Ettore Mo Corriere della Sera, 04/03/2003, 4 marzo 2003
Viaggio a Kabul fra i ruderi di una città che ha smesso il burqa (e prova a vivere), Corriere della Sera, 04/03/2003 Kabul - Un uomo sta sul tetto-terrazzo di una casa di tre piani davanti a un gabbiotto e con in mano una racchetta dirige il volo di centinaia di piccioni che sfrecciano all’impazzata in un vortice festoso di ali e di piume: un volo sulla città più devastata del mondo
Viaggio a Kabul fra i ruderi di una città che ha smesso il burqa (e prova a vivere), Corriere della Sera, 04/03/2003 Kabul - Un uomo sta sul tetto-terrazzo di una casa di tre piani davanti a un gabbiotto e con in mano una racchetta dirige il volo di centinaia di piccioni che sfrecciano all’impazzata in un vortice festoso di ali e di piume: un volo sulla città più devastata del mondo. Sono appena tornato a Kabul ed eccomi a zonzo per le sue strade, nel solito febbrile caos di folla, macchine, biciclette, risciò e carrozzelle per invalidi, e per la prima volta avverto l’insolita sensazione di trovarmi in mezzo a gente quasi felice: anche se ad ogni piè sospinto t’imbatti in una umanità più d’ogni altra afflitta da miserie secolari e di continuo affondi i piedi nell’immondizia e nelle fogne. Per il ministro dell’Educazione, Mohammed Yonus Qanoni, questo improvviso senso di felicità ha una sola spiegazione: «Finalmente - dice - abbiamo la pace. Ma attenzione! La pace, in Afghanistan, è come un bambino appena nato. Bisogna averne molta cura, proteggerlo, nutrirlo, farlo crescere sano e bello, insomma». Sarà il tempo a stabilire se si tratti di una realtà o di una semplice illusione: ma l’immagine dell’uomo che libera i piccioni sui tetti sembra di buon auspicio per Kabul, mentre su un’altra capitale a migliaia di chilometri di distanza - Bagdad - suonano ininterrotte le campane a morto della guerra. Certo, non è possibile stabilire un parallelo tra le vicende dei due Paesi, l’Afghanistan e l’Iraq, tanto diversi sono le circostanze, la Storia, gli scenari internazionali: ma non credo ci sia posto migliore di questo per disintossicarsi dallo spirito marziale. Ciò che adesso contempli, a Nord e a Sud dell’Hindu Kush, ad Est come Ovest, è il risultato delle scorribande corsare di Alessandro Magno e di Gengis Khan, delle truppe della regina Vittoria e dell’Armata Rossa e più ancora, se ci si vuole aggiornare, dei sanguinosi conflitti interni, l’ultimo dei quali scatenato dai talebani sotto i vessilli sacri e santificato col nome di Jihad. Rientrato in patria dopo quasi trenta anni di esilio (in Italia), l’ex monarca afghano Zahir si è trovato di fronte l’estate scorsa una Kabul sventrata, accartocciata, spianata, polverizzata. Perciò, quando gli chiedo cosa pensi del quasi inevitabile ed imminente intervento militare in Iraq, non ha un attimo d’esitazione: «Noi - risponde subito, tormentando il rosario - deploriamo questa decisione degli Stati Uniti. Sarebbe molto pericoloso per il mondo intero. E poi, non sono emerse ragioni sufficienti a giustificarne l’attacco. Una guerra si sa come comincia, ma non si sa mai come e quando finisce». Il martirio del suo Paese, Zahir Shah lo ha potuto seguire solo da lontano, ma chi ha fatto tappa dopo tappa la via Crucis afghana negli ultimi ventiquattro anni non può dimenticare quelle giornate di fine aprile del ’92 quando i mujaheddin piombarono su Kabul e sullo stremato regime laico-comunista di Najibullah. Avrebbe dovuto essere festa grande. Ma subito dopo i fuochi di festeggiamento cominciarono le sparatorie vere e proprie, a distanza ravvicinata, tra gli uomini di Ahmad Shah Massud, il «Leone del Panshir», che era entrato per primo nella capitale, e le bande di Gulbuddin Hekmatyar, il rivale di sempre, attualmente rintanato nelle zone di confine tra i talebani sopravvissuti alla sconfitta e i combattenti di Al Qaeda, chierici fedelissimi del mullah Omar e di Osama Bin Laden. Sono bastati pochi giorni per radere al suolo un intiero quartiere, quello di Jade Maiwand, che era la strada dei negozi, dei gioiellieri, delle cianfrusaglie, dei cento commerci. Ripercorrendola ora si rimane stupiti dalla vitalità e vivacità della gente che ancora vi abita. Quasi tutti i locali al piano terra, non crollati sotto le bordate dei missili, sono stati adibiti a bottegucce dove si vende di tutto: dei piani alti, sventrati dalle bombe, è rimasto solo lo scheletro delle strutture portanti. Ma la cosa più sorprendente è che nei pochi spazi ripuliti dalle macerie si è ricominciato a costruire col cemento armato. Devo desumere che gli inquilini di Jade Maiwad prevedono un domani tranquillo, senza Kalashnikov: «E chi lo sa - dice Aziz Ullah, 36 anni, sporgendosi dal suo tugurio -. Io vivo qui da sempre e qui ero, nel ’92, quando i mujaheddin si sparavano addosso dall’una all’altra sponda del fiume e cascavano morti pieni di sangue sul banchetto degli ortaggi di mio padre. Tutto questo sfascio è opera di Hekmatyar che per altri due anni, dalla collina di Charasiab dove si era accampato con la sua marmaglia, ha continuato a scaricarci addosso tonnellate di missili». Per fortuna, i suoi artiglieri hanno risparmiato la moschea di Pul-e-Khushti, la più antica di Kabul, con quella gran poppa celeste della cupola piazzata sopra una chiostra di ruderi, nel cuore rione. venerdì e gli uomini - una fiumana - inginocchiati sul grande spiazzo ascoltano il sermone rovente del mullah, che si scaglia contro i talebani: «Non erano veri musulmani - dice -, non si uccide nel nome di Dio». Ma sulla loro coscienza pesavano altri reati non meno gravi e però più assurdi: come proibire gli aquiloni ai bambini e massacrare i Buddha di Bamyan. Forse è stato un bene che ci abbiano negato, in quegli anni, il visto per l’Afghanistan: senza più musica e senza più canti all’infuori delle nenie del muezzin, Kabul doveva avere l’aspetto di una vedova in gramaglie e, avvolta, come le sue donne, nel sudario del burqa. In realtà non aveva una gran bella cera neanche ai primi di gennaio dell’80, subito dopo lo sbarco fragoroso dell’Armata Rossa, quando il governo di Babrak Karmal spalancò le porte alla masnada dei cronisti occidentali, in attesa a Peshawar: pensavamo di trovare una città blindata e invece era semivuota e quasi spettrale, con tutta quella neve natalizia sulle montagne. Carri armati e grossi pezzi di artiglieria erano stati occultati dietro i muri e nei cortili degli edifici pubblici, mentre il grosso dell’esercito stava barricato in periferia, nelle trincee di ghiaccio. Volevano farci credere, i russi, che la loro era una visita di cortesia, e anche breve, e che presto se ne sarebbero andati. Per sempre. Per dieci anni non mi fu permesso di rientrare a Kabul e dovetti contentarmi di spiarla da lontano, da questa o da quell’altura dove m’ero arrampicato insieme ai mujaheddin. Potei rimettervi piede solo nell’estate del ’90, quando il presidente Najibullah, impegnato in un tentativo (fallito) di conciliazione nazionale tra il governo e la Resistenza, concesse un’intervista al Corriere della Sera . Per l’occasione, l’ex capo del Khad (la polizia segreta) che per la stazza e per altro chiamavano «il macellaio», si vestì d’agnello. Da poco più di un anno i russi avevano ripassato l’Amu Dariya, abbandonandolo, e lui sentiva sul collo il fiato rovente dei comandanti della Jihad, dei Massud, degli Hekmatyar, dei Dostum, d’Ismail Khan. Lungo la strada che conduce al palazzo presidenziale per l’intervista al re - ospite, in un’ala, del presidente Karzai - passo davanti al lampione dove i talebani, appena entrati a Kabul il 26 settembre ’96, appesero Najib insieme al fratello dopo averlo evirato e trascinato per strada come la carcassa di un montone. Non sarà mai possibile, per chi ha registrato nel cuore il suo lento lungo martirio, affrontare da turista ciò che è rimasto di questa solitaria capitale. Si può anche andare in cerca di tappeti, monili o mobili intarsiati in Chicken Street dove nei primi anni ’70 i figli dei fiori ciondolavano inebetiti dall’hashish: ma anche qui le jeep e i militari americani col giubbotto antiproiettile e il mitra in mano mettono a disagio la gente e ricordano che lo stato d’assedio non è finito. Dei sei milioni di afghani che avevano trovato rifugio nei campi profughi in Pakistan e (assai meno) in Iran, più della metà sono tornati: ma per adattarsi a sistemazioni d’emergenza (è un eufemismo) come il quartiere di Dahmazang, un tempo elegante zona residenziale della periferia Ovest, adesso una spianata di rovine e crateri di cui risultano parimenti e ferocemente responsabili pashtun e tagiki, uzbeki, hazara e talebani. Famiglie intere, fuggite in grande parte dalle province settentrionali e rientrate in Afghanistan dopo l’«esilio» pachistano vivono ammassate in case pericolanti, senza luce e senz’acqua, coi tetti già afflosciati sui balconi. Ma dentro tutto questo sfacelo si avvertono i segni di una parziale resurrezione alla vita. In uno dei tanti antri del pianoterra, un bel ragazzo di Bamyan, Bashiu Uldin, insegna inglese a una mini-scolaresca femminile: bambine e ragazzine fino ai dodici-tredici anni, che squittiscono spensierate. «Te lo immagini coi talebani - dice il maestro -? Mi avrebbero frustato a sangue; o anche fucilato». L’allegria della musica si spande dalle porte e vetrine di negozietti, tappezzate con foto di donne senza velo e anche un po’ scollate. Coi miasmi delle pozzanghere, si respira, a Dahmazang, anche un’aria di rivincita. Alla tv c’è sempre l’Iraq in testa al notiziario: ma la minaccia della guerra a Saddam non sembra aver turbato il clima di questa Kabul post-talebana, sostanzialmente disteso e un po’ svagato. Innanzitutto - mi spiegano - gli afghani non sono arabi e gran parte della popolazione, che non ha subito il battage mediatico dell’Occidente, non ritiene che l’attacco a Bagdad debba essere considerato l’inizio di una «crociata» contro l’Islam. In quanto al governo, che ha certamente un grosso debito con gli americani senza il cui intervento, dopo l’11 settembre, i talebani sarebbero ancora molto probabilmente al potere, prevede la cautela e il rispetto delle risoluzioni dell’Onu, lasciando la guerra come ultima ratio . Non ho avuto il tempo di spingermi nel Panshir per rendere omaggio alla tomba di Ahmad Shah Massud, sulla «collina degli eroi» a Bazarak. Ma ho ripercorso frettolosamente gli itinerari degli anni di piombo. A Charasiab, dove c’è il quartier generale di Hekmatyar, è tutto una rovina: caserme, case, rampe, garitte. «L’hanno spianato gli americani - mi dicono - ai primi d’ottobre del 2001. Dal ’92 al ’94, Gulbuddin viveva con la famiglia in quel picco castello lassù, una delle residenze estive di Zahir Shah. Alzava la cornetta e dava gli ordini: sparate qua, sparate là, va bene tutto. Poi il campo divenne una base di Al Qaeda e i 60 uomini di Osama Bin Laden vennero uccisi nel bombardamento del ’96. Ora, quando sarà tutto ricostruito, Charasiab sarà la base della ”Unit 27” del nostro esercito, 2500 uomini». Secondo le ultime notizie la caccia ai talebani si è estesa in questi giorni nella provincia di Helmand, una landa sabbiosa ad ovest di Kandahar, dove una divisione aerotrasportata americana avrebbe catturato una ventina di «individui sospetti»: ne chiedo conferma ad una vecchia conoscenza, Mangal Hussein, dal ’79 portavoce di Hekmatyar a Peshawar, che mi propiziò la prima incursione clandestina in territorio afghano, nella valle del Kunar, sei mesi prima dell’invasione sovietica. «Mi dispiace ma non posso aiutarti - dice abbracciandomi nella hall dell’Intercontinental -: con Gulbuddin ho rotto i ponti nel ’94, non potevo più seguirlo nella sua follia. E da allora non c’è stato più alcun contatto. Ha fatto continue pressioni su di me perché tornassi con lui, ma le ho sempre respinte. Per vendetta ha appiccato fuoco alla mia casa a Peshawar e alla mia macchina. Speriamo non vada oltre. Dove si nasconda, non so: ma non vedo dove possa essere se non coi talebani di Omar, che pure l’avevano esautorato nel ’96, e con gli uomini di Osama, che militava nel suo gruppo nella lotta contro i russi. un uomo che odio e ispira odio». L’Intercontinental Hotel, alto sulla collina con vista su due valli, è stato sempre l’albergo di lusso degli stranieri e quindi anche nostro: ma inaugurato nel ’68 da re Zahir ha dovuto subire le metamorfosi (non sempre leggiadre) che 23 anni di guerra gli hanno inflitto. Shair Ahmed Istanukzai, ex ragazzo di sala e ora capo del personale, ricorda il «periodo d’oro» degli anni Settanta, quando a fianco del sovrano sedevano Indira Gandhi e Ali Bhutto («ma che brutta fine hanno fatto tutti e due»); e poi, dopo l’interregno dei comunisti - 1978-92 -, l’arrembaggio dei mujaheddin, che trasformarono l’albergo in bivacco e fureria. E la prima cosa che fecero i talebani, quando vi si installarono, fu una spedizione punitiva nelle cantine, dove lo stock di vino ed alcolici era ancora abbondante nonostante dieci anni di sistematici assalti da parte degli ufficiali russi: «Una sera - racconta il maître - si presentò anche il mullah Omar, ma si fermò solo una mezzoretta... Osama Bin Laden? Oh, no. Quello, non si è mai visto». Ma sarà il caso di riprendere il colloquio con il giovane ministro Qanoni, alle prese col neonato pargoletto della pace. Con grande foga sostiene questa sua convinzione con il gioco nervoso della mani: «Credo davvero - dice - che abbiamo raggiunto le soglie della democrazia e dobbiamo perseguire la pace. Ad ogni costo. Questo raccomandava il grande Massud. Lui aveva capito tutto e parlava alle nuove generazioni: a differenza dell’ex presidente Rabbani, che continua ad avere il mio rispetto ma che era relegato nel passato. Nella nuova Costituzione dobbiamo mettere a fuoco il rapporto fra lo Stato e la gente, tra la capitale e le province. Occorre affrettarsi verso la decentralizzazione e al tempo stesso pensare all’unità nazionale, senza privilegiare questo o quel partito, come si è fatto finora. Il nostro obiettivo è una forma di secolarismo moderato. A differenza dei Paesi che professano il fondamentalismo, il nostro deve essere un Paese islamico moderato, una strada su cui si sono già avviati l’Egitto e la Turchia». Dopo il regime del mullah Omar che il venerdì prendeva a frustate gli uomini neghittosi e poco zelanti per trascinarli nella moschea, il discorso di Mohammed Qanoni ha un suono esaltante. Ma non si può ignorare la minaccia che incombe in questi giorni sull’Asia e sul Medio Oriente: non teme, il signor ministro, che l’intervento militare su Bagdad possa scatenare la reazione violenta dei fondamentalisti, di quelli, soprattutto, annidati lungo i 2500 chilometri del confine afghano-pachistano? «Oh sì - risponde -, nutriamo per questo una grande apprensione. Si tratterebbe di una pericolosa escalation che farebbe comodo non tanto al governo di Islamabad quanto ad alcuni ”circoli” o settori pachistani (come la destra e il clero estremista oltre che l’Isi, i servizi segreti) che da sempre sostengono gli integralisti e hanno dato ospitalità ai loro capi... per loro potrebbe essere l’occasione d’oro». Un timore condiviso da molti: anche in alcune scuole medie superiori di Kabul dove lo schieramento antibellico è totale. Nel collegio femminile di Al-Fath Lacy, quartiere di Macrorian, le studentesse hanno buttato il burqa alle ortiche ma non lo straccio bianco della pace. «Giù le mani dall’Iraq! - dice una di loro, Azra, 16 anni - un Paese islamico». E l’intervento si conclude col prof. Wahid Lacy, intellettuale e autore di un libro sui talebani, che ha incontrato più volte il leader di Al Qaeda: «Non so davvero - sbotta - chi in Afghanistan possa approvare un attacco unilaterale degli americani senza il consenso delle Nazioni Unite. Sarebbe un’aggressione e il nostro Paese sarebbe il primo a soffrirne. Gli Stati Uniti hanno contro di sé l’opinione pubblica internazionale, cioè il mondo intero. pura follia insinuare che ci sia un’intesa o collusione tra Osama Bin Laden e Saddam Ussein. Per il capo di Al Qaeda, il dittatore iracheno è un Infedele!». Sta per cominciare il conto alla rovescia. un momento delicato per i nostri alpini dell’Enduring Freedom (circa 600) che tra il 15 e il 20 marzo dovrebbero trovarsi nella loro base, vicino a Khost, al confine col Pakistan: dove i terroristi hanno le loro tane. Ettore Mo