasori». Nel rullo di Al Alam: marines armati, civili feriti e le immagini di una corrida mentre il toro viene infilzato. Esco a comperare gli altri giornali. Nell’espositore piazzato a un angolo di strada è in mostra l’orgoglio arabo. Al Ahram Hebdo, che è in lingua francese, titola trionfale: «Bagdad resiste». Il quotidiano governativo Al Gomhuria: «Gli invasori ammettono: abbiamo sbagliato i calcoli». Titoli: «Si ammazzano tra loro», «Bassora smaschera le bugie americane: è in rivolta, ma verso il nemico». Cerco tra le notizie sparse: «L’America usa il napalm e le bombe a frammentazione», «Lo slogan ”Shock and Awe” fu coniato dalla rivista nazista Signal e viene ripreso dai suoi eredi», «Arretra l’Asse del Male Usa-Gb». Sorride soddisfatto il giornalaio. L’orgoglio arabo è la variabile sottovalutata. Vent’anni fa un egiziano torna al Cairo dall’Afghanistan e racconta ammirato a un amico: «Ho visto i mujahiddin con la carabina tenere testa ai sovietici con i missili». Quell’uomo era Ayman Al Zawahiri, diventato braccio destro di Osama Bin Laden. Il suo amico era Abdallah Schleiffer, all’epoca corrispondente della Nbc. Gli propose di tornare indietro con una telecamera, per mostrare al mondo quell’«eroica resistenza» (definizione condivisa da Reagan), ma Al Zawahiri aveva altri progetti. Stavolta le telecamere ci sono e non si spengono. Su Al Akhbar c’è una vignetta in cui, nell’oscurità, due americani sgozzano un iracheno e un terzo parla al telefono: «Fatto, mister president! La tv tace, le agenzie sono state cacciate, nessuno ci può vedere». Invece, dopo una breve interruzione, ha ripreso a trasmettere anche la tv di Stato irachena: all’ora di pranzo il ministro dell’Informazione mostra le fotografie degli obiettivi civili distrutti dalle bombe. Nel pomeriggio Al Jazeera si fissa su un Apache abbattuto, una jeep incendiata presa al gancio, folla festante, poi rimanda la conferenza stampa del comandante inglese Brian Burridge. Se la prende proprio con la rete del Qatar, che ha mostrato i suoi soldati morti e catturati. Al momento delle domande si alza il corrispondente arabo e dice: «Siamo orgogliosi di quel che facciamo». «Dovete essere obiettivi, non orgogliosi», risponde l’ufficiale, ma sta ancora combattendo una guerra superata dai fatti. Al tempo di Internet chi si collega su Islamonline.net trova solo le cifre dei civili uccisi nei bombardamenti fornite da fonti irachene. «Missing in (propaganda) action» le notizie principali del fronte avversario: i paracadutisti piovuti a Nord, l’ospedale che nascondeva armi e attrezzature antigas, il massacro dei capi tribù che non volevano combattere. A reti quasi unificate (manca l’Iraq) passa la conferenza stampa di Bush & Blair da Camp David. «Quanto durerà la guerra?», risposta sprezzante del presidente americano: «Quanto sarà necessario». Domani è il giorno numero 9. Questa parte di mondo vive ancora lo choc d’una guerra persa in 6 giorni, e il nemico era Israele. Stavolta una resistenza stracciona (nell’immagine: l’infradito di un bambino in posa da dominatore sull’ala di un velivolo abbattuto) sta portando la durata del conflitto con l’America & Co. alla doppia cifra. Ogni giorno in più è una tacca sulla carabina arrugginita, un segno che con l’America ci si può battere. Vincendo, ora credono. Gabriele Romagnoli