Gianni Perrelli L’espresso, 27/03/2003, 27 marzo 2003
Tommy Franks, il generale ”Dio, Chiesa e caserma” che cancellerà Saddam, L’espresso, 27/03/2003 Kuwait City
Tommy Franks, il generale ”Dio, Chiesa e caserma” che cancellerà Saddam, L’espresso, 27/03/2003 Kuwait City. Nei 33 capannoni color sabbia di As Sayliyah, la cabina di regia della guerra allestita in Qatar, gli ufficiali travolti dallo stress si lamentano che da qualche giorno il gran capo ha anticipato di mezzora la levataccia. Tommy Franks, pluridecorato generale americano a quattro stelle, comandante delle forze angloamericane nel Golfo (300 mila uomini), si sveglia alle quattro del mattino. In una trentina di minuti si divora tutti i rapporti che durante la notte gli sono arrivati per e-mail dai quartieri generali delle tre armi. E prima delle cinque convoca nel suo ufficio lo stato maggiore, impartendo le disposizioni bruscamente scandite dall’espressione «fuck you» (fottiti), il suo intercalare preferito. Il texano 57enne dagli occhi di ghiaccio, a cui Bush ha assegnato la missione di cancellare Saddam Hussein, sbraita con gli stretti collaboratori come un caporale di giornata. Poi, trascina come un ossesso la sua sagoma dinoccolata (un metro e 98) fra i quattro schermi giganti e gli oltre mille computer della base ipertecnologica costata 58 milioni di dollari. Correggendo le strategie virtuali, rivedendo i dettagli dell’offensiva, saggiando il grado di flessibilità delle truppe pronte l’assalto. Si rilassa solo all’ora di andare a mensa. Quando si rifiuta spesso di sedere alla tavolata degli ufficiali e col vassoio in mano si confonde fra i sergenti. «Lasciatemi in pace» brontola, «ho voglia di fare quattro chiacchiere con qualche soldato come me». Tommy Franks ha smesso di fare la spola fra il Qatar e gli Stati Uniti. Si è affacciato a Washington l’ultima volta il 6 marzo. Un viaggio blitz per un colloquio definitivo con George Bush in cui sono stati messi a punto i passaggi operativi fra la dichiarazione politica di guerra e l’ordine militare dell’invasione. La consegna è di restare sempre con il dito sul grilletto. Conservando al giusto livello di tensione il morale delle truppe. Ignorando le estreme contorsioni della diplomazia e gli alti lai dei pacifisti. Alimentando a ogni passo l’impressione che il primo colpo può partire entro pochi istanti. L’uomo che deve far fuori Saddam sa di avere poco tempo a disposizione. Non solo non può fallire, ma deve agire alla svelta, espugnare Bagdad al massimo in due settimane, evitando stragi fra la popolazione civile. Un’operazione di alta chirurgia bellica, che dovrà anche spianare le condizioni per un’accoglienza non ostile degli iracheni, scongiurare il pericolo di fomentare con aggressioni troppo pesanti l’antiamericanismo dilagante nel mondo. Per Washington il dopoguerra appare più difficile da gestire di un conflitto dall’esito abbondantemente scontato. Franks non può commettere errori anche perché è nel mirino dei vertici del Pentagono, da cui lo divide la filosofia di interpretazione della guerra. Una divergenza già sfociata in aperti scontri durante la preparazione in Afghanistan di Enduring Freedom. E che ha avuto un’appendice nei preliminari dell’attacco all’Iraq, impantanatisi per lunghi mesi nel dissenso sulla quantità degli uomini e dei mezzi da impiegare, e nella strategia da adottare. Franks, un veterano del Vietnam, è il fautore di una dottrina classica, sostenuta anche dal segretario di Stato Colin Powell, l’icona dell’esercito americano. Che prevede un conflitto condotto con un uso massiccio di forze, obiettivi ben definiti e una legittimità basata sul sostegno dell’opinione pubblica. Il segretario della Difesa Donald Rumsfeld, spalleggiato dal numero due del Pentagono Paul Wolfowitz e dagli ideologi del neoconservatorismo, concepisce al contrario la guerra come una sequenza poco costosa di blitz operati dalle forze speciali, con il sostegno dei capi locali ostili al regime da abbattere. Il 12 settembre 2001, ventiquattro ore dopo la tragedia delle due Torri e del Pentagono, Rumsfeld convocò il generale, comandante del Centcom (U.S. Central Command) a Fort McDill (Tampa, Florida), chiedendogli di preparare un piano minimalista per l’eliminazione dei talebani. Imperniato su pochi giorni di bombardamenti, l’impiego di soli 15 mila soldati dei reparti speciali e l’appoggio all’azione dell’Alleanza afgana del nord. Franks replicò che gli servivano 150 mila uomini e non meno di tre settimane di incursioni aree. Si giunse a un compromesso. Ma in novembre, prima della liberazione di Kabul, per la lentezza dei risultati il generale fu accusato di «patetica prudenza, pusillanimità, mancanza di fantasia». E anche dopo l’espulsione dei talebani gli fu rimproverata la mancata cattura di Osama bin Laden (beffardamente scampato all’assedio di Tora Bora) e del mullah Omar (fuggito in motocicletta, come in uno spezzone di film comico). Ma ancor oggi Franks, nella sua cerchia ristretta, continua a sostenere che se avesse potuto condurre la guerra secondo i suoi schemi tradizionali sia Osama che Omar a quest’ora marcirebbero in una prigione di massima sicurezza degli Stati Uniti. Il contrasto è riesploso nell’inverno del 2002, quando il Pentagono decise che era giunto il tempo di pianificare l’invasione dell’Iraq. Franks chiedeva due settimane di bombardamenti, l’impiego di cinque divisioni con 250 mila uomini, e l’uso di cinque portaerei. Rumsfeld offriva una sola settimana di attacchi dal cielo e 75 mila soldati delle forze speciali. La Casa Bianca tergiversò fra le due opzioni. Poi Bush scelse lo schema d’attacco del generale. Conquistato dalla calma ostinazione di Franks e dal comune sentire texano (ambedue hanno una concezione di vita regolata dalla bussola della semplicità e diffidano della teatralità cara a Rumsfeld). Oltre che dalla necessità di far avallare da una figura così carismatica e amata dall’esercito la teoria della dottrina preventiva osteggiata da un ufficiale americano su tre. Alla lunga, all’opportunità di schierare un’invincibile armata si è piegato lo stesso Rumsfeld, preoccupato da un dopo Saddam che richiederà la presenza in Iraq di 100 mila soldati americani per almeno un anno. Schivo, di scarse parole, Franks ha sempre messo la sordina a queste guerre di corridoio. Dai giornalisti è considerato una fonte secca. Se gli gira bene, anziché rifiutare il dialogo, emette frasi elusive. Per prendere le distanze dal suo predecessore Norman Schwarzkopf, il torrenziale «Stormy Norman», sottolinea che lui ha «un’indole diversa». Per tenere nell’ombra il segreto del suo talento fa sfoggio di saggezza orientale citando una lapalissiana massima di Sung Tzu, il Clausewitz cinese: «Se vuoi conseguire la vittoria, devi conoscere la tua forza e valutare attentamente la minaccia». Tutta la sua carriera si è sviluppata all’insegna della riservatezza. Famiglia piccolo borghese, nasce nel giugno del 1945 a Winnewood, villaggio dell’Oklahoma. Ma quand’è ancora in fasce, dopo il fallimento di un’attività commerciale, la famiglia si trasferisce a Midland, nel deserto occidentale del Texas, dove il padre Ray trova un lavoro da meccanico. uno sperduto scalo ferroviario, ma già nella sfera di interessi di una famiglia importante, i Bush, che ne faranno un importante centro petrolifero. Franks frequenta la scuola che qualche anno dopo avrà un’altra allieva celebre: Laura Bush, la first lady. E dopo il college, si arruola nell’esercito. Scuola di artiglieria in Oklahoma e battesimo del fuoco in Vietnam, dove è ferito tre volte alle gambe e si conquista altrettante medaglie al valore. A metà degli anni Settanta si laurea in business administration all’università texana di Arlington. E l’alloro accademico gli dà il punteggio per entrare nelle alte gerarchie dell’esercito. Ricopre incarichi di alta responsabilità nell’allora Germania Ovest, nella prima Tempesta nel deserto, e in Corea. Un’escalation che lo spinge rapidamente in vetta: comandante del Centcom, capo dell’esercito più potente del pianeta che nella crociata contro il terrorismo presidia in Medio Oriente e in Asia Centrale un’area di 25 paesi, popolata da mezzo miliardo di persone. Il tutto per uno stipendio lordo di 148 mila dollari l’anno, equivalente agli introiti di un manager d’azienda di livello medio. Ma per il suo stile di vita frugale, quasi spartano, è più che sufficiente. Gli si conoscono poche passioni. Una Ford Mustang d’epoca, rinchiusa nel garage di Tampa per motivi di sicurezza. E una Harley Davidson, dono dei re di Giordania. Un debole, nei dopocena, per la Margarita e per i sigari cubani Cohiba. Una spiccata predilezione per la musica country: non manca un concerto dei suoi idoli Garth Brooks e Neal McCoy, e quand’è in vena nelle sale ufficiali delle caserme inforca il microfono e canta lui personalmente, con voce da baritono, gli hit che mandano in sollucchero il popolo dei cow boy. Infine, una autentica idolatria per i Tampa Bay Buccaneers, gloriosa squadra di football americano. Le cui epopee vengono richiamate anche per tener alto il morale della truppa. Un autentico americano medio, ossequioso ai principi della Chiesa e attaccato ai valori della patria. Da 32 anni appiccicato alla moglie Cathy, un’ex maestra che asseconda in pieno le sue inclinazioni e non lo molla un attimo. Una donna molto determinata che Jacqy, la loro unica figlia, definisce rocciosa. Hanno due nipotini a cui il generale insegna ad andare a cavallo e a guidare i carri armati. E che chiamano il nonno «Pooh» come l’orso dei cartoni animati. Dio, caserma e famiglia. Con una sola, recente, scivolata. Il morboso rapporto con Cathy lo ha indotto a riservarle il sedile a fianco al suo, tappezzato con quattro cuori rossi, sul vecchio Boeing 707, zeppo di computer, con cui gira il mondo. Ma anche ad assegnarle nelle missioni, a spese dei contribuenti, un’assistente militare 24 ore al giorno e una guardia del corpo. E a volte ad ammetterla ai briefing in cui vengono esaminati documenti segreti del Pentagono. Leggerezze che hanno fatto scattare un’inchiesta disciplinare per abuso d’ufficio. Ma lo stesso Rumsfeld, pur non avendolo in simpatia, ha gettato acqua sul fuoco. «Tommy», ha liquidato la faccenda «sta facendo un lavoro superbo e ha la mia piena fiducia. Escludo che passi i segreti di Stato alla sua signora». Se Franks vincerà la guerra con passo napoleonico, forse daranno una medaglia anche a Cathy. Per lui, nell’immediato futuro potrebbe delinearsi un incarico temporaneo di proconsole a Bagdad. Sulle orme del generale Douglas MacArthur, che gestì la transizione in Giappone dopo la Seconda guerra mondiale. Un salto in politica che lo convince poco. Il generale a pranzo preferisce chiacchierare con i marmittoni. Gianni Perrelli