Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2003  marzo 19 Mercoledì calendario

La guerra del Dio conteso: l’hanno invocato Saddam e Bush, sunniti e sciiti, Corriere della Sera, 19/03/2003 Bagdad

La guerra del Dio conteso: l’hanno invocato Saddam e Bush, sunniti e sciiti, Corriere della Sera, 19/03/2003 Bagdad. Dalle 3.30 di ieri pomeriggio, la radio irachena trasmette soltanto marce militari. Pugni alzati, mitra, dita aperte in segno di vittoria. Un rituale di giuramenti, di sangue e sacrificio, nella certezza fanatica che il Dio della vittoria abbia scelto da che parte stare. Ma la clessidra della storia spegne con il passare delle ore gli ultimi bollori di fanatismo e di propaganda per regalare a Saddam Hussein solo quest’ultima notte che sembra una veglia funebre. Per lui, per la sua corte di figli e generali e per il popolo di Bagdad, che si rintana nelle case in preghiera. Al tramonto, nella calma irreale rotta soltanto dal movimento dei carri armati, sembra di ascoltare i lamenti di una metropoli che, come una grande madre, ha speso le ultime ore di pace a cercare di proteggere i più deboli fra i propri figli. Ha svuotato mercati, imprecato per i prezzi esplosi come una granata, provato un’ultima, impossibile fuga, attraverso posti di blocco e controlli sempre più ossessivi. Domani all’alba, il cielo azzurro intenso della terra di Abramo cambierà colore. La più grande armata del mondo prepara scenari apocalittici per compiere una missione mai realizzata nell’epoca moderna. Hitler si suicidò, fra le macerie di Berlino. I dittatori sono stati abbattuti dal popolo, come Milosevic, o sono morti nel proprio letto, ma nessuno è riuscito a prenderli a casa loro, con 300 mila soldati che nessuno potrà fermare. Nemmeno il Dio tanto invocato in queste ore dagli iracheni perché insinui qualche consiglio risolutore nella mente del raís o dei suoi cortigiani più prossimi: il suicidio, un colpo di Stato in extremis, l’esilio. Lui, il raìss, ha indossato ieri l’alta uniforme militare, quella in cui potrebbe essere seppellito e che lui spera ancora di indossare nell’Olimpo dei record, come un moderno Saladino che ha fermato due volte l’America. Per l’Iraq sta per finire un’epoca, per il mondo, che da stanotte guarda a Bagdad, si rinnova quella dei secoli bui in cui Bene e Libertà si esportano con bombe e massacri di innocenti. La speranza si spegne al ritmo veloce con cui le ultime delegazioni diplomatiche e umanitarie fanno le valigie e gli uomini di tutte le religioni cominciano a parlare di miracoli. A Bagdad è arrivata una delegazione mista dalla Russia, autorità ortodosse e musulmane che invocano Dio perché guidi gli uomini sulla via della pace e protegga la biblica terra irachena. Selmun Warduni, il vescovo caldeo, è invece rassegnato alla volontà di Dio, «che non può impedire il nostro sacrificio, la morte di tanti innocenti in questa guerra immorale e ingiusta, dichiarata contro l’umanità e contro Dio stesso». Chiese e moschee si preparano a diventare rifugio per migliaia di fedeli. O anticamera dell’Aldilà. Dipende da che parte starà Dio, oltre che dall’onnipotenza delle bombe intelligenti. Mai come in queste ore di paura, di preghiera e di miracoli invocati, il Divino ha una parte così importante nella prima crociata del Terzo Millennio. Lo invoca Bush, non soltanto perché «In god we trust» sta scritto anche sui dollari di un’America che ha sempre deciso per tutti da che parte sta il Bene. Lo invocano Saddam per la salvezza del suo regime e lo pregano milioni di iracheni per i quali nemmeno Dio, che in passato inflisse il castigo di Babilonia, è riuscito a impedire una punizione peggiore, trent’anni sotto il raìss e le bombe made in Usa per liberarsene. Nessuno si sente sicuro, oggi a Bagdad, non soltanto per la tempesta che sta per arrivare in queste notti di luna piena, ma per quello che potrà accadere domani, quando un generale americano o un nuovo raíss proveranno a tenere insieme il Paese. «Quando si comincia una guerra è come cominciare a prendere una zuppa con il coltello» ammoniva uno che di queste contrade se ne intendeva, Lawrence d’Arabia. Tutti si sentono presi fra due o più fuochi. I sunniti, che esprimono buona parte della nomenklatura del regime, aspettano le bombe e l’onda d’urto della maggioranza sciita, troppo a lungo vessata da Saddam per non vedere nella guerra di Bush la grande occasione del riscatto. [...] D’altra parte, gli sciiti, memori dei passati tradimenti, rifiutano il ruolo marginale di quinta colonna americana. Molti si preparano a questa inutile resistenza, gli ulema emanano «fatwa» contro Bush, giusto per dimostrare alla propria coscienza che i bombardieri Usa non sono migliori di Saddam e che non si accontenteranno di vivere in un protettorato del «Grande Satana». I cristiani, la minoranza delle minoranze, a sua volta frastagliata in diverse confessioni, avvertono come una sciagura la fine di un regime che in qualche modo li ha protetti e utilizzati come embrione di pluralismo religioso: il vice premier Tarek Aziz ne è la testimonianza più famosa. La guerra potrebbe aprire le porte a un’offensiva islamica contro i cristiani, di cui non sono mancate negli ultimi anni le avvisaglie violente che li hanno costretti a emigrare. Un vecchio mi racconta di negozi devastati, commercianti uccisi perché vendevano alcolici, taglieggi da parte della burocrazia del regime. E la storia emblematica di suor Cecilia, uccisa a Ferragosto, da giovani musulmani in un tentativo di rapina. La grande amnistia di Saddam ha liberato gli assassini. I parenti della suora sono stati costretti a lasciare il Paese. Il vescovo caldeo Warduni, mentre guarda il cielo dalla chiesa di Santa Maria, assicura che «sotto le bombe americane non ci sarà differenza fra cristiani e musulmani d’Iraq». «Le chiese di Bagdad sono aperte a tutti. Saranno l’ultimo rifugio per la povera gente che non è riuscita a scappare». Ma lo spirito del buon pastore non può esimere il vescovo dal chiedersi che cosa potrà accadere a una minoranza cristiana «che vive in un Paese musulmano attaccato da un Paese cristiano». La piccola minoranza religiosa, a sua volta frammentata in diverse confessioni - ortodossi, armeni, caldei, cattolici - è divenuta sempre più marginale. I cristiani erano un milione e mezzo, sono oggi meno di 800 mila. Saddam li ha utilizzati anche come consulenti fidati e camerieri nelle sue regge, ma ha dovuto fare concessioni sempre più forti alle componenti musulmane, soprattutto per rinviare la vendetta di quella sciita. In questi anni, a Bagdad, le moschee sono spuntate al ritmo in cui venivano chiusi casinò e discoteche. Sempre maestose e decisamente più belle dell’architettura arabo-staliniana dei palazzi del raìss. Speriamo che Dio, nelle prossime notti, stia almeno dalla parte dell’estetica. Massimo Nava