Filippo Ceccarelli La Stampa, 20/03/2003, 20 marzo 2003
Il pacifismo postideologico e mercantile del Cav., La Stampa, 20/03/2003 Ma gliel’avranno detto a quelli del ”Grande Fratello” che sta per scoppiare la guerra in Iraq? Come è noto, il programma va in onda su Canale 5, l’ammiraglia delle reti berlusconiane, e anche all’inconsapevolezza di Floriana, di Pasquale e degli altri sei «murati vivi» da Mediaset veniva da pensare ieri mattina, a Montecitorio, mentre Silvio Berlusconi, inventore della televisione commerciale, leggeva il suo intervento sulla guerra
Il pacifismo postideologico e mercantile del Cav., La Stampa, 20/03/2003 Ma gliel’avranno detto a quelli del ”Grande Fratello” che sta per scoppiare la guerra in Iraq? Come è noto, il programma va in onda su Canale 5, l’ammiraglia delle reti berlusconiane, e anche all’inconsapevolezza di Floriana, di Pasquale e degli altri sei «murati vivi» da Mediaset veniva da pensare ieri mattina, a Montecitorio, mentre Silvio Berlusconi, inventore della televisione commerciale, leggeva il suo intervento sulla guerra. E quasi non sembrava lui. Mentre la guerra, purtroppo, resta sempre la guerra, con le sue tempeste di fuoco, i suoi massacri, le sue rovine. Ora, basta informarsi e si scopre che al ”Grande Fratello” ancora non sanno niente. O meglio: sono rimasti a tre settimane fa, quando le Jene violarono la casa per consegnare le bandiere arcobaleno. Ad attacco compiuto, fanno sapere a Canale 5, verranno comunque informati. già successo ai tempi dell’Afghanistan. Forse è improprio trarne troppe conseguenze, o estendere la questione sul piano politico, e tuttavia il sospetto è che la guerra non rientra nel palinsesto del berlusconismo. In altre parole: ieri alla Camera il presidente del Consiglio ha recitato una parte che non è tanto la sua. Berlusconi non è né un soave giurista, né un acrobata di Stato, tantomeno è un personaggio da momenti drammatici. Vero è che la linea che si è trovato a esporre - siamo in guerra, ma non siamo in guerra - non era delle più facili, non si poteva tagliare e semplificare con l’accetta. Ma le difficoltà del Cavaliere sono apparse più evidenti perché sia pure con qualche azzardo lo si potrebbe ancora oggi definire un pacifista istintivo, un pacifista inconfessabile, un pacifista mancato. Basta guardarlo in faccia: con quegli occhi furbi e quel sorrisone a 32 denti sbiancati si capisce subito che Berlusconi non ha nessunissima attitudine guerriera. «Berlusconi - ha detto una volta il suo amico del cuore, Confalonieri - vuole che tutti siano felici». Ha cominciato cantando sulle navi, si è portato Mamma Rosa in crociera. «Lei mi ha fatto promettere - disse in Consiglio dei ministri prima della campagna in Afghanistan - che i soldati italiani non dovranno andare a morire lontano». Le sue virtù strategiche sono l’allegria, la simpatia, la parlantina, la straordinaria capacità di tenere la scena e persuadere, facendo scattare l’immedesimazione, ma anche il sogno, il desiderio (e il consumo). I valori che Berlusconi incarna sono beni per lo più materiali, ampiamente rappresentati nella sua biografia e nella tv che ha creato a sua immagine e somiglianza: la ricchezza, il successo, il lusso, gli amici, le ville, ”Dynasty”, ”Beautiful”, ”La ruota della fortuna”, gli spot dell’Amaro Averna e del Mulino Bianco. Questa sorta di ideologia ripudia la guerra più di quanto la ripudi la Costituzione stessa, all’articolo 11. Per sua natura e vocazione, Berlusconi è del tutto refrattario alla violenza, allo spirito di sacrificio, al coraggio militare. Ha a cuore, certo, i suoi interessi. Come Bush, come tutti i potenti di questa terra. Però lui racconta barzellette, regala orologi, compone canzoni sdolcinate in napoletano, coltiva fiori e gli dà nomi gentili. Ricordava l’altro giorno di non essere capace di schiacciare una mosca o una formica, e sembra un modo di dire. Ma al vertice di Kananaskis, l’estate scorsa, è arrivato a compiangere sinceramente un orsacchiotto abbattuto dalla polizia canadese perché aveva superato i limiti di sicurezza. Non si può avere tutto dalla vita (e dal comando). Berlusconi è un uomo da shopping, da standing ovation, da happy end, gli manca quell’aspetto tragico dell’esistenza - «Essere mortali è essere sventurati» (Euripide) - che pure ha fatto la fortuna di tanti poteri. Funziona in periodo di pace. Come la sua televisione, come le migliaia di trasmissioni d’intrattenimento che ha offerto ai teleutenti, come la pubblicità che ha reso ricchi e famosi lui e tanti produttori di merci, egli fa a meno della morte, o almeno tende a rimuoverla. Non la si vorrebbe qui fare troppo lunga, ma forse è anche per questo - certo non per indifferenza o cattiveria - che Berlusconi non ha partecipato né ai funerali di Alberto Sordi, né a quelli di Emanuele Petri, l’agente della polizia ferroviaria rimasto ucciso in uno scontro con i terroristi. «Non è un tipo da funerali», hanno cercato di spiegare a Palazzo Chigi. Ma nel mondo delle immagini la morte non esiste: «La differenza tra vivo e morto è nozione evidente nell’esperienza, mentre non ha significato nel mondo della virtualità», scrive un autore Mediaset, Giuseppe Feyles, ne La televisione secondo Aristotele (Editori Riuniti). La guerra, i missili, gli innocenti morti ammazzati sono da sempre quanto di meno virtuale esista al mondo. Glielo ha ricordato anche la moglie, Veronica. Questa storia dell’Iraq, con la sua angoscia condivisa e le sue probabili carneficine, non solo paralizza il sistema berlusconiano, non solo gli impedisce di esercitare il suo pacifismo istintivo, post-ideologico, mercantile. Ma spinge anche il Cavaliere fuori dalle inquadrature, dal frame, dalla cornice. La linea scelta, affannosamente, dal governo mette a nudo l’irrilevanza dell’Italia. Sono più importanti Bush, Saddam, il Papa, Blair, Chirac. E, in Italia, per una volta, rischia di essere più importante l’opinione pubblica, le mamme, le nonne, le zie, le casalinghe di Rete 4, i giovani di Italia 1. Questa anche è la guerra. I ragazzi del ”Grande Fratello” non sanno che sta per scoppiare. Ma Berlusconi sul serio stavolta si gioca format e potere, la leadership televisiva e quella vera. Filippo Ceccarelli