Francesco Merlo Sette, 20/02/2003, 20 febbraio 2003
Anche l’anima ha la sua misura?, Sette, 20/02/2003 In Inghilterra, in Spagna, in Grecia e in Francia stanno cercando l’Uomo, e dunque portano in giro, per le città, e per le campagne, due misteriose cabine futuriste dove invitano chiunque, dai cinque ai settanta anni, ad accomodarsi e a sottoporsi a una misurazione in tre dimensioni
Anche l’anima ha la sua misura?, Sette, 20/02/2003 In Inghilterra, in Spagna, in Grecia e in Francia stanno cercando l’Uomo, e dunque portano in giro, per le città, e per le campagne, due misteriose cabine futuriste dove invitano chiunque, dai cinque ai settanta anni, ad accomodarsi e a sottoporsi a una misurazione in tre dimensioni. Nulla del volontario viene trascurato, dalla circonferenza della testa alla lunghezza del piede, dal diametro del ginocchio a quello delle natiche, e con cura speciale vengono registrate le asimmetrie. Ben sapendo che il lato sinistro di ciascuno di noi è più misterioso, creativo e irregolare del lato destro, un righello controlla i due fori del naso, e c’è sempre una gamba più lunga dell’altra o una mano che non somiglia all’altra mano. Alla fine, un body scanner registra ben novantasei misure differenti, dal peso della ciccia sulla guancia alla dimensione delle mammelle. La campagna di misurazione è lanciata e finanziata dalle industrie tessili, è cogestita da prestigiosi e autorevoli istituti universitari, ed è fortemente voluta dall’Unione europea che con il «progetto Taylor» spinge ciascun Paese membro a misurare i propri cittadini, per attualizzare i dati morfologici nazionali e arrivare dunque alla misurazione e alla definizione dell’europeo. La misurazione del francese, per fare un esempio, costerà poco meno di un milione e mezzo di euro. L’interesse dell’industria tessile è evidente ed è ovviamente legato alle taglie e al loro aggiornamento e non soltanto perché uomini e donne, a quanto pare, stanno diventando sempre più grandi, ma anche perché le differenze individuali dentro una stessa taglia sono così marcate da rendere la taglia troppo astratta e dunque spesso inutile. Il problema, come sanno gli storici, esplode quando Napoleone, per primo, impose la fabbricazione di scarpe militari e di uniformi per i soldati. Gli americani, durante la seconda guerra mondiale, ebbero grande difficoltà a vestire i loro soldati, che appartenevano a razze e dunque a morfologie molto diverse tra loro. Il rapporto tra le industrie dell’abbigliamento e gli studiosi di morfologia è poi diventato sempre più stretto, e, ancora oggi, come ai tempi di Napoleone, i problemi più ardui li pongono proprio i militari. Basti pensare alla guerra del Golfo e alle maschere di protezione dai gas che sono state costruite sulla base di misurazioni morfologiche a seconda dei «tipi». Quel che va bene per la faccia di un soldato di origine asiatica può non andare bene per il tipo «europeo». Tornando all’esempio francese c’è pure un problema di misurazione della verità. Secondo il professore Régis Mollard, che dirige il Laboratorio d’antropologia applicata dell’Università René Descartes di Parigi, i francesi infatti tendono a mentire sulle loro misure. Insomma, si ingrandiscono, in perfetta sintonia con la grandeur, che è, come si sa, un vivere al di sopra dei propri mezzi: «I francesi, quando sono interrogati, hanno la tendenza ad allungarsi di almeno due centimetri e a dimagrirsi di almeno due chili». Anche i francesi, come tutti gli altri abitanti del globo, sono cresciuti di taglia. Il caso più spettacolare è quello dei giapponesi che hanno preso dieci centimetri in dieci anni. Non si conoscono le vere cause di questo exploit. Le ipotesi che sono state fatte sono il miglioramento del cibo e delle cure mediche, che riguardano però molti altri popoli. è come se i giapponesi avessero deciso di crescere, come se si fossero volontaristicamente impegnati in una delle loro gare collettive un po’ fanatiche, in una competizione morfologica contro il resto del mondo, proprio come avviene nella produzione industriale. Dice il professore Règis Mollard: «è anche un affare di senso comune. Più le persone alte si sposano tra loro e più cresce il numero delle persone alte; soprattutto perché ci saranno persone di piccola taglia. Infatti le grandi taglie non sono diventate molto più grandi, ma ci sono meno taglie piccole, il che fa aumentare la taglia media». E però, se il professore avesse ragione e se fosse vero che gli alti sposano le alte, cosa fanno i piccoli? Sposano le piccole? Rimangono single? Forse bisognerebbe allora misurare i misuratori. E forse persino il sistema di misurazione deve, a sua volta, essere misurato. Per stabilire l’altezza, per esempio, mai bisognerebbe alzare troppo la testa, come tutti facciamo istintivamente, ma tenerla in posizione orizzontale, secondo un piano di referenza che si chiama «piano di Francoforte». Inoltre, c’è una tendenza a restringersi durante la giornata. Tra il mattino e la sera, da quando ci si alza a quando ci si corica, si perdono da uno a due centimetri e mezzo, che si riguadagnano il mattino seguente: «Sono gli effetti dell’appesantimento. Ci si restringe infatti a livello della colonna vertebrale». Il che spiega perché si consiglia agli automobilisti che guidano di sera di modificare la distanza della sedia e, ovviamente, anche la posizione dello specchietto retrovisore. Nello spazio poi l’assenza di gravità ci rende più alti del tre per cento perché la colonna vertebrale perde la curvatura che è fatta per lottare contro la gravità e diventa tutta dritta. Dunque se si volesse sembrare più alti bisognerebbe farsi misurare al mattino presto e possibilmente su un’astronave. E se si volesse risultare meno pesanti bisognerebbe mettersi sulla bilancia verso le dieci del mattino. Gli scienziati giurano che è quella l’ora della leggerezza, e non solo fisica. Con un questionario e una breve ma intensa conversazione, i misuratori cercano infatti di misurare il peso, l’altezza e la profondità anche dell’anima, la quale forse un giorno avrà finalmente la sua taglia: 41 di piede, 48 di spalle, 39 di collo, 3 di manica, 25 di anima. Francesco Merlo