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 2003  gennaio 25 Sabato calendario

Céline, un medico squattrinato che diventò scrittore per comprarsi casa, Il Domenicale, 25/01/2003  la prima volta [marzo 1955] che lo scrittore Louis-Ferdinand Céline parla alla radio

Céline, un medico squattrinato che diventò scrittore per comprarsi casa, Il Domenicale, 25/01/2003  la prima volta [marzo 1955] che lo scrittore Louis-Ferdinand Céline parla alla radio . Louis-Ferdinand Céline, o piuttosto dottor Destouches, se preferisce, amerei sapere se lei aveva già cominciato a scrivere prima di praticare il mestiere di medico. «Nient’affatto. Se si può dire, poiché ho scritto una tesi che si chiama La vie et l’oeuvre de Philippe Ignace Semmelweiss, e che insomma è un po’ letteraria. Se si vuole, la si può considerare come un primo romanzo. Un romanzo medicale, strettamente medicale, per un certo aspetto. Ecco. E questo, questo risale al ’24, 1924». Sì, e ha cominciato il mestiere di medico in quale anno? «Nel ’24». Nel ’24? «Nel ’24». Contemporaneamente? «Sissignore. Sì sì. Sono entrato alla Società delle Nazioni subito dopo la tesi, sono entrato alla Società delle Nazioni, sezione epidemiologia e igiene, a Ginevra nel ’24, esattamente, sì, e ci sono rimasto quattro anni». Ma lei pensava di fare questo doppio mestiere o aveva già scelto la sua strada? «Per niente. Per niente, no no. Proprio per niente. Avevo unicamente una vocazione medica, e rimpiango di averla un po’ trascurata. Se mi fossi dato interamente alla medicina non avrei avuto tante noie, mi sono dato... mi sono dato alla letteratura e m’è costato molto caro. Del resto l’avevo fatto, nel ’27, lasciando la Società delle Nazioni, semplicemente per acquistare un appartamento. Lo dico francamente. Rue Dubois, a Clichy, Seine. A quell’epoca, non avevo un soldo, pagare l’affitto era una pena. E allora mi sono detto: comprare un appartamento sarà una preoccupazione in meno. Vendendo un libro, se riesco a scrivere un libro, eh, insomma, avrei i soldi per comprare un appartamento. Allora ho chiesto a... sono andato a trovare Denoël, o meglio gli ho lasciato un manoscritto, mi sono messo a scrivere, ho scritto un manoscritto, uno qualunque, era il Voyage au bout de la nuit, e poi l’ho lasciato da Denoël, poi è andato perso, ce l’aveva un’altra donna, poi c’è stata una confusione generale, e poi mi hanno rintracciato. Io mi chiamo Céline, poiché è il nome di mia madre, lei si chiamava Céline, così pensavo di passare inosservato, infatti me ne sono accorto in seguito che è molto difficile praticare la medicina facendo al tempo stesso lo scrittore. Si passa per un medico barzellettaro, per uno scrittore di fantasia, ti rende la vita complicata [...] ma io ne facevo una questione strettamente alimentare, commerciale, e di necessità, e poi ecco che tutto d’un colpo mi si dice che la cosa si vende. Bene, mi sono detto, e allora... e allora la vita s’è messa a diventare estremamente complicata, e per me questa è sempre stata una specie di maledizione, quest’affare dello scrivere». Mi piacerebbe che lei ci indicasse come ha trovato il tema del Voyage au bout de la nuit, ma anche lo stile rivoluzionario. Non s’era mai visto uno stile simile in letteratura. «Ma lo è ancora, nel senso che gli altri... gli altri scrittori, forzatamente, copiano più o meno dei modelli, no?, hanno un ideale, il che è naturale, un entusiasmo: dal greco ”il dio che è in noi”, no? E allora questo ideale gli impedisce di... essere personali, no?, poiché nel fondo, nel personale, non c’è granché da prendere, è molto poco ciò che un uomo ha di personale, è molto molto debole [...]. Allora, effettivamente, io credo che ognuno può scrivere un romanzo che sia proprio veramente suo, cioè che abbia proprio il suo stile, a condizione che abbia l’umiltà di restringersi e di non provare a fare esattamente il grande scrittore. molto poco quello che un uomo trova, la natura gli dà pochissime cose da trovare [...]. La sua tecnica l’ha posseduta subito o è stato obbligato a lavorarci molto a lungo prima di Voyage au bout de la nuit? «Ma... C’è una cosa più semplice. Noi, dell’uomo, parliamo biologicamente, no? In ogni uomo c’è un modo di sentire e di fare che non è del tutto somigliante a quello del suo prossimo. Per esempio, si sa che nella foresta non c’è una foglia che somigli strettamente all’altra. Allora gli uomini sono così... che, sono la stessa cosa, non si somigliano rigorosamente, no?, questo non si può, ma allora sono intimiditi dagli altri. E li seguono, sono pecore, no?, e anche gli scrittori. Ed è così che imitano gli altri senza saperlo: ma bisogna dire che nascendo, se voi non guardate al contrario, i vasi da fiori, no?, nascendo, non li vedrete mai, no? la storia dei pittori, no? [...]. Quanto a questa storia di scrivere, no?, mi ero detto umilmente, senza alcuna specie di pretensione, io vedevo che quello che gli altri scrivevano m’agghiacciava. Trovavo che là dentro c’era qualcosa che m’agghiacciava. Cosa? Non ne so troppo. Ma era agghiacciante. Ecco qua. Bene. Anche loro hanno il diritto di dire che sono agghiacciati, che io li agghiaccio, non glielo impedisco. E allora, questo agghiaccio proveniva da una certa forma che mi sembrava accademica, liscia, piatta, conforme, stilizzata, imbrillantinata, o pedantesca, insomma del tutto... in breve si compiaceva [...]. Lei mi ha detto di aver incominciato a scrivere per necessità alimentare, no? «Ah sì, unicamente!» O per acquistare un appartamento. Allora, lei pensa... «Che del resto non ho comprato». Questo è poco importante. Lei pensa che uno scrittore possa avere un’emozione a comando? «Ah no, no, se uno non è fatto per questo, può essere un saggista, può essere un eccellente giornalista, può essere un magnifico descrittore, ma non è uno scrittore per necessità di quel tempo, poiché è il tempo che ci trascina, no? La necessità dell’epoca... tutto quel che fanno gli scrittori, secondo me sono delle sceneggiature che ci guadagnerebbero molto ad essere rappresentate al cinema, no? e non gli manca che un cineasta, no?» Dunque possiamo dire che lei ha scritto per necessità... «Sì sì». ...ma anche perché ne sentiva il bisogno. «Ah no, niente affatto. Assolutamente no. Va detto che io sono un uomo scrupoloso, e... coscienzioso, e mi sono detto: scrivendo non avrò più una necessità. Se io avessi avuto, se avessi avuto i soldi per seguire la mia carriera, avrei fatto il medico nei ricoveri, no?, e avrei fatto una carriera molto onorevole, e sarei molto contento di vivere in pensione molto piacevolmente, mentre ora... sono ben lontano da tutto questo, e non è per niente così. Si dice spesso: Céline è uno scrittore che si compiace delle parole più rozze, e che per esprimersi sceglie in generale il linguaggio più comune. E allora mi piacerebbe che lei ci desse una spiegazione. [...] «Io sono essenzialmente raffinato ed essenzialmente... ehm... piuttosto puritano. Bevo acqua, mangio spaghetti e... » E non fuma. «E io non fumo, che io sappia non ho alcun vizio, no, nemmeno uno. E quindi sono... aspetto... uno qualunque... » Ha mai pensato di esprimersi con un mezzo diverso dalla letteratura? Con il cinema... «No... per niente». ... o per esempio con la radio. «No no. Niente niente niente niente. Non mi sento per niente dotato in quelle cose. Ma proprio per niente. Io non sono dotato in niente, credo, salvo che per questo piccolo, questo piccolissimo... questo piccolissimo modo di fare che le dico, e che insomma consiste nel ritrovare l’emozione del linguaggio parlato attraverso lo scritto, no? Questo è... è abbastanza difficile, richiede molto lavoro. Ma io non lo confesserei perché non è educato né rispettoso parlare del proprio lavoro alle persone che ascoltano, e del resto a nessuno». Il linguaggio cinematografico le sembra adatto come mezzo d’espressione? «Ah per niente, per niente, per niente. Io sono un qualcuno che fa qualche cosa per la gente che sta a casa propria e vuole leggere, e io devo fare quel lavoro, cioè devo... insomma, quando mi leggono a voce bassa, c’è qualcuno che parla dentro di loro. Interiormente. Ecco. Ecco tutta la storia. E che parla a loro, direttamente ai loro nervi. E non attraverso le loro orecchie, ma attraverso gli occhi, e che la chimica si faccia nelle loro teste, direttamente [...]. In effetti, il lettore è un po’... un po’ scioccato e un po’ malmenato, insomma, no?, dalla lettura. Ma ciò è premeditato. Lui è vittima d’uno stupro premeditato. Questa è la storia. Una frazione nel sistema nervoso. stato detto che la musica è un messaggio diretto del sistema nervoso, no?, e posso confessare che mi orienterei sulla musica, è evidente, se potessi scegliere, se mi si chiedesse cosa vorrei come carriera artistica, ebbene io avrei chiesto di essere un musicista» Lei pensa che il linguaggio della musica ha molta più estensione del linguaggio...? «Ah, è più emotivo. E allora, evidentemente, quello che mi interessa è l’emozione, perché io... il verbo, no?, il verbo... In principio era il Verbo. Il verbo è del bla-bla-bla, no?, il verbo è... uno scarto, no?, uno scarto dell’intellettualità, uno scarto d’emozione, no? Quando non c’è più niente da fare, quando non si ha più niente, quando non si sente più niente, eh allora si parla, no? Mentre i grandi sentimenti sono muti. E allora, in fondo, sono emozionati, no? E l’emozione tace. No?». Per lei lavorare è facile o difficile? «Io lavoro facilmente e difficilmente, basta pensare che il lavoro che faccio io è difficilissimo, nessuno può farlo, la prova è che nessuno ci si sbatte, no?, e questo richiede molto lavoro. Perché questo genere di facilità, di occultare il lavoro, no?, perché non lo si veda, richiede molto lavoro. Io non mi metto a dire troppi dettagli all’eventuale lettore, perché lui non ha alcun bisogno di sapere queste cose qui. Basta che apra il libro e che ne sia attratto, no? Dopo aver pagato. Dopo aver pagato. Allora lui è affascinato, no? E dice: Ah, questo Ferdinand, questo Destouches, etc, è un maiale, insomma quel che gli pare, no? evidentemente è l’emozione, è ovvio, no?, e dopo... » [...] una tattica molto buona... «No. Quando legge gli altri, allora... gli altri lo disgustano, allora è questo che vede, no?... qui la mia guerra, no?, è di rendere gli altri illeggibili, no? in quella direzione che io vado. E allora... Gli altri troppo soavi... troppo accademici, no? E allora, lei capisce... allora gli altri diventano... e allora per forza è furioso, no? grida a morte, no?... » Lei riceve molte lettere d’offesa dai lettori? «Ho ricevuto di tutto, no?, tutto, tutto, tutte le minacce, tutto, tutte, tutte, tutte. Ma questo non mi disturba. La tecnica anzitutto». Le è già successo di aver avuto dei lettori che sono stati orripilati dal suo stile e che in seguito sono diventati degli ammiratori? «Non me ne occupo. Né se sono orripilanti, orripilati o orripilatori... per me è assolutamente lo stesso. L’uomo mi è indifferente». Ma lei... è davvero un essere orripilante per il lettore. «Sì, ma per me fa lo stesso, io non mi sforzo nemmeno di esserlo e nemmeno di più, no? Il mio disprezzo si spinge fino a non cercare nemmeno di essere orripilante, no? Mi è indifferente. Mi è del tutto indifferente. La tecnica. Soltanto... La tecnica, tutto è là. Il mio coltello, la mia ghigliottina, funziona o non funziona?». Be’, per il momento ha l’aria di funzionare. «Tutto è là». Ebbene, Louis-Ferdinand Céline, per essere la sua prima intervista alla radio... che forse non sarà l’ultima... «Ah, non si sa mai, no?... ». ...io credo che lei abbia già una tecnica eccellente. «Ah ecco, così. Tutto è là. Tutto è là». Robert Sadoul