Riccardo Barlaam Ventiquattro, 01/03/2003, 1 marzo 2003
A Rio la bellezza è nel taglia e cuci tra fazzoletti di grasso e carne viva, Ventiquattro, 01/03/2003 Scena prima
A Rio la bellezza è nel taglia e cuci tra fazzoletti di grasso e carne viva, Ventiquattro, 01/03/2003 Scena prima. Buio. Poi luce, fortissima, al centro della stanza. Aria condizionata a palla. Musica classica di sottofondo. Piastrelle rosa. E sul lettino un marcantonio di due metri e cinque, legato mani e piedi come un povero cristo crocefisso, che dorme da quattro ore. Attorniato da una corona di camici azzurri. La macchina che amplifica il battito del suo cuore lancia dei bip di accompagnamento. Mozart contaminato da pulsazioni in quattro quarti. «Un ragazzo di vent’anni affetto da obesità morbida», sussurra Afonso Buss, giovane medico con la faccia da tedesco. Afonso viene da Florianópolis, Sud del Brasile, e si sta specializzando in cirurgia plástica nella clinica di Liacyr Ribeiro: il professore, il mago, il delfino del mitico Ivo Pitanguy, che a testa china, sotto la luce cangiante, continua ad agitare il suo bisturi elettrico sul corpo del ragazzo come fosse la bacchetta di un direttore d’orchestra. «Due anni fa, dopo una dieta drastica, è dimagrito di cinquanta chili. Ha già fatto una liposuzione e una plastica addominale. Ma i suoi tessuti non hanno tenuto. Oggi gli stiamo facendo una seconda liposuzione, un lifting alle cosce e una nuova plastica all’addome». Attraverso dei forellini nei fianchi, due tubicini in plastica raccolgono il grasso aspirato da una macchina. Una sostanza giallastra, mischiata al rosso del sangue, che al termine del percorso finisce in una pentola d’acciaio, simile a quelle usate per cucinare gli spaghetti. Il professore intanto continua ad agitare la sua bacchetta. Ogni volta che preme il pulsante, il bisturi taglia, incide e cauterizza le ferite sulla carne viva o sulla pelle. Con un ronzio che ricorda quello dei fornellini dove d’estate «friggono» le zanzare: «Zzzzz». «zzzzzzzzz»... Una sottile linea di fumo sale verso la luce. L’odore di bruciato, un odore vomitevole, domina su tutte le altre sensazioni. Come se niente fosse l’anestesista, un uomo sulla sessantina con gli occhiali e i capelli bianchi che spuntano dalla cuffia, legge le lettere al direttore del Globo, su un tavolino basso vicino alle macchine che controllano il respiro e il battito del cuore. Ribeiro va avanti fino a quando non riesce a staccare del tutto dalla coscia un lembo di pelle a forma di cuneo, lungo una ventina di centimetri. Gli assistenti ora riavvicinano i due tessuti, mentre lui, con un piccolissimo ago a forma di fiocina, passa velocissimo da parte a parte. La pelle si tende e la ferita si restringe fino a chiudersi. Fatto. «Tra 2 giorni riprenderà a camminare». Benvenuti a Rio de Janeiro, capitale mondiale della chirurgia estetica. In questa megalopoli di dieci milioni di abitanti, famosa nel mondo per il suo pazzo carnevale, le sue spiagge, la bossa nova di Tom Jobim, le favelas, il surf e le belle ragazze in bikini, lavorano ben settecento chirurghi plastici. La Sociedade brasileira de cirurgia plástica stima oltre duecentomila interventi l’anno solo a Rio (in tutto il Paese i medici sono 3.500, e le operazioni più di 900mila) [...]. «In Brasile - racconta Ribeiro - la chirurgia estetica è molto popolare. Non è un fenomeno elitario. La fanno tutti, senza nascondersi. Ricchi e poveri, giovani e vecchi, brutti o belli, non fa differenza. C’è un vero e proprio culto del corpo, una mania». Per rendersene conto basta andare in una mattina feriale qualsiasi, tra le sei e mezza e le otto, dalle parti di Ipanema o di Copacabana. Centinaia e centinaia di persone che prima del lavoro, in calzoncini e t-shirt, fanno jogging, ginnastica, o semplicemente camminano. Tutta gente che alla prima occasione finisce in clinica per un «tagliando». A questi si aggiungono i cinquemila stranieri che ogni anno vengono qui per farsi operare. Il costo? Circa un terzo di quanto si spende in Europa o negli Stati Uniti, affidandosi però alle mani dei più famosi specialisti, tra i migliori al mondo. Si spende molto meno rivolgendosi ai medici più giovani. «Sono bravi e si accontentano di poco. Bisogna diffidare solo di quelli che non sono iscritti all’associazione nazionale di chirurgia estetica». Questa specializzazione si è via via consolidata anche perché non richiede attrezzature troppo costose. «E’ sufficiente un bisturi elettrico - dice Ribeiro - e poco altro. Lo strumento più importante sono le mani. E queste possono essere più o meno buone a qualsiasi latitudine». Ma c’è dell’altro. Tutto cominciò davvero dopo un incendio in un circo, a Niterói, vicino a Rio, la stessa città dove oggi sorge questa clinica. Era il 1961. Centinaia di persone, tra cui tanti bambini, rimasero gravemente ustionate. «Quell’incidente - ricorda Ribeiro - avvenne il giorno dopo la mia laurea. Io lavoravo già con Pitanguy, ero uno dei suoi ragazzi». Neanche il tempo di chiudere i libri che viene catapultato subito in trincea. «Passammo un anno in camera operatoria, tutti i giorni, domeniche comprese, nel tentativo di salvare più vite possibile. E di rendere accettabili i risultati. Gli innesti di pelle erano continui, con tecniche inventate sul momento. Per la prima volta usammo anche pelle liofilizzata: un prodotto americano, non ancora testato su larga scala. C’erano rischi di rigetto e di infezione. Ma non potevamo aspettare, non c’era tempo. Ricordo in particolare un bambino con il 90 per cento di pelle bruciata, che riuscimmo a strappare alla morte grazie alla pelle liofilizzata». Oggi il dottor Ribeiro ha 65 anni, e insegna da una quarantina (solo in Italia ci sono undici chirurghi plastici usciti dalla sua scuola). Continua a operare 5 giorni a settimana. Tutto l’anno. «Quando smetterò? Non lo so. Il mio amico Pitanguy lavora ancora e ha più di 80 anni, anche se dice di averne 72. Moriremo entrambi con il bisturi in mano». Scena seconda. il giorno dopo, al mattino, c’è una nuova copia del Globo sul tavolino dell’anestesista. Sotto le lampade, nascosta dai teli verdi, c’è una donna di 32 anni. Lucille più quattro cognomi, è scritto a mano sulle foto scattate prima dell’intervento appese alla parete. Seni cadenti, un po’ di pancia qua, un po’ di cellulite là. Lucille ha appena ricevuto un nuovo seno turgido da ventenne a base di silicone. Su una mensola vicino al lettino ci sono diverse confezioni di protesi. Cuscinetti gel pronti all’uso da 155, 175, 195, 238 cc. «Abbiamo dovuto usare due protesi diverse perché i suoi seni erano diversi», racconta Ribeiro salutandomi. Mentre i due soliti tubicini infilati nei fianchi aspirano il grasso in eccesso, i suoi allievi completano la ricucitura della pelle sotto i capezzoli. Il professore ora attacca con l’addome. Comincia la danza del ventre. Con un pennello intinto di mercurocromo disegna un fazzoletto lungo una ventina di centimetri e largo trenta attorno all’ombelico. Poi inizia a tagliare con la sua «bacchetta». Di nuovo fumo, e odore di bruciato che sopraffà quello di disinfettante della sala operatoria. Un’ora dopo un fazzoletto di pelle e grasso, spesso un dito, viene finalmente staccato. L’assistente lo getta su un vassoio d’acciaio, sopra un tovagliolo verde, proprio davanti ai miei occhi. Mi sforzo di non pensarci. L’orologio segna le due. Ma in questo scenario pulp, tra pezzi di pelle, sangue, grasso e puzza di pollo bruciato, la fame è un richiamo lontanissimo [...]. Tra qualche settimana anche Lucille potrà avanzare dondolando sulla spiaggia dorata di Ipanema. L’intervento di chirurgia plastica più diffuso in Brasile è quello per la riduzione del seno. Solo qui ci sono dieci tecniche diverse per farlo. «In Europa e negli Stati Uniti le donne sognano di avere seni grandi e un sedere piccolo. In Brasile, al contrario, le donne amano i seni piccoli e il sedere voluminoso. Molto spesso mi chiedono questo». Nella classifica dei «ritocchi» più gettonati, dopo la riduzione del seno ci sono, in ordine, la liposuzione, il rimodellamento del sedere, il rifacimento del naso, la plastica all’addome e il lifting facciale. Ribeiro è famoso tra gli specialisti di tutto il mondo per particolare tecnica utilizzata nella ricostruzione del seno. «Con il grasso dell’addome riesco a ricostruire una mammella asportata per un tumore fino al 99 per cento simile all’originale». Scena terza. Da Niterói ci spostiamo in auto verso Botafogo, l’esclusivo quartiere degli studi medici di Rio. La musica di sottofondo continua anche nell’ambulatorio. Una versione mielosa alla James Last di Let it be. Lascia che sia. Le finestre dell’esclusivo grattacielo si affacciano sulle favelas, abbarbicate tra il verde delle colline. Le colline, a Rio, sono tutte occupate dalle baracche. I ricchi abitano invece nei grattacieli del lungomare, lussuosi condomini stile Miami Beach anni Settanta. Nella sala d’attesa sono seduti un uomo e cinque donne. Assisto alle visite con un camice bianco che il professore mi passa: «Sei un collega italiano che è qui per imparare». Un po’ imbarazzato mi accingo ad assistere alla sfilata di bellezze sfiorite o acerbe, già revisionate e non [...]. La prima paziente è una bella cinquantenne che ha fatto un lifting facciale, e venti giorni dopo è qui per un controllo. E’ ancora gonfia in viso, la pelle però è tesa come quella di un’adolescente. La seconda è una brasiliana anomala che si è fatta ingrandire il suo perfetto seno a coppa di champagne perché il marito americano ama le donne prosperose, alla Pamela Anderson. Lei è un po’ in crisi. Non si accetta [...]. Il terzo è un signore obeso sulla sessantina che vuol farsi ridurre la pancia. Il dottore lo fa spogliare e lo fotografa con la sua Nikon. Si rivedranno in sala operatoria tra qualche giorno. La quarta è una bellissima ragazza bionda con dei seni piccoli, già cadenti per una malformazione. Il professore le ha rimesso il capezzolo al posto giusto e ritirato su la pelle. L’ultima della giornata è una quarantenne lucertoliforme in carriera che ha rifatto il naso tre mesi fa e ora è depressa. Vuole tornare come prima. Il giorno dopo, l’insoddisfazione è sempre in agguato. Ribeiro lo sa bene. «Ci sono due tipi di pazienti. Quelli normali, che vogliono fare un intervento per migliorare, ma senza esagerare. E gli psicotici, quelli depressi in partenza, che sono molto pericolosi perché nel loro caso l’operazione non risolve alcun problema, ma crea ancora più insicurezza. A volte c’è la cliente che viene con una foto e mi dice: ”Dottore, voglio assomigliare a Sharon Stone”. Io rispondo che è impossibile. Non si può fare. Bisogna saper dire di no alle richieste più estreme». Gli racconto dell’Italia, delle conduttrici dei telegiornali e delle soubrette che hanno tutte la stessa espressione tirata, i seni esplosivi e le labbra gonfie da pesce lesso. «L’estetica del chirurgo è importante. Se si esagera il risultato diventa grottesco, se non drammaticamente mostruoso. La bellezza è un fatto interiore. Il segreto della bellezza è nell’occhio di chi guarda. Si può correggere, non trasformare». Epilogo. Come se non bastasse, alla fine di questa due giorni di full immersion nei segreti della macelleria umana, Ribeiro decide di offrirmi una cena a base di carne al Porção, il ristorante dal quale ha preso le mosse l’omonima catena internazionale presente anche in Italia. Alla quarta caipirinha, tra una portata e l’altra, si lascia andare. Mi racconta degli interventi più strani. Di quando durante la dittatura militare cambiava gratis i connotati agli oppositori dei regime: «Comunisti, sindacalisti, democratici, anarchici». Di una donna in Russia alla quale ha ridotto un seno di sette chili: «Non finiva mai. Le arrivava fino alle ginocchia». E mi confida di clienti eccellenti. Di quando ha operato Silvio Berlusconi: «Nel 1987 un collega italiano mi chiese se ero disponibile a effettuare un trapianto di capelli a un famoso imprenditore che aveva creato la tv commerciale. Andai a Milano e incontrai il vostro attuale capo del Governo. Un signore molto cortese. Gli feci un trapianto di capelli e una liposuzione». E di quando Gheddafi è finito sotto il suo bisturi: «Ero intervenuto al primo Congresso panarabo di chirurgia estetica in Libia. Il ministro della Sanità mi avvicinò e mi chiese se me la sentivo di visitare una persona della ”famiglia”. Io dissi di sì. Pensavo di incontrare la figlia o una delle mogli di Gheddafi. E invece il giorno dopo, un giorno che ricordo ancora perché era il 10 maggio 1994, quando morì Ayrton Senna, mi fecero entrare in una tenda dove mi accolse il colonnello in persona. Mi spiegò che stava invecchiando e che un leader come lui aveva il dovere di restare giovane per essere carismatico davanti alle nuove generazioni. Tornai altre due volte. Gli trapiantai i capelli, gli eliminai le borse sotto gli occhi e gli tirai un po’ su gli zigomi. Non l’ho più incontrato, ma mi sembra che in televisione venga ancora piuttosto bene». Riccardo Barlaam