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 2003  marzo 14 Venerdì calendario

Cinque chilometri di macelleria stradale e l’imbarazzo di sanguinare sul divano, Corriere della Sera, 14/03/2003 Cessalto (Treviso)

Cinque chilometri di macelleria stradale e l’imbarazzo di sanguinare sul divano, Corriere della Sera, 14/03/2003 Cessalto (Treviso). Il pasticcere Bruno Formentin è sicuro di essere morto e poi risorto. «Mi ha riportato in vita un angelo della nebbia», dice. Di lui sa soltanto il nome, ”il signor Luigi”, che è un anziano, che vive in una casa attaccata all’autostrada. « spuntato dal nulla, ha tagliato la rete con una cesoia, ed è corso verso di noi. Ci ha tirati fuori dalla Tipo che bruciava, uno per volta, prima i miei figli, poi mia moglie ed io». Li ha portati in casa, li ha curati («Mi dispiace sanguinarle sul divano..., gli ho detto»), ha chiamato l’ambulanza. L’impiegato Ennio Sforzin alle 7.20 di ieri ha visto un vigile che moriva e non ha potuto farci nulla. «Io ero prigioniero nella mia auto, mi sono girato e ho visto la sua macchina che si schiantava sotto un camion. E poi subito dopo gliene è arrivata addosso un’altra. Ho gridato forte, nel mio abitacolo, mi sentivo solo io. Non potevo fare altro». Il barista Marco G. ha salvato un camionista croato che aveva le gambe spezzate e un pezzo di ferro tra le costole. «Urlava, urlava. Io gli dicevo stai calmo, che ti tiriamo fuori. Mentre lo appoggiavamo a terra gli è uscito il ferro e il sangue ha cominciato a schizzargli dalla ferita». Il pasticciere di Grado, l’impiegato di Ceggia, il barista di Venezia, e gli altri seduti nel corridoio del Pronto soccorso di San Donà, con schegge di vetro in faccia, punti di sutura, colpi di frusta e collari. Erano tutti convinti di fare altro, aprire il locale, sedersi in ufficio. E invece, dice Sforzin, «siamo finiti in quello che diventerà il simbolo della nostra quotidiana macelleria stradale. Siamo dettagli di un quadro. Vivi, per fortuna». Alle otto del mattino l’immagine dei cinque chilometri di A4 tra Cessalto e Noventa di Piave è questa: tre elicotteri che si muovono sopra la nebbia e scaricano acqua dove capita, perché sotto sta bruciando tutto; i pompieri che circondano l’autostrada e da dietro i guard rail sparano getti con le pompe, sui camion che esplodono, sulle macchine che mandano fiamme blu. Quattro ore più tardi, quando fumo e nebbia si sono diradati, visto dall’alto di un altro elicottero: in direzione Venezia, prima e dopo l’area di servizio ”Calstorta” di Cessalto, due macchie nere larghe venti metri. Erano camion, i primi che sono bruciati, quelli che hanno dato il via al tamponamento. Intorno, altri puntini neri, almeno venti, erano auto. Dall’altra parte, direzione Trieste, i pompieri stanno ancora spegnendo le fiamme, si muovono veloci tra macchine accartocciate, si passano corpi, una catena umana per portarli alle ambulanze che aspettano sulle corsia d’emergenza. Acqua e schiuma che scorrono ai margini della strada, dove ci sono pezzi di lamiera, portiere, l’avantreno di un camion separato dal rimorchio. «Deficienti, siamo tutti dei deficienti», urla Paolo Zonello in un letto dell’ospedale di Treviso. Indossa ancora la tuta blu da muratore, ha la barba sporca di sangue, la gamba destra in trazione. La sua Peugeot 205 gliel’ha presa come in una tenaglia, frattura scomposta, lo opereranno oggi. «A parte la nebbia, il resto ce lo mettiamo noi - dice - Io andavo troppo veloce, non si vedeva niente e facevo i novanta all’ora che ero in ritardo per il cantiere a Padova. Sarò stato superato da una decina di macchine e giuro che avranno fatto i 160 all’ora». Tutti a dire che sono salvi per caso, che sarebbe potuto toccare a loro. Un chilometro prima dell’uscita di Cessalto, Piergiorgio Zonini ha sterzato. La sua Nissan Patrol si è piantata nella fiancata di una Passat accartocciata nella corsia d’emergenza. E un attimo dopo, ha visto nello specchietto retrovisore i due Tir. «Ho pensato: sono morto. E ho chiuso gli occhi». Quando li ha riaperti, ha capito che i due autotreni, in frenata, si erano toccati e avevano sbandato. Uno era fuori dalla carreggiata, l’altro schiantato sulla sinistra, contro altre macchine. «Io sono un miracolato, ma qualcuno è morto al posto mio», dice Zonini. Flaviano Favero li ha visti, i morti. Sta in piedi ai bordi dell’autostrada e racconta: «Sono scappato dalla mia Alfa 147 e ho scavalcato il guard rail, ho attraversato l’altra corsia. Ho visto due ragazzi incastrati in una Punto. Erano coperti di sangue, non si muovevano più». All’altezza dell’area di servizio ”Calstorta” le vampate di fuoco hanno spezzato anche i cavi dell’alta tensione sui tralicci. Dennis Citarei guarda l’autogru dei vigili del fuoco che stanno gettando la sua Citroën in un fossato, sopra i resti di altre otto macchine carbonizzate: «Vivo, sono vivo. Solo un taglietto a una mano. Non ci posso credere. Ero incastrato dentro a un furgone, ho spaccato il vetro e ho iniziato a correre, il più lontano possibile». La cosa peggiore, dicono tutti, era quel buio e il rumore che arrivava attutito dalla nebbia. «Quando sono sceso - racconta Ennio Sforzin - ho sentito dei tonfi in lontananza, saranno stati cinquanta metri di distanza. Erano i due camion cisterna che sono esplosi. Mentre correvo, sentivo la vampata di caldo che arrivava da lì». I sopravvissuti hanno capito subito che erano usciti da qualcosa di enorme. Non hanno avuto bisogno della radio, dei soccorritori. « stata una prova estrema», dice Franco Finotto, rappresentante di commercio che stava andando a Brescia per incontrare un cliente. Proprio all’inizio dell’incendio, ha fermato l’auto, è uscito, ha visto due romeni che sbattevano le mani sul finestrino, dentro un furgone che bruciava. «Ho rotto il vetro, li ho fatti uscire. Ma l’unica cosa che pensavo era: fate in fretta, maledizione, fate in fretta che non voglio morire. Intorno c’era altra gente prigioniera, ma sono scappato. Volevo vivere. A pensarci dopo ti senti male, ti senti sporco. Ma è così». Marco Imarisio