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 2003  marzo 13 Giovedì calendario

La nausea di uno che c’era, L’espresso, 13/03/2003 Chi ha visto la prima, lunga guerra del terrorismo in Italia (1969-1988) si sente infastidito da quel che accade attorno alla tragedia di Arezzo e alla morte del sovrintendente di polizia Emanuele Petri

La nausea di uno che c’era, L’espresso, 13/03/2003 Chi ha visto la prima, lunga guerra del terrorismo in Italia (1969-1988) si sente infastidito da quel che accade attorno alla tragedia di Arezzo e alla morte del sovrintendente di polizia Emanuele Petri. Il fastidio più grande, al limite della nausea, a me lo dà la parata dei politici che, dalla tivù e dai giornali, ci sbavano addosso le loro inutili verbosità su un dramma di cui non sanno niente. E del quale non gl’importa niente. Che cosa volete che sia la fine di un poliziotto rispetto al problemone succulento del consiglio Rai? E chi se ne frega del terrorista che ci ha rimesso la pelle? Non si può neppure dire «un voto in meno», tanto quel Galesi non era di sicuro un elettore zelante. Dovrebbero tenere la bocca chiusa, i partiti. Quelli in cui si divide la sinistra, poi, avrebbero l’obbligo di una cautela speciale. Vengono più o meno tutti dal vecchio Pci che, per anni, insieme al Psi, ha chiuso gli occhi davanti al mostro che nasceva dalla sua storia e, spesso, dalle sue fila. Oggi possono ingannare chi non sa niente di quella prima guerra, ma non chi c’era. Me le ricordo le acide sbertucciate dell’’Unità” per chi avvertiva che le Brigate rosse erano rosse e non nere. Ecco una negazione cieca che si trascinò per anni. E che fu all’origine di una tragedia infinita, con costi altissimi, politici e umani. La figura simbolo di quella tragedia è Guido Rossa, l’operaio comunista dell’ltalsider assassinato dalle Br a Genova all’alba del 24 gennaio 1979. Come ha scritto Carlo Castellano, il dirigente dell’Ansaldo, ferito gravemente due anni prima sempre a Genova, in quanto ”berlingueriano”, «Rossa aveva capito che la linea politica della rivoluzione armata era penetrata come un cancro dentro la fabbrica, nel movimento sindacale e tra gli stessi militanti dei partiti di sinistra». Dopo averlo capito, Rossa si comportò di conseguenza denunciando un compagno operaio che diffondeva in fabbrica i volantini delle Br. Andò al processo, praticamente da solo. E da solo morì. Una cautela speciale dovrebbero mostrare, oggi, anche i capi del movimento sindacale. Li sento ripetere che il sindacato è sempre stato in prima linea nella lotta al terrorismo. Ma anche questo non è vero. Per anni, in casa Cisl e Cgil è prevalsa la linea dei neri camuffati da rossi. O, al massimo, dei «compagni che sbagliano». Anche in questo caso c’ero e ricordo. Andavo a Torino nelle sedi della Flm, il sindacato unitario dei metalmeccanici, e raccontavo: «Guardate che ai cancelli della Fiat ci sono operai che scandiscono: ”Dieci, cento, mille Casalegno”». Quelli della Flm alzavano le spalle: «Non è vero!». Lo scrivevo su ’Repubblica’ e loro dicevano: « Scalfari che provoca». Da sbattere la testa contro il muro, se non fosse stato per il coraggio limpido di Luciano Lama. Un altro fastidio che ormai non riesco più a nascondere è per la litania dell’unità per battere il terrorismo. Te la cantano tutti i partiti. Ma anche in questo caso non c’è nulla di più finto. Nell’Italia politica di oggi non esiste né unità né concordia su niente. Siamo diventati un paese di rissosi feroci. In alto e in basso. Non puoi più dire o scrivere una parola diversa dagli slogan imposti dai due poli che subito qualcuno ti aggredisce: traditore, venduto a Berlusconi, a Fassino, a Cofferati. Ormai litigano anche quelli che sembrano la fotocopia l’uno dell’altro. Non appena Giancarlo Caselli dice che, contro il terrorismo, serve una struttura nazionale d’indagine, subito Armando Spataro gli dà sulla voce: no, bastano le norme del codice di procedura penale, è rischioso dar luogo a una ulteriore struttura verticistica. Ma qui siamo già sul terreno delle cose da fare per combattere questa seconda guerra che non sarà né facile né breve. Sul ”Corriere della Sera”, Pietro Ichino, persona che ha il massimo della mia stima, un giurista del lavoro costretto a vivere blindato dopo la morte di Marco Biagi, vorrebbe poter parlare ai terroristi, guardarli negli occhi, stabilire un dialogo con loro. Secondo Ichino, faceva così anche il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa: «Quando veniva arrestato un terrorista, i suoi ordini erano che non lo si maltrattasse né insultasse. Doveva essere trattato con grande rispetto, da cittadino». Non escludo che accadesse anche questo. Ma sempre per via che c’ero e ho visto, so che Dalla Chiesa, per fortuna nostra, era prima di tutto un formidabile cacciatore di terroristi. E quando occorreva non andava per il sottile. Per prendere Renato Curcio e Alberto Franceschini, nel settembre 1974, gli mandò contro un infiltrato, ”frate Mitra”. Se era necessario, i suoi uomini sparavano a vista, come accadde a Genova in via Fracchia, quattro morti. Ma che doveva fare Dalla Chiesa? Oggi ce ne vorrebbe un altro come lui. Però i politicanti nostrani lo strozzerebbero in culla. Non c’è da aspettarsi altro da una compagnia di vagabondi, affiancati da squinzie di lusso, che balla ogni notte sul ”Titanic”. Salvo le dovute eccezioni, naturalmente. Giampaolo Pansa