Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2003  marzo 21 Venerdì calendario

In Iraq le tv italiane hanno mandato quasi solo donne: e così il Tg3 ha battuto la Cnn, La Stampa, 21/03/2003 Il primo scoop della guerra all’Iraq è merito di Giovanna Botteri, inviata del Tg3 a Bagdad, che ha ripreso e trasmesso in diretta, nell’edizione di ieri sera, il bombardamento di due palazzi governativi proprio di fronte all’albergo che ospita buona parte dei corrispondenti stranieri

In Iraq le tv italiane hanno mandato quasi solo donne: e così il Tg3 ha battuto la Cnn, La Stampa, 21/03/2003 Il primo scoop della guerra all’Iraq è merito di Giovanna Botteri, inviata del Tg3 a Bagdad, che ha ripreso e trasmesso in diretta, nell’edizione di ieri sera, il bombardamento di due palazzi governativi proprio di fronte all’albergo che ospita buona parte dei corrispondenti stranieri. Il piccolo Tg3 ha battuto la grande Cnn, che in quel momento mostrava il cielo di Bagdad illuminato sporadicamente dai traccianti della contraerea irachena. C’è stata probabilmente - come sempre in questi casi, del resto - una certa dose di fortuna, oltreché naturalmente di coraggio: di certo però non è un caso che sia stata una donna a conquistarsi lo scoop. Perché questa guerra, vista in tv e vista dall’Italia, è la guerra delle giornaliste. Ma cominciamo dall’inizio. Non era stato Emilio Fede, questa volta, a battere la concorrenza e a dare per primo la notizia dell’inizio dei bombardamenti su Bagdad: ma se la televisione - anche l’informazione tv, anche i momenti drammatici che la tv deve raccontare - è prima di tutto spettacolo, è senz’altro lui il vincitore della prima notte di guerra. Fede ha avuto un’idea insieme semplicissima e geniale: ha assoldato due interpreti, dall’arabo e dall’americano, e ha trasmesso in diretta lunghi spezzoni della Cnn e di Al Jazeera. Il bipolarismo televisivo messo in scena dal Tg4 giustappone due punti di vista - letteralmente: due modi di «vedere» la realtà, e filmarla, e trasmetterla - eliminando con un solo gesto la tendenza tutta italiana a parlare anziché mostrare, a scambiarsi opinioni anziché raccontare fatti, e insomma ad usare la tv come se fosse la radio.  vero: immagini della guerra, in queste prime ore, ce ne sono davvero poche, e quelle poche si somigliano tutte. Manovre nel deserto, soldati che scrivono a casa o guidano enormi gipponi o montano e smontano tende, carri armati in colonna, aerei che decollano dal mare: lo spettacolo della guerra, per ora, è lo spettacolo della preparazione, del dispiegamento, della minaccia, e l’effetto - le immagini sono naturalmente «filtrate» dal Pentagono - è affidato prevalentemente all’impatto estetico delle divise e dei mezzi militari sullo sfondo esotico e suggestivo del deserto. Dall’altra parte, dalla parte dell’Iraq, per ore l’altra notte abbiamo visto una strada di Bagdad illuminata e deserta - di tanto in tanto un’automobile - con un effetto straniante e irreale. Nella capitale irachena era notte fonda, e una telecamera fissa piazzata su un viale di Milano o di Parigi, alla stessa ora, non avrebbe trasmesso immagini molto diverse. il contesto, è l’attesa e l’emozione dell’attesa a rendere quell’inquadratura una testimonianza preziosa, e significativa. Assai più spettacolare fu l’avvio di ”Desert Storm”, la guerra del ’91, con quel cielo di Bagdad illuminato come un capodanno a Napoli che è rimasto a lungo nella nostra memoria collettiva. Dicevamo di Emilio Fede: ha «bucato» l’attacco, ma nel cuore della notte è tornato in studio - senza trucco né cerone - per improvvisare una nuova diretta, fino all’alba. La vecchia scuola, verrebbe da dire, non tradisce mai. Quanto alla nuova, ha dato buona prova di sé: è stata infatti proprio La 7, l’ultimo nato dei network nazionali, a battere sul tempo Rai e Mediaset. Erano le 3,35 ed era in corso la lunga diretta cominciata poco prima della scadenza dell’ultimatum americano e mai interrotta: in collegamento telefonico da Badgad stava parlando l’inviato Fabio Angelicchio quando si sono udite distintamente le sirene che annunciavano l’inizio dei bombardamenti e si sono sentite le prime esplosioni. Tre minuti dopo toccava a ”Studio aperto”, il tg di Italia1, dare la notizia; ancora due minuti e arrivava il Tg1. La Rai, tuttavia, non può dirsi sconfitta - e il neopresidente Lucia Annunziata ha voluto sottolinearlo in un comunicato - perché i primi in assoluto ad informare gli italiani dell’attacco a Bagdad sono stati, due minuti prima della ”7”, i giornalisti del Gr1, e perché, diversamente dai colleghi di Mediaset di cui possiamo udire soltanto la voce, i giornalisti Rai dispongono di un videotelefono satellitare, le cui immagini digitalizzate e rallentate sono destinate ad entrare nell’immaginario di questa guerra. Semmai, stupisce che la Rai non abbia fatto la scelta più ragionevole e razionale, a costo di scontentare qualche direttore o qualche burocrate dell’Usigrai: e cioè concentrare tutta l’informazione su una sola rete, facendone così a tutti gli effetti un canale «all news». Non è tuttavia la gara fra le reti pubbliche e private a segnare queste prime ore di guerra in tv: semmai, è lo scontro fra i sessi a dimostrarsi interessante, e istruttivo. E la vittoria delle inviate sui loro colleghi maschi è netta e indiscutibile. Non è la prima volta che, al cospetto di una crisi internazionale, si scopre che le giornaliste - qualche volta considerate come una variante appena alfebetizzata delle veline e delle soubrettes - sono più numerose, più coraggiose e più preparate dei giornalisti, i quali invece oscillano fra l’ufficialità noioseggiante di un Borrelli (da New York) e la stucchevole enfasi di un Capuozzo (da Amman). Questa volta, ad ogni modo, sembra davvero che ci siano soltanto donne al lavoro. Prendiamo la Rai, che per una curiosa e felice combinazione è presieduta per l’appunto da un’inviata di guerra fra le più combattive: a Bagdad ci sono Lilli Gruber e Giovanna Botteri; in Qatar, al quartier generale alleato, c’è Tiziana Ferrario; al confine fra Kuwait e Iraq c’è Monica Maggioni; a New York, Nicoletta Manzione. Mediaset ha Mimosa Martini in Kuwait, Gabriella Simoni e Anna Migotto a Bagdad, Cristina Ferraro a New York... Proprio a Giovanna Botteri, peraltro sensibilmente e comprensibilmente emozionata, è toccato, come si diceva, il primo scoop; le migliori sul campo, cioè le più «televisive», perché più di altre capaci di impostare il servizio in prima persona, sceneggiando il racconto e sottolineando la soggettività del punto di vista, sono state sinora, probabilmente, Lilli Gruber e Mimosa Martini. Il grande spettacolo della guerra, tuttavia, è appena cominciato. Fabrizio Rondolino