Alessandro Penati Corriere della Sera 20/03/2003, 20 marzo 2003
Il petrolio non c’entra, Corriere della Sera, 20/03/2003 Bush fa la guerra all’Iraq per il petrolio: uno slogan ripetuto tanto spesso da sembrare un’ovvietà
Il petrolio non c’entra, Corriere della Sera, 20/03/2003 Bush fa la guerra all’Iraq per il petrolio: uno slogan ripetuto tanto spesso da sembrare un’ovvietà. Invece, è falso. Con la guerra, Bush mette a repentaglio il suo futuro politico. Come già fece suo padre. Gli americani votano sempre e solo col portafoglio: se il 71 per cento della popolazione approva la guerra a Saddam, solo il 40 per cento è soddisfatto dell’economia. Dall’inizio dell’anno la fiducia dei consumatori è in picchiata. La Borsa scommette su una guerra lampo, senza scossoni al mercato del petrolio, né danni geopolitici. Ma i rischi sono enormi: se il prezzo del greggio dovesse anche solo fermarsi al livello attuale (che incorpora un premio per la guerra), la recessione diventerebbe probabile; e, con questa, la sconfitta di Bush alle presidenziali del 2004. Ma, dice lo slogan, il disegno americano è strategico: il petrolio comincia a scarseggiare e l’economia Usa è ostaggio dei Paesi del Golfo, e della benevolenza dell’Arabia Saudita. Per questo Bush è disposto alla guerra pur di controllare l’Iraq, e le sue ingenti riserve. In realtà, solo l’11 per cento delle importazioni di petrolio americane viene dal Golfo: strategicamente, Messico e Venezuela sarebbero più importanti dell’Iraq. Inoltre, l’economia Usa dipende sempre meno dal petrolio: il progresso tecnologico ne ha dimezzato i consumi rispetto a 30 anni fa; elettricità e riscaldamento sono prodotti quasi interamente con gas naturale di provenienza interna e canadese; e il ruolo dell’industria pesante è ormai marginale. Negli Usa, quasi l’80 per cento del petrolio è consumato dai trasporti: il basso prezzo del carburante (dovuto alla bassa tassazione) incoraggia lo spreco; un aumento delle imposte sulla benzina (che oggi sono 0,1 euro al litro, contro 0,78 in Italia) potrebbe ridurre la dipendenza americana dal petrolio quanto la guerra all’Iraq, ma a un costo infinitamente più basso. La benevolenza saudita è un altro mito. Se nei momenti di crisi l’Arabia aumenta la produzione per calmierare il prezzo, non lo fa per amicizia verso gli Usa, ma per tutelare i propri interessi. Il petrolio è ancora abbondante: in un mercato libero potrebbe crollare a 10 dollari al barile (il costo di estrazione per i sauditi non eccede i 3-5 dollari). L’Arabia manovra per mantenere il prezzo sopra quello di mercato, ma senza esagerare, per non rendere conveniente l’estrazione in condizioni estreme (in alto mare o nelle zone artiche) e le fonti alternative. La guerra a Saddam ha un fondamento ideologico, non economico. Questo non significa che non avrà conseguenze economiche: potrebbe portare a una riduzione stabile del prezzo del greggio; di cui, però, beneficerebbero maggiormente i Paesi più dipendenti dal petrolio, come l’Italia. Nonostante la sua coscienza pacifista. Alessandro Penati