Sandro Veronesi Corriere della Sera, 13/03/2003, 13 marzo 2003
Il genio volatile e abbrunato di C.B., Corriere della Sera, 13/03/2003 Il 16 marzo sarà il primo anniversario della morte di Carmelo Bene
Il genio volatile e abbrunato di C.B., Corriere della Sera, 13/03/2003 Il 16 marzo sarà il primo anniversario della morte di Carmelo Bene. Certo, considerando l’accanimento con cui si è sempre battuto contro l’idea stessa dell’esserci, suona strano parlare di celebrazioni o anche solo di iniziative per ricordarlo; però la nostra cultura non può permettersi il lusso di ignorarne la figura e un’occasione come il primo anniversario della sua morte avrebbe potuto essere colta, se non altro per ribadire questa verità. Invece scopriamo che la situazione è desolante: una serata in suo onore organizzata dalla Scala, l’Hotel Milan che gli intitola la suite dove andava sempre, un altro concerto annunciato a Roma e ancora non confermato. In più, la penosa diatriba legale a proposito del testamento, che sta paralizzando l’attività della fondazione da lui stesso creata nel più che legittimo intento di essere erede di se stesso. Risultato, C.B. sta entrando in quel micidiale cono d’ombra che minaccia tutti i grandi dopo la loro morte e dal quale è molto difficile uscire. Basti pensare a quel che è successo a Flaiano: ucciso dalla sua stessa morte, per usare una frase che avrebbe potuto usare lui. Qualcuno potrebbe asserire che l’oblio era la massima aspirazione di C.B. e che perciò il miglior modo di onorarlo sia, per l’appunto, dimenticarlo: ma, come dicevo, dimenticare C.B. è un lusso che la nostra cultura non può permettersi e una simile argomentazione suona stupida, se non addirittura pelosa. Nonostante la sua scientifica opera di dissipatio corporis atque mentis, infatti, il lascito di C.B. alla cultura occidentale è solido ed enorme, ricco di materiali e di temi con cui pochissimi, ancora, hanno osato misurarsi; e senza un’azione costante e appassionata di catalizzazione (il cui enzima sarebbe senz’altro la fondazione, se solo venisse messa nelle condizioni di poter operare), questo suo lascito finirà per disperdersi nelle ruminazioni di una strenua e molto ristretta élite di ammiratori, senza influire sulla formazione delle future generazioni. Io che ho avuto il privilegio di frequentarlo posso testimoniare che ogni singola affermazione di C.B. (spiazzante, provocatoria, scomoda o obliqua quanto si vuole) si riferiva a una verità con la quale era necessario che mi misurassi, per poter formare una mia coscienza - estetica, soprattutto - dinanzi al caos del mondo; e non riesco letteralmente a immaginarmi senza quel suo bombardamento. Allo stesso modo non riesco a immaginare un futuro scrittore o attore o poeta o regista che, per il semplice fatto di essersi formato mentre la figura di C.B. era abbrunata dal suddetto cono d’ombra post mortem, non abbia nemmeno avuto l’opportunità di misurarsi con lui. Le molte radicali questioni da lui poste quando era in vita (riguardo al cinema «nato morto», allo sport come spossessamento, al paradosso del corpo) finiranno davvero, se non ci diamo da fare ad affrontarle, per essere archiviate come i geniali capricci di un iconoclasta e come tali dimenticate. Era una china lungo la quale C.B. rischiava di scivolare anche quando era in vita, data la fatale inclinazione semplificatrice che la cultura di massa infligge al piano del mondo: dopo la sua morte, se non verrà opposta resistenza, questa inclinazione si farà precipite e sul coperchio dell’urna che raccoglierà il suo lascito verrà apposta l’etichetta: «Simpatica canaglia». No, questo no. Fateci rivedere i suoi film. Fate scorrere il vostro pensiero accanto al suo: confutatelo, magari, liberatevene, andate oltre, ma non lasciatelo lì a svanire come se, in fondo, non fosse importante. E fate presto, perché il genio è sostanza volatile. Senza il tappo del corpo, evapora. Sandro Veronesi