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 2003  marzo 14 Venerdì calendario

Alda Merini, uno scandalo vivente che canta in video e verseggia al telefono, Corriere della Sera, 14/03/2003 Alda Merini, la poetessa milanese che il 21 marzo compirà 72 anni, osserva il video che, con un nuovo libro (Clinica dell’abbandono, a cura di Giovanna Rosadini e con introduzione di Ambrogio Borsani), gli dedica Stile libero Einaudi

Alda Merini, uno scandalo vivente che canta in video e verseggia al telefono, Corriere della Sera, 14/03/2003 Alda Merini, la poetessa milanese che il 21 marzo compirà 72 anni, osserva il video che, con un nuovo libro (Clinica dell’abbandono, a cura di Giovanna Rosadini e con introduzione di Ambrogio Borsani), gli dedica Stile libero Einaudi. Alda Merini è indubbiamente, negli ultimi tempi, il poeta italiano più inseguito dai massmedia. Eppure, la malattia, che per vent’anni le ha imposto il silenzio e una lunga degenza negli ospedali psichiatrici, la renderebbe poco adatta alle esigenze del «telegenismo» corrente. Ma Alda Merini è generosa, ha una bella voce, una storia dolorosa da raccontare. uno scandalo vivente. Lo scandalo della follia. E per questo è diventata un personaggio di culto, degno di affiancare Pasolini, Ungaretti, Montale e pochi altri nella galleria dei classici della poesia del Novecento. Il video, a cura di Vincenzo Mollica, la ritrae accanto a Celentano, Dalla, Vecchioni e l’attrice Nancy Brilli. Balla, suona il pianoforte, canta L’anno che verrà, Per 24 mila baci, O mia bela Madunina, E adesso spogliati. Ride con la gola impastata di sigarette, legge le sue poesie e strappa l’applauso. Non ci sono immagini che mostrino quella che lei stessa definisce una «casa impresentabile»: «Non guardi il disordine e la sporcizia...». Non ci sono zoom che si soffermino sul subbuglio dei suoi due locali sul Naviglio Grande, sulle bottiglie vuote, sui bicchieri di carta semipieni di vino vecchio, sull’ammasso di oggetti, sulle cicche per terra. C’è una Merini ben vestita e sorridente. Ben diversa da quella senza riflettori, che guardando il video si prende un po’ in giro: «Guarda la Merini che balla sui tacchi!» [...] La Merini che preferisce parlare dei suoi fantasmi: «Il portinaio mi ha perseguitato per anni, per fortuna c’era Titano che mi proteggeva»; «i vicini mi hanno sempre incolpata di tutto, specialmente le donne, che sono invidiose, astiose»; «Milano è una città senza sole». Signora Merini, che cosa le ispira tutto questo successo? «Mah, io mi sento una povera pitocca. Forse sono troppo richiesta e non riesco più a far fronte a tutto. E poi, guardi, il mondo è pieno di malvagità, specialmente qui sui Navigli. Sa cosa mi hanno detto oggi?». Che cosa? «Una cosa tremenda. Si parlava di case chiuse e uno mi ha detto: con la sua opulenza, lei potrebbe fare la tenutaria. La magrezza è sempre stata la mia croce e quell’idea dell’opulenza mi ha offesa. Le persone delicate sono poche». Chi sono i suoi amici? «Molti non ci sono più. Se penso a Maria Corti, che è santamente morta... stato uno strazio, per me. L’ho amata moltissimo, l’ho amata virtualmente in modo innaturale. Era un fagottino piccolo piccolo. Dicevo sempre a Giorgio (Manganelli n.d.r.): non sopravvivrà. Invece dicono che se n’è andata per un medicina sbagliata...». Nel video lei dice che la follia è buona, è benefica. Che cosa intende? «Se non ci fossero i medici che ti terrorizzano... Non capiscono che quando sei malato pensi solo alla tua malattia e loro dovrebbero aiutarti. Invece ti violentano». Però lei dice anche che la chiusura dei manicomi è stata un disastro. «Il manicomio è un grande impatto con la morte. una scuola di saggezza, ti insegna a morire. Io sono uscita quando ero guarita, ma quando stavo male sapevo che il manicomio mi accoglieva sempre, altrimenti sarei morta. E poi, guardi, le grandi violenze nascono anche in famiglia, non solo in manicomio». Ma lei oggi si sente malata? «Dopo l’operazione di qualche anno fa e la rianimazione, non mi sono più ripresa, perché ho avuto come un senso di invasione, mi passavano sopra con tutti quei metal detector. Non sembra, ma io ho molto pudore di me. Ora ho il femore che non funziona e devo andare in giro con il bastone. Io vorrei due cose...». Cioè? «Un grande amore e un medico di fiducia, che poi sarebbe come avere un grande amore». E psicologicamente? «Psicologicamente no, non mi sento malata, anche se ho avuto traumi molto gravi. Comunque, è dalla mente vulnerabile che esce la poesia. Maria Corti diceva che la poesia nasce da una specie di grande zolfara». La poesia è malattia? «No, io non mi sento malata di poesia, mi sento sana di poesia». Il libro contiene una sezione di «Poemi eroici» e una sezione di poesie dettate. Come nasce una poesia di Alda Merini? «La poesia è un impegno evangelico, ma non in senso religioso. Un prete una volta mi ha detto: se il Padreterno venisse a letto con lei, lei gli direbbe spegni la luce che voglio dormire. Quando chiama l’angelo della poesia devi lasciare tutto, perché è un po’ esoso, è violento». E quando l’angelo chiama, lei cosa fa? «Telefono al primo che capita e detto, senza avere niente di scritto. Vuole un esempio?». Va bene. «Una poesia sulla Corti? Scriva: In fondo, / se metto una mano non pura / nel grande pantano della vita, / trovo il tuo volto sommerso da strane idolatrie / non so se sei stata / più elevata o punita / so che hai avuto la mia stessa sorte / un Meridione alle spalle / e un Nord che forse non ti voleva bene... ». Come mai ha dedicato il libro alla memoria di Gaber? «L’ho sentito così mio... Era un attore di qualità incredibile, l’ho amato molto. Giorgio Gaber era anche Milano». Già, Milano. Che cos’è per lei questa città? «Ho rinunciato a capirla. Ogni estate la vedo tradita dalla gente che se ne va. Durante l’anno è un grande ospedale di dementi che girano per le strade. D’estate è un deserto. Milano dopo la guerra è stata ricostruita da gente come Vanni. E ora se ne sono dimenticati tutti». Che ricordo ha dell’editore Scheiwiller? «Era generoso. Avrei voluto avere il Nobel solo per riceverlo dalle sue mani salvifiche». In effetti, con i riconoscimenti che ha avuto, le manca solo il Nobel... «Ormai, ho scritto talmente tanto che sono quasi stufa. Ci sono tanti rompiscatole che continuano a chiedere e io non ce la faccio più. Mio marito era panettiere e di pane non ne poteva più. Il poeta non è un santo, è un poveraccio che ha bisogno anche del bidet che non scarica. Come possa esplodere la grazia dalla tortura quotidiana è un miracolo». E la sua casa, le piace? «La amo, sono entrata qui cinquant’anni fa e ci vivo ancora. Niente è più bello della propria casa, dove puoi addormentarti e svegliarti quando vuoi. In compenso, ora arriva la Pasqua e ci impongono a tutti la levataccia della Resurrezione... ». (Ride). Che effetto le fa ascoltare la sua voce che legge poesie? «Sì, sono una buona voce recitante. Dicono che è per tutte le sigarette che fumo ma non è vero. Tra i poeti italiani, non c’è nessuno che sappia leggere. Forse l’unico è Sanguineti». E il canto? «Mi piace tanto. Mio padre era un buon tenore e io da piccola ero un bel contralto, cantavo al Duomo, ho imparato anche i libretti d’opera, ho studiato pianoforte per tanti anni e una volta ho conosciuto Toscanini. In casa eravamo pieni di musica, si cantava sempre, mio nonno era maestro d’organo». La televisione le piace? «Mi piace guardare i gialli e tutta la roba sanguinolenta. I film d’amore no, o mi fanno dormire o mi mandano in depressione». E andarci, in tv? «Mi piace perché mi truccano e mi fan dire tante belle cose. Si può chiacchierare. E con tutti ’sti letterati, ’sti magistrati e ’sti professionisti che girano, ogni tanto mi chiedo: ma un cretino con cui parlare non c’è?». Paolo Di Stefano