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 2003  marzo 13 Giovedì calendario

Djindjic è l’ultima vittima delle guerre balcaniche, la Repubblica, 13/03/2003 L’hanno ammazzato nel centro di Belgrado venti ore prima che gli riuscisse il colpo decisivo

Djindjic è l’ultima vittima delle guerre balcaniche, la Repubblica, 13/03/2003 L’hanno ammazzato nel centro di Belgrado venti ore prima che gli riuscisse il colpo decisivo. Oggi un suo fido sarebbe diventato ministro della Difesa federale, dunque responsabile diretto d’un apparato militare finora tetragono nel proteggere tanto i suoi segreti quanto gli ufficiali ricercati dal Tribunale de L’Aja. Intendeva consegnare alla giustizia internazionale almeno un paio d’imputati, per lo stesso motivo per cui, due anni fa, aveva consegnato Milosevic: dimostrare agli esitanti finanziatori occidentali che la Serbia era cambiata. Che era uscita dal suo passato. Oggi dobbiamo temere il contrario. Difficile sfuggire all’impressione che Zoran Djindjic, capo del governo serbo, sia l’ultima vittima della mai spenta guerra jugoslava. L’ha ucciso un tiratore scelto, e anche questo ci riporta al passato: ai cecchini che in Bosnia s’allenarono a sparare sulla carne umana. Era appena uscito dal palazzo del governo serbo e stava per salire sulla macchina che l’attendeva nel cortile. Mattina di sole. Poi quei suoni simili allo schioccare d’una frusta, così inusuali a Belgrado, così familiari a Sarajevo. Tre tiri molto precisi, tutti nel torace. morto mezz’ora dopo in ospedale. E d’un tratto, alle 2 di ieri pomeriggio, la Serbia s’è trovata decapitata: assassinato il primo ministro; vuota la poltrona di presidente della Repubblica, dopo il fallimento delle elezioni di dicembre, disertate dalla popolazione; non ancora insediato nella sua interezza il governo federale, ultimo simulacro della morente federazione col Montenegro. Questo pauroso deficit di potere statuale ha aumentato lo smarrimento della Serbia. Le radio annunciavano inattesi movimenti di reparti speciali nel sud del paese. L’aeroporto era stato chiuso dalla polizia federale. Alle 4 il vicepremier Nebojsa Covic ha riunito il governo e proposto la proclamazione dello stato d’emergenza all’unica carica che aveva titolo per proclamarlo: il presidente del parlamento Natasa Micic, facente-funzione di capo dello Stato. Fino a 5 anni fa cancelliere di tribunale, la rossa Micic è più popolare per la sua avvenenza che per doti politiche non verificate. Dunque da ieri l’Armata applica lo stato d’emergenza e vigila contro non meglio precisati «terroristi». E intorno a questi paurosi scricchiolii, spettatori distratti e fracasso di spari. La comunità internazionale, che ha sempre meno in comune, ipnotizzata dall’abisso iracheno. La guerriglia albanese che da settimane sconfina nella Serbia meridionale. Il Kosovo sempre in bilico tra normalità e anarchia militare, congelato in un limbo nel quale non è Serbia ma neppure Stato indipendente. Almeno l’Europa capisca che il mondo non ruota tutto intorno all’Iraq e puntelli in Serbia una democrazia esposta al rischio, sia pure remoto, d’implodere. La vasta mafia granserba in queste ore starà brindando alla più salda libertà del generale Mladic e alla carabina che ha ucciso il «traditore»: per quei patrioti in affari loschi, e spesso in divisa, Djindjic apparteneva alla stirpe del re Obrenovic assassinato perché trescava col sultano. Nazionalista convertito all’Occidente, Djindjic aveva da tempo rinnegato le sue origini politiche. Ma era stata una conversione laboriosa. Dieci anni fa, quando quasi tutta la Serbia era nazionalista, Djindjic reclamizzava le sue visite a Pale, il sobborgo di Sarajevo dove Karadzic aveva stabilito il quartier generale. Non pareva colpito dal fatto che a 5 chilometri fossero al lavoro i cecchini, e tra loro forse il tiratore scelto che ieri l’ha inquadrato nel suo binocolo. Quando Milosevic firmò, con gli accordi di Dayton, la resa in Bosnia, lo accusò d’aver venduto il sacro suolo patrio agli americani. Ma quattro anni dopo, durante la guerra del Kosovo, lasciò Belgrado e riapparve a Berlino, in quella Germania che bombardava la Serbia insieme alla Nato. Fu il cambio di fronte definitivo. Alla fine del 2000, d’intesa con gli occidentali, Djindjic guidò la sollevazione popolare che spodestò Milosevic. Più esattamente ne fu il regista occulto. Concordò la decisiva non belligeranza dei temuti reparti antisommossa, i Berretti rossi, in origine milizie paramilitari utilizzate in Bosnia, più tardi inquadrate dal ministero dell’Interno, ma sempre in rapporti d’affari con la grande criminalità serba. Promise a quei lanzichenecchi l’impunità in Serbia e la protezione dal Tribunale dell’Aja? verosimile. Dopo la nomina di Djindjic a primo ministro, i Berretti rossi si mimetizzarono nella polizia. E il loro capo, Milorad Lukic, noto ai serbi come Legjia, il legionario, conservò la libertà malgrado l’Aja lo sospettasse di vari crimini in Kosovo. Un avversario di Milosevic, Vuk Draskovic, mi disse che proprio Legjia aveva cercato d’ucciderlo per conto di Milosevic. A quanto raccontò, l’attentato ricalcava l’episodio che tre settimane fa precorse l’assassinio di Djindjic. Un camion che misteriosamente sbanda su un rettifilo e punta verso la macchina su cui viaggia il bersaglio. Nel caso di Djindjic l’autista riuscì a evitare lo schianto. Non essendo provata un’intenzionalità omicida, l’uomo che guidava il camion dopo due giorni fu scarcerato. Ma risultò che era legato ad un trafficante d’eroina, a sua volta in affari con il «comandante Legjia». Sospettando qualcosa, la polizia organizzò scorte armate per l’intero governo. Djindjic non ne fu impressionato. Tre sere fa partecipò a un cocktail all’ambasciata italiana. Cordiale, disteso. Non sembrava un uomo che sente incombere una minaccia mortale. L’avevo conosciuto otto anni fa nell’elegante palazzina liberty di Belgrado, con ristorante italiano nel seminterrato, che era la sede del partito. Sorriso astuto, volto aguzzo. Alla minuscola confraternita antinazionalista Djindjic non piaceva. Troppo furbo, troppo spregiudicato. In seguito si aggiunse: viaggia in quella zona grigia dove sbiadisce il confine tra la politica e gli affari; e gli affari nel tempo di Milosevic implicavano commistioni con settori del regime. Ma tra i tanti brav’uomini serbi che si prestavano alla politica, Djindjic svettava per determinazione e intuito. Formidabile nell’arte di sopravvivere. Nel ’96, dopo il fiasco delle manifestazioni anti-Milosevic, sembrava al tramonto. Nel ’99, dopo la «fuga» in Germania, tutti lo davano per finito. Nel febbrario del 2001 era primo ministro. Rappresentava al meglio la Serbia seminuova, miscela un po’ opaca di slancio democratico e cascami del vecchio regime. Ed ebbe lo straordinario merito di ridare la speranza a un popolo avvilito. Col tempo la diplomazia occidentale si confermò nell’idea che fosse l’unico in grado d’epurare gradualmente, senza scosse pericolose, le strutture del passato: l’Armata, le Forze speciali della polizia, alcuni apparati di sicurezza, e tutto quel mondo d’affari e malavita che gravitava intorno. Djindjic procedeva con estrema cautela. Non apprezzò che avessi scritto un articolo sui Berretti rossi e sulla singolare impunità di cui godevano, e annullò un’intervista. Ma proprio il suo assassinio forse giustifica tanta cautela. Ieri un comunicato del governo indicava implicitamente proprio il comandante Berretti, Legjia, come possibile mandante dell’assassinio di Djindjic, in complicità con un imprenditore in odor di mafia. Da filosofo cresciuto nelle università tedesche, Djindjic conosceva Machiavelli e probabilmente riteneva di praticare l’arte del Principe. Forse fu più prossimo al sanguinoso mondo di Guicciardini, dove il potere che giustifica ogni mezzo può condurre al trono ma anche alla tomba. Guido Rampoldi